Stretto di Messina: un ponte in bilico

Non sono solo le correnti del mare a preoccupare, ma una serie di "scricchiolii" interni alla macchina burocratica e societaria che sembrano smentire il trionfalismo governativo.

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Mentre il calendario del ministero delle Infrastrutture corre verso l’ultimo trimestre dell’anno, termine ultimo fissato per l’apertura dei cantieri, sullo Stretto di Messina spira un vento di incertezza che profuma di stallo. Non sono solo le correnti del mare a preoccupare, ma una serie di “scricchiolii” interni alla macchina burocratica e societaria che sembrano smentire il trionfalismo governativo. «È come se l’allenatore di una squadra che sta vincendo il campionato decidesse improvvisamente di fermarsi e ritirarsi», esordisce Daniele Ialacqua, referente del comitato No Ponte Capo Peloro, commentando le recenti e inaspettate dimissioni ai vertici della Stretto di Messina SpA. Secondo l’esponente ambientalista, questo non è un avvicendamento tecnico, ma il segnale palese che: «Persone importanti si tirano fuori perché forse non vogliono più metterci la faccia davanti a criticità e ostacoli ormai insormontabili».

Fuga dai vertici e decreti sgonfiati

Daniele Ialacqua

La notizia principale, che scuote le fondamenta del progetto, riguarda proprio l’assetto del Consiglio di Amministrazione della società concessionaria. Le dimissioni del presidente Giuseppe Recchi, figura di caratura internazionale, sono state interpretate dal comitato non come una necessità giuridica, ma come un sintomo di debolezza. Ialacqua sottolinea come la sostituzione di figure esperte con profili ritenuti meno autorevoli, come un dottorando al posto di un esperto legale ambientalista, suggerisca un indebolimento dell’apparato proprio nel momento cruciale della procedura. Parallelamente, il cosiddetto “decreto dei commissari”, recentemente trasformato in legge, è uscito dal passaggio parlamentare profondamente depotenziato. Daniele Ialacqua spiega che il governo avrebbe voluto nominare un super-commissario e limitare l’azione della Corte dei Conti, ma l’intervento del Quirinale ha sgonfiato queste pretese, definendo tali manovre un potenziale conflitto di interessi: «Quello che gli è rimasto in mano è solo una procedura già nota per rispondere ai rilievi della Corte dei Conti», afferma Ialacqua, aggiungendo che l’unico punto preoccupante del decreto è il tentativo di mettere dei paletti all’azione del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici.

Ombre tecniche e il silenzio di Bruxelles

Secondo il referente del comitato, il progetto soffre di una cronica mancanza di pareri tecnici terzi e aggiornati ed evidenzia come l’attuale impianto si regga su valutazioni espresse da organismi che sono emanazione diretta del governo o parti in causa, come il comitato tecnico-scientifico nominato dalla stessa Stretto di Messina. Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, infatti, non si esprimerebbe sul progetto nella sua interezza, ma solo su un aggiornamento di circa 500 pagine redatto dal progettista: «È come dire che per leggere un libro ci si ferma alla prefazione; non si può limitare così l’azione di un organo tecnico», denuncia, convinto che questa sarà un’altra “buccia di banana” su cui il progetto scivolerà davanti alla Corte dei Conti. Un altro fronte critico è quello internazionale. Nonostante i proclami, manca ancora un parere definitivo dell’Unione Europea, e la Corte dei Conti ha sollevato dubbi sulla reale consistenza delle interlocuzioni tra Roma e Bruxelles. Ialacqua ribadisce che, secondo la legge, la Commissione Europea deve esprimere un parere vincolante e non limitarsi a una presa d’atto, rendendo l’intera procedura potenzialmente invalidabile in assenza di documenti certi. A questo si aggiungono i dubbi tecnici sulla resistenza dei materiali, in particolare dei cavi, la cui tenuta è da anni contestata da esperti locali. Attualmente, una società giapponese starebbe conducendo prove di resistenza, ma i risultati non sono ancora stati resi pubblici, alimentando un clima di incertezza che Ialacqua definisce di “stasi”.

Migratori e gatti: il paradosso ambientale

Oltre alla burocrazia, esiste un “macigno” insormontabile: l’impatto ambientale sul territorio. Il comitato No Ponte punta il dito contro lo sfregio paesaggistico e la minaccia alla biodiversità in un’area protetta dalle direttive europee habitat e uccelli. Ogni anno, circa 5,5 milioni di uccelli migratori attraversano lo Stretto e, secondo le stime degli stessi progettisti, circa 100mila esemplari rischierebbero di sfracellarsi contro le strutture del ponte: «Salvini dice che gli uccelli non sono scemi e che gireranno attorno al ponte, ma la realtà è che l’impatto negativo sui migratori potrebbe portare l’Europa a dare parere negativo», avverte Ialacqua. Per mitigare questa “strage”, il progetto ha proposto soluzioni che il comitato definisce grottesche. Una delle misure di compensazione prevede la sterilizzazione di massa dei gatti randagi in Sicilia per dieci anni. L’idea, riportata con sconcerto da Ialacqua, è che riducendo il numero di gatti (predatori naturali), si salverebbero abbastanza uccelli da compensare quelli uccisi dal ponte. «Siamo su Scherzi a Parte? Propongono di mettere collari variopinti ai gatti domestici affinché gli uccelli li vedano e scappino, mentre pianificano la sterilizzazione dei randagi come compensazione ambientale», racconta con ironia amara il referente.

Oltre il ponte: la voce del territorio

Il fronte del “No” non si limita però alla sola protesta distruttiva. Ialacqua chiarisce che il territorio ha un disperato bisogno di investimenti, ma in settori vitali come la rete idrica e le infrastrutture ferroviarie e stradali esistenti. La costruzione del ponte, al contrario, sottrarrebbe risorse idriche già scarse per alimentare i cantieri. Per dare voce a queste alternative, il comitato ha aperto a Torre Faro “Casa Gariddi”, un centro operativo che la scorsa estate è diventato il simbolo della resistenza culturale e tecnica all’opera. Mentre si preparano nuove azioni, tra cui una lettera formale al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per evidenziare le criticità tecnico-ambientali e un imminente viaggio a Bruxelles per sollecitare la Commissione Europea, il messaggio di Daniele Ialacqua resta fermo: «Non è vero che diciamo solo no; diciamo no a quest’opera inutile e sì alle opere di cui il territorio ha realmente bisogno».

Mario Catalano

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