Due omicidi in un giorno: Palermo è di nuovo affondata nella melma grazie anche alla mancanza dello Stato
C’è un silenzio che fa più rumore delle pistolettate che hanno squarciato l’aria del Cep e del Villaggio Santa Rosalia nelle ultime ventiquattr’ore. È il silenzio assordante delle istituzioni, una sorta di silenzio-assenso che aleggia sui palazzi del potere mentre le strade della Sicilia tornano a macchiarsi di un sangue che credevamo appartenere a un’epoca buia e definitivamente archiviata.
Due omicidi in un giorno. Un sedicenne che impugna un’arma come se fosse un joystick e un’esecuzione in piena regola in un’auto. Non chiamatela “cronaca nera”. Chiamatela, per favore, fallimento dello Stato.
Mentre i palchi della politica si riempiono di retorica sulla “Sicilia che cambia” e sui grandi investimenti tecnologici, la realtà ci schiaffeggia con un Far West di cemento dove la sicurezza è diventata un lusso per pochi e un miraggio per i molti che vivono nelle periferie. Dove sono le telecamere promesse? Dove sono i presidi di legalità che non siano solo passerelle elettorali?
Il concetto di sicurezza in questa terra è stato svuotato di significato. È stato ridotto a un fastidioso adempimento burocratico, mentre il territorio viene consegnato, per inerzia o per calcolo, a una nuova anarchia criminale. Vedere giovani che risolvono i conflitti personali o di “carriera” con il piombo significa che lo Stato ha abdicato alla sua funzione primaria: quella di educatore e di garante della vita.
Questa indifferenza istituzionale somiglia terribilmente a una resa. Quando non si presidia, quando si lasciano i quartieri nel degrado sociale e culturale, si sta firmando un contratto di comodato d’uso gratuito con la criminalità. Non parlare, non agire drasticamente, non investire sulla presenza fisica dello Stato tra la gente non è “prudenza”: è complicità morale.
Non abbiamo bisogno di tweet di cordoglio o di post sui social che invocano la legalità a colpi di hashtag. Abbiamo bisogno che chi siede nelle stanze dei bottoni si svegli dal letargo del “va tutto bene” e capisca che a Palermo, oggi, si muore ancora come negli anni ’80. Con la differenza che allora c’era un nemico chiaro; oggi, nell’ombra del silenzio istituzionale, il mostro è diventato invisibile e, per questo, ancora più letale.
La domanda che poniamo a Prefettura, Comune e Regione è semplice: quanto sangue deve ancora scorrere prima che arrivi il vostro urlo di dignità? Per ora, l’unica cosa che sentiamo è il rintocco funebre di una città lasciata a se stessa. Immerso nel silenzio che sta diventando ignavia.
Roberto Greco
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