Tributi “accettati” e condivisi dai cittadini?

L' "accettazione" del tributo dal parte dei cittadini è un concetto che negli ultimi anni, con il nome di "tax compliance" viene ripetuto molto spesso, riconosciuto come uno degli obiettivi prioritari degli uffici fiscali

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 5 minutes

In verità, quando parliamo di fisco, non parliamo solo di come vengono applicati i tributi, ma anche e soprattutto di come vengono spesi i nostri soldi; e se vengono spesi male, non si può far finta di niente: occorre interessarsi, protestare civilmente, farsi sentire.

Invero, in una società sana e corretta, potremmo chiudere subito l’argomento riportando quanto prescrive l’articolo 53 della nostra Costituzione, ossia quanto scritto da nostri Padri Costituenti il 27 dicembre 1947.

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Potremmo rafforzare questo concetto, specialmente sotto l’aspetto delle funzionalità organizzativa e dell’etica,  citando sempre la Costituzione, e precisamente l’articolo 97, laddove si dice che “  I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”..

Quindi, è dei cittadini, ma soprattutto dei loro governanti, il compito e la responsabilità di determinare, a seconda delle mutevoli esigenze, l’organizzazione politica, tecnica ed istituzionale dello Stato, puntando essenzialmente a: Favorire la convivenza civile; Garantire la giustizia “giusta”; Perseguire il bene comune, dell’intera comunità e non di un gruppo a detrimento delle legittime esigenze degli altri; Garantire ed assicurare le giuste libertà individuali e sociali

Ma purtroppo sappiamo bene che tutto ciò non basta.

Certamente “le tasse non sono belle”. Costituiscono un prelievo coattivo del nostro reddito o del nostro patrimonio e, pertanto, non potranno mai essere gradite dai cittadini.

Caso mai, le tasse sono “necessarie”, perché rappresentano la necessaria contropartita (il corrispettivo) che ogni cittadino, componente della collettività (la nazione), deve pagare a fronte dei servizi indivisibili che lo Stato gli rende.

Ed allora, se vogliamo tratteggiare bene i requisiti necessari per avere  un sistema tributario moderno e corretto, dobbiamo ricordare un importante principio, quello secondo il quale i tributi devono essere “accettati” (condivisi) dai cittadini.

Questi, infatti, nel pagarli, devono essere convinti che il prelievo fiscale che subiscono è adeguato alla qualità e quantità dei servizi pubblici che ricevono dallo Stato (circostanza oggi, purtroppo, non sempre riscontrabile), nonché conforme al principio della distribuzione della ricchezza, ossia al principio secondo il quale la ricchezza, proprio attraverso l’applicazione dei tributi, viene spostata dal “più ricco” al “più povero”, per consentire a tutti (sia al più ricco che al più povero) di fruire dei servizi pubblici in maniera assolutamente uguale.

Un concetto, quest’ultimo, che richiama i principi dalla Dottrina Sociale della Chiesa e, segnatamente, quelli della sussidiarietà e della solidarietà, e che nel nostro Paese si realizzano principalmente attraverso l’applicazione dell’art.53 della Costituzione secondo il quale ogni cittadino è chiamato a partecipare alla spesa pubblica in base alla propria capacità contributiva.

L’ “accettazione” del tributo dal parte dei cittadini è un concetto che negli ultimi anni, con il nome di “tax compliance” o di “adesione spontanea all’obbligazione tributaria”, viene ripetuto molto spesso. Anzi, viene pubblicamente riconosciuto come uno degli obiettivi prioritari degli uffici fiscali.

In verità, specialmente negli ultimi anni, si è capito che spingere verso l’adesione spontanea è forse il sistema più efficace per ridurre l’evasione, creare ricchezza ed occupazione e favorire la crescita del Paese.

Eppure, nonostante tutto, e pur nella speranza che possa dare i suoi frutti la riforma tributaria in corso di definizione, la strada per l’ottenimento della tax compliance è ancora lunga.

Anzi, siamo in presenza, purtroppo, di una sostanziale sfiducia dei contribuenti verso l’Amministrazione Finanziaria, locale e centrale.

Ed i motivi di questa sfiducia, nonostante tutto, continuano ad esserci. Un esempio molto efficace è il definanziamento strisciante del Servizio Sanitario Nazionale che spinge i cittadini verso una sorta di tassa occulta, ossia la sanità privata. Assolutamente inefficace, forse sarebbe opportuno dire “palliativo”, il sistema delle detrazioni, laddove  il fisco prova a compensare con la detrazione del 19% le spese mediche. Qualcuno ha affermato che siamo di fronte ad una vera e propria apoteosi dell’inefficienza: paghiamo di più per avere meno !

