Il 1° maggio 1947, in località Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi, PA), una manifestazione di contadini socialisti e comunisti fu crivellata da raffiche di mitragliatrice e granate provenienti dalle colline circostanti. L’eccidio, con 11 morti tra cui 2 bambini e decine di feriti, fu subito attribuito alla banda armata di Salvatore Giuliano, ma colpì anche l’intero Paese generando la “crisi di maggio 1947” (dimissioni del Governo De Gasperi, 13 maggio). Gli inquirenti dell’epoca puntarono sugli autonomisti siciliani (Giuliano e sodali) come unici responsabili, ma già subito emersero dubbi: rapporti dei Carabinieri parlavano di «elementi reazionari in combutta con mafiosi locali» dietro la strage. Comitati d’inchiesta parlamentari e successivi processi confermarono le condanne dei banditi (sentenza di Viterbo 1956) ma non decisero mai i mandanti “a monte”. Diverse ricostruzioni (storici, giornalisti, commissioni) indicano complotti politici, da settori neofascisti a pezzi dello Stato e servizi segreti, volti a frenare il corso delle riforme agrarie e il crescente consenso del Blocco del Popolo. Fonti primarie (rapporti dei Carabinieri, atti giudiziari, interrogatori) confermano i momenti chiave e la dinamica della strage. Tutti i protagonisti politici del dopoguerra, dal primo ministro De Gasperi ai leader comunisti/socialisti siciliani, videro in Portella il primo vero scontro della Repubblica nata dalla guerra, ancora avvolto nei misteri delle alleanze tra mafia, latifondisti e apparati dello Stato.
Contesto politico-sociale
Dopo lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943, l’Isola emerse dal conflitto «povera e disperata», preda di bande armate e di una rinata mafia. L’aprile 1947 fu un momento di forte tensione sociale: l’alleanza socialista-comunista del Blocco del Popolo vinse le elezioni regionali (20 aprile) con circa il 32% dei voti, a spese della DC. La Sicilia viveva così il culmine delle lotte contadine, con occupazioni di terre incolte e richieste di riforma agraria che minacciavano gli interessi dei latifondisti e dell’«equilibrio politico… gestito anche dalla mafia». Secondo lo storico A. Tranfaglia, la Sicilia del 1947 fu «il primo esperimento della storia dell’eversione» in Italia, un laboratorio di guerra fredda e lotte di potere. In questo clima, pur recandosi a festeggiare la Festa dei lavoratori, migliaia di contadini erano anche pronti a manifestare contro le ingiustizie economiche e le minacce dei poteri reazionari.
La manifestazione del primo maggio 1947 fu dunque carica di significati politici: si celebrava la vittoria elettorale del Blocco del Popolo e allo stesso tempo si ribadiva la lotta al latifondismo. I contadini provenivano principalmente dalle comunità di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello; molti erano arrivati con carretti addobbati e canti di festa. La scelta del luogo, «Portella», in passato sede di comizi socialisti, sottolineava il carattere simbolico della giornata.
La giornata di Portella del 1° maggio 1947
Alle ore 10:00 del 1° maggio, quando ancora il raduno era nel pieno dell’afflusso, l’oratore designato, il dirigente sindacale Francesco Renda, era in ritardo. In sostituzione intervenne un calzolaio locale, Giacomo Schirò, mentre Renda e il segretario comunista Li Causi non erano ancora giunti. Improvvisamente, «dalle colline circostanti» si scatena l’eccidio: raffiche di mitragliatrice partono da posizioni sopraelevate e durano circa un quarto d’ora. I primi colpi furono scambiati per petardi o fuochi d’artificio, lo ricorderanno in seguito anche alcuni superstiti, ma ben presto si capì l’orrore: 11 contadini restarono uccisi sul terreno (8 adulti e 3 bambini), altri 27 furono gravemente feriti (alcuni morirono poco dopo). Le cronache ufficiali parlano inizialmente di 7 morti e 33 feriti, un dato poi aggiornato a 12 vittime totali (comprendendo chi spirò in ospedale) e 27 feriti. Dalle parole di una testimone bambina, Concetta Moschetto, emerge un quadro agghiacciante: «…improvvisamente iniziarono i colpi di mitra, e allora si sentirono urla, pianti… Mia madre recò la mano in bocca e nel naso perché le usciva sangue… non disse una parola, si sdraiò per terra e morì». Anche il cavallo di un contadino venne abbattuto. Nel panico generale la gente gridava «hanno ucciso il cavallo!» finché qualcuno rispose tra le lacrime: «Hanno ucciso la mamma!». Tra urla di terrore e confusione, le vittime, braccate come prede, venivano raccolte a terra. Alcune furono sistemate in un carro e trasportate al cimitero di Piana degli Albanesi.
