A Palermo, il fallimento non è solo normativo, ma di sistema. Che ha trasfromato la città della culla dell’anarchia del bicchiere
Mentre i palazzi della politica romana si gloriano di aver “semplificato la vita alle imprese” abolendo la licenza fiscale per gli alcolici dal 1° gennaio 2026, nelle strade di Palermo la realtà racconta una storia diversa. Una storia di leggi scritte sulla carta e calpestate sul basolato, dove il confine tra un cocktail a norma e il reato penale è diventato sottile come la fetta d’arancia in uno spritz annacquato.
La normativa nazionale parla chiaro: zero superalcolici per chi vende in strada. Un principio di salute pubblica elementare, volto a evitare che distillati a 40 gradi circolino senza controllo sui marciapiedi. Eppure, basta farsi un giro tra la Vucciria, Piazza Sant’Anna o le arterie che circondano il Teatro Massimo ma anche in via Vittorio Emanuele e in Piazza Vigliena per assistere a una sorta di “alchimia abusiva” a cielo aperto. Carretti ambulanti che, sfidando ogni logica e autorizzazione, mescono gin, vodka e amari come fossero gazzosa.
A Palermo, il fallimento non è solo normativo, ma di sistema. Le ordinanze del Sindaco Lagalla, che sulla carta vorrebbero blindare la città contro la “mala movida” vietando vetro e lattine dopo le 22:00, si infrangono regolarmente contro il muro dell’impunità dei venditori itineranti. Questi “minimarket su ruote”, che per legge dovrebbero spostarsi ogni ora di almeno 500 metri per non diventare postazioni fisse, sono ormai monumenti immobili al degrado urbano. Vendono birra in bottiglia a mezzanotte passata, ignorando il divieto del vetro, e servono alcol a minori senza che un solo documento venga richiesto, mentre i baristi onesti, quelli che pagano tasse, occupazione di suolo pubblico e corsi SAB, restano a guardare, stretti tra i lacci della burocrazia e i controlli mirati solo a chi ha un’insegna fissa.
Sia chiaro: il problema non è lo spritz a 8 gradi. Il problema è il messaggio che stiamo inviando. Quando un Comune emette ordinanze che non è in grado di far rispettare, e quando lo Stato abdica alla sorveglianza sulla vendita di alcolici (trasformando un obbligo fiscale in una “comunicazione automatica”), il risultato è il Far West.
Palermo non ha bisogno di nuove tabelle alcolimetriche appese ai muri, né di promesse elettorali sulla sicurezza. Ha bisogno di un controllo reale sulla filiera. Se un carretto può vendere vodka in vetro a un sedicenne alle due del mattino nel cuore del centro storico, significa che abbiamo fallito. Non è più “movida”, è rinuncia alla legalità. Che giorno dopo giorno diventa un bene sempre più prezioso. E quindi introvabile. Ed è ora che qualcuno, tra Palazzo delle Aquile e la Prefettura, decida di riprendere in mano il boccale, prima che la città affoghi in un bicchiere di illegalità ad alta gradazione.
Roberto Greco