Tornando al sistema fiscale, è chiaro che se facciamo il paragone con cinquant’anni fà non si può non accorgersi che, quanto meno nel settore delle entrate (molto meno nel settore delle spese) il cambiamento nella Pubblica Amministrazione c’è stato.

Prima gli Uffici fiscali consideravano i contribuenti solo come dei cittadini da tassare, e nient’altro. Oggi invece, i contribuenti sono diventati “utenti” oppure, come si suole pure dire, “clienti” del servizio pubblico  reso dallo Stato.

Di contro, non possiamo non riconoscere  che il periodo di cui  parliamo era forse un “periodo (troppo) felice”,  un periodo in cui in cui il segreto bancario era veramente una saracinesca inattaccabile, un concordato metteva d’accordo tutti, un’agevolazione non si negava a nessuno, di scontrino e di ricevuta non se ne parlava nemmeno; si cercava soltanto di evitare rimborsi “fasulli”, ma niente di più, se non una attività di controllo lasciata, principalmente, all’intelligente iniziativa del direttore e del funzionario di turno.

Un sistema, quindi, di cui forse oggi stiamo pagando le conseguenze, visto che quello di oggi è un fisco il quale, tentando di porre rimedio alle conseguenze del passato e coprire gli sprechi di ieri e di oggi, inseguendo l’esigenza di maggior gettito e della caccia all’evasione, con una legislazione estremamente convulsa, si limita (o “si è limitato”, volendo confidare nella riforma in atto) ad incrementare il prelievo e ad imporre ulteriori gli obblighi formali, occupandosi pochissimo di assicurare una corretta, ma anche equa,  applicazione delle norme tributarie e generando – in tal modo –  le giuste  lamentele di coloro i quali affermano l’assenza di rapporti (costi/benefici) sufficientemente bilanciati tra l’Amministrazione Finanziaria ed i cittadini.

Spesso è una vera sofferenza constatare che la giustizia sostanziale si rivela troppo distante da quella formale, facendo molto poco per escludere dal concetto di evasione alcuni episodi in cui il contribuente è colpevole solo di avere applicato male una disposizione senza avere sottratto alcun  tributo alla Collettività.

Talvolta, è stato scandaloso constatare come dei contribuenti “non evasori” siano rimasti “impigliati” in alcune situazioni formali legate al rigore “formalistico” della legge e, talvolta, anche alla interpretazione “cautelativa” degli Uffici, e conseguentemente siano chiamati a pagare somme (tributi e  sanzioni – a volte spropositate-) assolutamente non corrispondenti ad una  effettiva manifestazione della ricchezza tale da giustificare l’imposizione.

Ecco, quindi, che la riforma fiscale, nonostante tutti i problemi che ogni riforma porta necessariamente con se, è essenziale.

Anche la strategia per la lotta all’evasione deve essere diversa.

Va colpito, in maniera inesorabile l’evasore che vuole essere tale. L’altro, invece, quello che non paga perché non può e non perché non vuole, va identificato e trattato in maniera differente.

Pertanto, va benissimo la “caccia ai furbetti”, con tutti gli strumenti sofisticati che oggi esistono, senza inseguire però nessuna “evasione virtuale”, che sappiamo può sempre emergere attraverso l’applicazione delle numerose presunzioni previste dalla legge (studi di settore, accertamento sintetico, ecc.).

Certamente, non va dimenticato che l’evasione fiscale ammonta  a più di 100 miliardi di euro all’anno; tuttavia, è necessario pure individuare ed agevolare i poveretti, quelli meno fortunati degli altri, che a causa della situazione personale, oppure a causa della crisi economica e della situazione sociale nella quale operano, non possono, come forse desidererebbero, adempiere a quanto preteso dalla legislazione tributaria vigente.

In questo modo, forse, la sfiducia può essere recuperata.

Ed allora, concludiamo così come avevamo iniziato queste riflessioni, riproponendo l’interrogativo:  come vengono spesi i nostri soldi?

Perché, come già detto, se vengono spesi male, occorre interessarsi, protestare civilmente, farsi sentire. Altrimenti, specialmente nell’attuale momento critico mondiale,  nemmeno la riforma fiscale potrà esserci di aiuto.

Salvatore Forastieri

 

 

Ultimi Articoli