Cronologia dell’attacco
Le indagini successive ricostruirono i momenti del massacro: Giuliano si era mosso la notte precedente con una ventina di uomini (tra cui molti minorenni, i cosiddetti picciotti). All’alba del 1° maggio la banda si radunò in contrada Cippi (Montelepre) e salì sui monti circostanti Portella. Lungo la strada i banditi fermarono dei cacciatori isolati, sequestrandoli e disarmandoli per evitare testimoni. Alle 10:00, mentre era in corso il discorso, un gruppo armato sparò dalle alture. Gli ordigni impiegati furono molti: le ricostruzioni indicano almeno sette armi diverse (mitragliatrici Breda e Bren, fucili Carcano, Thompson, M1, Enfield, ecc.) e circa 800 colpi esplosi. Le vittime riportarono ferite di proiettile alle gambe e persino gravi ferite da frammenti d’esplosivo, segno dell’uso anche di granate, elemento poi ignorato dalle indagini ufficiali. Quando i colpi cessarono, i banditi fuggirono a valle, sparendo nel folto dei boschi.
La stampa del giorno dopo (per esempio L’Avanti) parlò senza esitazione di un «eccidio proletario» e i sindacati proclamarono lo sciopero generale. I leader comunisti e socialisti di tutta Italia accusarono i latifondisti siciliani di volere «soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori». Nel frattempo a Roma il Governo De Gasperi fu travolto dalla crisi: alla notizia della strage, il 13 maggio 1947 il premier si dimise.
Autori noti e pista giudiziaria
Le indagini “a caldo” delle forze dell’ordine identificarono subito la banda di Salvatore Giuliano come esecutrice materiale della strage. Un telegramma del Questore di Palermo (agosto 1947) annunciò: «Identificati tutti i responsabili… organizzata e diretta da Salvatore Giuliano… 16 arresti esecutori materiali, 12 confessati». Quando pochi mesi dopo Pasquale Sciortino (cognato di Giuliano) fu catturato e interrogato, ammise di aver contribuito alle operazioni di raduno e trasporto di armi, ma a processo ritrattò subito. Il processo d’assise fu celebrato a Viterbo (1950-56) per legittima suspicione (l’isola non poveva garantire imparzialità). Nel 1952 la Corte di Viterbo concluse che le accuse di mandanti politici erano infondate: Giuliano e i suoi sodali erano gli unici responsabili, decisi a ristabilire la loro autorità dopo la sconfitta elettorale. La sentenza sottolineò come, a parte i messaggi di rivendicazione firmati dal bandito, nessun collegamento esterno alla banda fosse stato dimostrato. Le testimonianze emerse in aula, ad esempio del brigante Terranova e di Giovanni Genovese, accennarono a misteriose lettere consegnate la vigilia del massacro (lettera mai prodotta in dibattimento), ma senza nomi precisi. Giuliano stesso scrisse ai giudici due memoriali in cui rivendicava ogni colpa.
Al secondo grado (appello) del 1956 la pena venne confermata per 36 imputati (tra cui il capo bandito Mario Brontese, detto Pisa, e Giuliano stesso, benché morto nel 1950). L’unica voce discordante fu proprio quella di Gaspare Pisciotta, luogotenente e cugino di Giuliano: poco prima di morire avvelenato in carcere, nel 1954, Pisciotta parlò di un complotto che coinvolgeva il ministro dell’Interno Scelba, sostenendo di temere di essere ucciso perché sapeva «che Scelba vuol farmi uccidere» per coprire le sue “responsabilità” politiche. Queste affermazioni, benché gravi, non trovarono riscontro in sede giudiziaria.
Nel complesso i processi giudiziari attribuirono la strage alla «banda Giuliano» senza rintracciare mandanti esterni. In assenza di prove, nessuna parte politica o istituzionale fu mai formalmente indagata. L’unico risultato concreto fu l’arresto e la condanna di molti banditi siciliani. Alcuni dei quali, più tardi, saranno coinvolti anche in altri attentati post-Portella.
Ipotesi di complotto e mandanti occulti
Fin da subito la narrazione ufficiale venne messa in discussione. La grande lettera anonima attribuita al sedicente “Fronte Antibolscevico”, pervenuta subito dopo la strage, offriva il primo indizio di un disegno politico. Nella missiva, ritenuta di matrice neofascista, si rivendicavano le vittime come soldati contro il comunismo. Tuttavia i giudici romani la misero da parte, convinti che fosse un depistaggio.
