Il rumore del Kalashnikov è tornato a risuonare nelle strade di Palermo e sta dicendo “non ce ne siamo mai andati”
Non è un colpo secco. Non è il “pop” quasi ludico di una scacciacani o il rumore sordo di una calibro 38 che si spegne nel cotone di un silenziatore. No. Il Kalashnikov, quando decide di parlare nella notte di Palermo, ha un timbro che non ammette repliche. È un rantolo metallico, frenetico, una scarica di “tac-tac-tac” che lacera il silenzio come una zip tirata troppo in fretta su un tessuto troppo fragile. È il suono del metallo sovietico che sputa piombo 7.62, un’arma pensata per le paludi del Vietnam o le montagne dell’Afghanistan e che invece, con una naturalezza che fa venire i brividi, ha trovato casa tra i vicoli di cemento di Sferracavallo o le strade strette della Marinella.
Un proiettile di AK-47 non si ferma. Non conosce l’educazione della fisica spicciola. Se colpisce una carrozzeria, la attraversa come fosse burro; se incontra un muro, ne asporta pezzi interi. È un’arma totale, concepita da Mikhail Kalashnikov per non incepparsi mai, nemmeno nel fango, nemmeno nel sangue. E vederla tornare a dominare la scena siciliana oggi, nel 2026, è un salto all’indietro che toglie il fiato, una macchina del tempo che non porta nel futuro, ma nell’inferno di una memoria che speravamo di aver archiviato sotto la voce “archeologia criminale”.
Il ritorno della “macchina da cucire” (Marzo – Maggio 2026)
Siamo a Palermo, primavera 2026. Dovrebbe essere il tempo dei turisti che affollano i mercati, delle speranze di rinascita, e invece la cronaca ci sbatte in faccia una realtà brutale. Tra marzo e maggio, il suono dell’AK-47 è tornato a farsi sentire con una frequenza che non può essere liquidata come “episodica”.
L’attacco a Sferracavallo del 10 aprile scorso è stato un manifesto programmatico: trenta colpi sparati contro un’autorimessa. Trenta. Una raffica intera, un caricatore svuotato in pochi secondi per colpire lamiere e muri, sfiorando i custodi che dormivano nel gabbiotto. E non è rimasto un caso isolato. Pochi giorni fa, ai primi di maggio, la scena si è ripetuta tra via Don Minzoni e via Montalbo. Altri trenta colpi contro una casa e un’auto; un uomo, Danilo D’Ignoti, ferito alle gambe, e una donna di 71 anni, una passante, una nonna che passava di lì per caso, colpita da un proiettile vagante.
È la firma di una nuova ferocia, o forse di un ritorno all’antico ordine del terrore. Quando si usa il Kalashnikov per “avvertire”, non si sta solo bussando alla porta: si sta dichiarando una guerra. Si sta dicendo che il controllo del territorio non passa più dalle sottili mediazioni dei “colletti bianchi”, ma dalla potenza di fuoco di chi può permettersi di scaricare un’arma da guerra in pieno centro abitato.
L’estetica del male: dagli anni ’60 alla mattanza
C’è una linea rossa, color sangue rappreso, che unisce queste raffiche ai decenni più bui della Sicilia. Il Kalashnikov non è un ospite nuovo in questa terra; è un vecchio conoscente che ha segnato i passaggi di potere più tragici. Gli anni ’60 e ’70 erano gli anni del “passaggio di consegne”. La mafia rurale dei Corleonesi di Luciano Liggio capì subito che la lupara era un feticcio romantico, ma inutile contro la velocità della modernità. L’AK-47 divenne lo strumento per scalare le gerarchie. Fu usato nelle strade di Corleone e poi a Palermo, portando quel sapore di guerra fredda nel cuore del Mediterraneo. Negli anni ‘80 il Kalashnikov diventa il protagonista assoluto. Pensiamo all’omicidio di Pio La Torre (1982) o alla strage di via Carini in cui cadde il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. In quegli anni, il gruppo di fuoco della Guadagna o dei Corleonesi usava il mitra con la disinvoltura di chi brandisce un giocattolo. La “macchina da cucire”, come veniva chiamata con macabro cinismo, era l’arma prediletta da killer come Pino Greco “Scarpuzzedda”, capace di decimare i clan avversari (Bontate, Inzerillo) a colpi di raffiche incessanti. Sebbene l’esplosivo sia stato il mezzo principale per la strage che uccise il giudice Chinnici , la logistica e il supporto di quelle stragi passavano sempre attraverso l’ombra lunga dei fucili d’assalto sovietici, pronti a intervenire se il detonatore avesse fatto cilecca.
Il paradosso del 2026
Vedere oggi, a Palermo, le stesse traiettorie di proiettili 7.62 che analizzavamo nelle perizie degli anni ’80 fa spavento. Cosa sta succedendo? È una mafia che ha perso la “pazienza” e torna a esibire i muscoli? O è una nuova criminalità, più giovane, più spietata e meno “strategica”, che cerca nell’arma da guerra una legittimazione che non sa ottenere con il prestigio criminale?
Il fatto che un singolo gruppo di fuoco possa scorrazzare tra Sferracavallo e il centro città svuotando caricatori di Kalashnikov suggerisce una disponibilità di armi preoccupante e un’arroganza che non teme la risposta dello Stato.
Quando nella notte risuonano i Kalashnikov, non è mai solo cronaca nera. È il segnale che il sottosuolo sta tremando, che i vecchi fantasmi sono usciti dalle cantine e che la Sicilia, nonostante i passi avanti, deve ancora fare i conti con un mostro che non ha mai smesso di imbracciare il suo fucile preferito. E quel suono, ve lo assicuro, non lo dimentichi più. Resta lì, nelle orecchie e nello stomaco, a ricordarti che la pace, da queste parti, è sempre un equilibrio precariamente sospeso su un caricatore da trenta colpi.
Roberto Greco