Sono passati 48 anni dall’omicidio di Peppino Impastato tra depistaggi e carte scomparse. Era il 9 maggio 1978. Peppino era un giovane militante che aveva puntato il dito contro Cosa nostra. Per questo venne ucciso per conto del boss Gaetano Badalamenti a Cinisi, un paese della provincia di Palermo.
Aveva fondato una radio indipendente, Radio Aut, e combatteva il boss di Cinisi con la cultura e la politica. La sua è una storia di ribellione. La ribellione contro la mafia. Figlio e nipote di mafiosi, Peppino Impastato era nato a Cinisi il 5 gennaio 1948 ed era cresciuto nella stessa strada in cui abitava Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi, che poi fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del “ribelle”.
Peppino Impastato ruppe col padre Luigi ed a soli 17 anni fondò il giornalino L’Idea Socialista e condusse le lotte dei contadini, degli edili e dei disoccupati. Nel 1976 diede vita a Radio Aut, un’emittente libera autofinanziata attraverso la quale denunciò i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e di Terrasini. Della radio, il programma più seguito era Onda Pazza, in cui Peppino sbeffeggiava mafiosi e politici.
Due anni dopo dalla fondazione di Radio Aut, Impastato si candidò alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria.
Il “ribelle” morì assassinato all’età di 30 anni: il suo corpo fu adagiato su una carica di tritolo e posizionato sui binari della ferrovia, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Una scena che doveva servire ai killer a “vestire il pupo” in modo che sembrasse un terrorista morto suicida. Inizialmente infatti si parlò di atto terroristico in cui l’attentatore era rimasto ucciso, poi di suicidio. Lo stesso giorno a Roma venne trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse. E la morte di Peppino fu “oscurata” dal delitto di Moro.
Infine, individuata la matrice mafiosa del delitto, si arrivò il 5 marzo del 2001 alla condanna della Corte d’Assise di Palermo del boss Gaetano Badalamenti all’ergastolo e il suo vice Vito Palazzolo a 30 anni di reclusione. Entrambi morirono prima del processo d’appello.
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Tra depistaggi e richieste di archiviazione
Nel 2012 il pentito Francesco Di Carlo parlò della richiesta mafiosa al carabiniere Antonio Subranni di chiudere le indagini in cambio di benefici per la sua carriera. La Procura di Palermo chiese al gip l’archiviazione dell’inchiesta. Il pentito Francesco Di Carlo mise nero su bianco l’accusa: «Gaetano Badalamenti – raccontò il collaboratore – spingeva Nino e Ignazio Salvo per parlare col colonnello. Dopo poco tempo mi ha detto: no, la cosa si è chiusa. Non spuntava più niente nei giornali per un periodo, era stata archiviata».
Ben due volte, tuttavia, la procura di Palermo aveva chiesto al gip di chiudere l’inchiesta su Subranni, per lui l’accusa di favoreggiamento, e su Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo, accusati invece di falso. Il motivo della richiesta di archiviazione? Su quei reati era ormai subentrata la prescrizione.
L’ultima richiesta d’archiviazione: giugno 2016
L’ultima richiesta d’archiviazione risale al giugno del 2016. A mettere in ordine tutta la fila dei depistaggi, avvenuti già a partire dalla scena del delitto, è stato il centro Impastato – autore già nel 1994 della prima domanda di riapertura dell’inchiesta – e poi approdato sul tavolo della commissione parlamentare Antimafia.
Nel 2018 Il gip di Palermo individuò nel generale dei carabinieri Subranni il responsabile del depistaggio perché «aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa». Il Gip parlò anche di «vistose, se non macroscopiche anomalie delle attività investigative». Intanto caddero in prescrizione i reati di favoreggiamento per il generale dei carabinieri Antonio Subranni, e di concorso in falso per i tre sottufficiali, che la notte del delitto perquisirono casa Impastato a Cinisi: Carmelo Canale, Francesco Abramo e Francesco Di Bono.
Tra i documenti sequestrati dai carabinieri anche un dossier su cui Peppino, come aveva raccontato il fratello Giovanni, stava lavorando: “Ricordo che mio fratello poco prima di morire si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”.
Serena Marotta