Storici e giornalisti moderni hanno poi ipotizzato scenari più ampi. Alcuni ricercatori sostengono che elementi interni alle istituzioni (polizia, partiti di destra, servizi segreti italiani o persino americani) siano intervenuti dietro le quinte per usare Giuliano come “pistola” in un disegno più vasto di destabilizzazione. Secondo certe ricostruzioni, mafiosi locali e massoni, in combutta con boss latifondisti siciliani, avrebbero sfruttato la fama e l’indipendenza del bandito Giuliano come pedina per terrorizzare i contadini e bloccare il riformismo agrario. In questi schemi fu evocato anche il nome di Scelba e del governo italiano: si diceva che alcune autorità volessero dimostrare con la strage la “necessità di ordine” in Sicilia, anche sacrificando vite innocenti. Altri videro il frutto di forze dell’ordine e militari anti-comunisti (l’ombra dell’atteso “golpe Borghese” era già nell’aria).
Sintesi delle teorie concorrenti:
Teoria convenzionale: responsabili diretti Giuliano e banda; motivazione: colpire i contadini e punire il voto di sinistra; base: verbali Carabinieri, sentenza Viterbo.
Mafia/latifondisti: mandanti mafiosi locali (es. Salvatore Celeste di San Cipirello o Giuseppe Troia di S. Giuseppe Jato) in combutta con possidenti; motivazione: difesa dello status quo agrario; base: circolazione di voci, omertà di contadini, alcune testimonianze confidenziali.
Neofascisti/servizi: infiltrati fascisti (ristori delle Xª Mas) e servizi segreti (italiani/americani) che avrebbero armato o coordinato Giuliano; motivazione: inasprire lo scontro ideologico, preparare un colpo di mano anticomunista; base: rumorologia storica, alcuni documenti desecretati (rapporto CIA del 1947 segnalò l’uso politico di Giuliano), la lettera del Fronte Antibolscevico.
Teoria revisionista: Giuliano come vittima di “strage di Stato”: i mandanti sarebbero alti comandi militari o politici italiani; motivazione: prevenire influenza comunista in Sicilia; base: ricostruzioni su concessioni e squilibri post-strage (es. Pastore che a Torino, nel 1952, puntò il dito contro Scelba).
Conclusioni e questioni aperte
La strage di Portella della Ginestra rimane un “mistero italiano” proprio perché, nonostante anni di processi e commissioni, non ha portato a una verità pienamente riconosciuta su tutti gli esecutori e i mandanti. La ricostruzione dei fatti è ormai ben definita sul piano materiale. Ossia quando, come e da chi vennero sparati i colpi, ma ci sono ancora ambiguità sostanziali:
Chi consegnò la lettera della vigilia a Giuliano e perché non è mai stata trovata? (Sciortino affermò di aver fatto giungere quel foglio, poi bruciato).
Qual era il ruolo effettivo dei mafiosi locali (Salvatore Celeste di San Cipirello, Giuseppe Troia di S. Giuseppe Jato, ecc.) nell’organizzazione? Alcuni lavori documentano un loro incontro in contrada Kaggio il 28 aprile, ma non ci sono sentenze a loro carico.
In quale misura politicanti e apparati di governo erano consapevoli o coinvolti? L’accusa di Scelba (per ora senza conferma certa) resta uno degli interrogativi più dibattuti.
Come collegare Portella alla successiva ondata di violenza politica (attentati a sedi di partiti, omicidi di sindacalisti), e ai disegni eversivi nazionali (tentativi di colpo di Stato)?
Una ferita aperta nel cuore della Repubblica
Alcuni storici la definiscono la «prima strategia della tensione della Repubblica», ma i nessi complessivi sono ancora in fase di studio. Settant’anni dopo, Portella della Ginestra rimane una ferita aperta nel cuore della Repubblica, il primo oscuro laboratorio di quella strategia della tensione che avrebbe segnato la storia d’Italia. Sebbene i nomi degli esecutori materiali siano noti, le ombre sui mandanti occulti e sugli intrecci tra mafia e apparati dello Stato continuano a negare una verità piena e condivisa. Non si tratta solo di esercizio della memoria, ma di un dovere civico verso le vittime: pretendere che la luce squarci finalmente le ambiguità istituzionali. Solo la completa trasparenza sui misteri del 1947 può restituire giustizia ai contadini di Piana degli Albanesi e onorare le radici della nostra democrazia. La ricerca della verità è l’unico antidoto contro l’oblio e le trame che ancora oggi attendono un nome e un volto.
Roberto Greco