C’è una domanda che da giorni circola sottotraccia negli ambienti investigativi palermitani, nei corridoi giudiziari e perfino nelle borgate della fascia nord: chi sta provando a rimettere ordine nel caos criminale esploso tra Zen e Sferracavallo?
Le raffiche di kalashnikov contro attività commerciali, le bottiglie incendiarie, le intimidazioni seriali, gli “avvertimenti” armati e la crescente tensione nel mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo non sembrano più episodi isolati di microcriminalità. Il quadro che emerge assomiglia piuttosto a una strategia di rioccupazione del territorio. E dentro questo scenario torna con forza un cognome storico: Lo Piccolo.
Non Salvatore, il vecchio “barone” di San Lorenzo ormai detenuto da quasi vent’anni, ma suo figlio Calogero Lo Piccolo, recentemente tornato in libertà secondo fonti e analisi che circolano nell’ambiente antimafia palermitano.
Il vuoto di potere dopo il blitz dei “181”
L’operazione antimafia del febbraio 2025 ha decapitato buona parte degli assetti mafiosi del mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo. L’arresto dei fratelli Nunzio e Domenico Serio, considerati tra i reggenti più influenti della zona, ha lasciato un vuoto di comando.
Ed è proprio nei vuoti di potere che Cosa Nostra storicamente genera due fenomeni: anarchia criminale e tentativi di restaurazione.
Gli investigatori descrivono oggi lo Zen come una “polveriera”, un territorio dove gruppi emergenti, batterie di quartiere e giovani leve dello spaccio agiscono spesso senza mediazione. Un ambiente che alcuni vecchi mafiosi intercettati definivano già “una mannara”, un recinto fuori controllo popolato da “cani con la barba”.
La mafia palermitana, però, ha sempre avuto bisogno di una regia. E quando il territorio sfugge di mano, qualcuno prova inevitabilmente a riprenderselo.
Perché il nome di Calogero Lo Piccolo torna centrale
La famiglia Lo Piccolo non è un clan qualunque. Il mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale è stato per anni il cuore del potere di Salvatore Lo Piccolo, successore designato dell’era post-Provenzano e protagonista della guerra silenziosa contro le famiglie avverse nei primi anni Duemila.
I Lo Piccolo hanno avuto storicamente influenza diretta su Tommaso Natale, Cardillo, Partanna Mondello, Sferracavallo oltre a porzioni dello Zen legate alle estorsioni e al narcotraffico.
Anche dopo gli arresti del 2007, il loro prestigio criminale non si è dissolto del tutto. In molte periferie palermitane il nome Lo Piccolo continua a rappresentare un marchio di riconoscimento mafioso, soprattutto per le vecchie famiglie rimaste fedeli all’asse San Lorenzo-Zen.
Secondo ricostruzioni recenti, i fratelli Serio sarebbero storicamente vicini proprio ai Lo Piccolo.
Questo elemento è cruciale.
Se il gruppo Serio è stato indebolito dagli arresti, il ritorno operativo, o anche soltanto simbolico, di Calogero Lo Piccolo potrebbe rappresentare il tentativo di ricompattare quell’area mafiosa sotto una regia storica riconoscibile.
Le intimidazioni come linguaggio del potere
C’è poi un altro elemento che richiama vecchi metodi mafiosi: la natura degli attacchi.
Le sparatorie contro saracinesche, i colpi sparati alle attività commerciali, gli incendi dimostrativi non servono soltanto a estorcere denaro. Servono soprattutto a comunicare presenza.
La procura di Palermo e le forze dell’ordine ritengono che dietro l’escalation vi sia “il tentativo di riaffermare il controllo mafioso del territorio”.
È una dinamica tipicamente mafiosa, quella che appare davanti ai nostri occhi. Quella che si sviluppa nella sequenza “creare paura, mostrare capacità militare, dimostrare che esiste un’autorità criminale, imporre nuovamente il pagamento del pizzo e il controllo delle piazze di spaccio”.
In questo senso, Sferracavallo e Zen non sono scenari casuali. Sono territori storicamente contesi ma appartenuti all’orbita dei Lo Piccolo.
Il modello “restaurazione”
L’ipotesi investigativa non dichiarata apertamente, ma che si legge tra le righe, è che ci si trovi davanti a un tentativo di “restaurazione morbida”.
Non una nuova cupola nel senso tradizionale. Non ancora. Ma piuttosto riaggregazione di vecchi fedelissimi, ricostruzione delle reti estorsive, ripristino di gerarchie e, soprattutto, recupero del prestigio storico del casato mafioso.
Un modello che Cosa Nostra ha già sperimentato dopo grandi ondate repressive. Accadde anche dopo gli arresti eccellenti degli anni Novanta e dopo la cattura di Provenzano. Ogni volta, la mafia palermitana cercò figure capaci di incarnare continuità e autorevolezza. I Lo Piccolo possiedono entrambe.
Gli indizi che alimentano la tesi
Non esistono, allo stato, prove pubbliche definitive che colleghino direttamente Calogero Lo Piccolo agli episodi recenti. Ma esiste una somma di elementi che rende la pista plausibile. Come il ritorno in libertà di Calogero Lo Piccolo, il vuoto di comando creato dagli arresti dei Serio, gli storici rapporti tra Serio e area Lo Piccolo;. A questi dobbiamo aggiungere la riemersione della violenza intimidatoria nei territori storicamente controllati dal mandamento di San Lorenzo, il richiamo nelle intercettazioni alla necessità di “rimettere il revolver in mano” e “fare la guerra” e l’assenza di una leadership mafiosa stabile allo Zen, che rende necessario un soggetto capace di imporre ordine.
Palermo e il rischio sottovalutato
Il rischio più grande, oggi, è sottovalutare ciò che sta accadendo.
Per anni si è raccontata una Cosa Nostra indebolita, sommersa dalla repressione e incapace di rigenerarsi. Ma la mafia palermitana ha sempre dimostrato una straordinaria capacità adattiva. Quando perde struttura verticale, si frammenta; quando il caos diventa ingestibile, cerca nuovi equilibri.
Le bombe carta e i kalashnikov tra Zen e Sferracavallo potrebbero essere il segnale di questo passaggio.
Non necessariamente l’inizio di una nuova guerra di mafia in senso classico. Piuttosto il tentativo di una vecchia aristocrazia criminale di tornare a governare territori che considera propri per diritto storico.
E in quella aristocrazia mafiosa il cognome Lo Piccolo continua ad avere un peso che, a Palermo, nessuno può permettersi di ignorare.
Roberto Greco
Leggi anche “Il Far West di cemento: se lo Stato abdica, la lupara ringrazia”
Leggi anche “Quando, nella notte, risuonano i Kalashnikov”
Il Far West di cemento: se lo Stato abdica, la lupara ringrazia