Un tempo, il silenzio era il lusso dei monaci e la condanna degli eremiti. Oggi, nell’era della riproducibilità tecnica della chiacchiera, il silenzio è diventato un’eresia, una zona morta che il mercato dell’attenzione si affretta a colonizzare con la voracità di un esercito di occupazione.
Umberto Eco diceva che i social media avevano dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Oggi siamo andati oltre: non solo hanno diritto di parola, ma hanno l’obbligo del palinsesto. Se non produci un podcast, se non carichi una “storia” in cui spieghi il nulla ai tuoi simili, se non vomiti un’opinione su un fatto che non hai compreso, semplicemente non esisti.
Siamo passati dal Cogito ergo sum allo Strepito ergo sum.
Il risultato è un’inflazione semantica che sta uccidendo il pensiero. Come in un’economia dove stampare moneta all’infinito porta alla svalutazione del pane, così la produzione industriale di “contenuti” ha ridotto il valore della parola a zero. Se tutti gridano, nessuno comunica; si produce solo un ronzio di fondo, una sorta di entropia del senso che ci rende sordi alle idee che meriterebbero, se non l’eternità, almeno un minuto di riflessione.
È giunto il momento di proporre una soluzione drastica, quasi benedettina nella sua severità: la Carbon Tax sulla parola.
Dovremmo trattare le emissioni verbali come trattiamo le emissioni di CO2. Se un influencer, un politico o un opinionista da talk show vuole immettere nell’atmosfera culturale un altro milione di parole inutili, deve pagare. Non per censura, la libertà di parola resti sacra, purtroppo, ma per compensazione ambientale. Ogni podcast di tre ore in cui due tizi discutono del nulla cosmico dovrebbe finanziare l’acquisto di testi di logica formale per le scuole elementari. Ogni tweet compulsivo dovrebbe tradursi in un centesimo destinato alla manutenzione delle biblioteche civiche, quegli antichi templi del silenzio dove il sapere non ha bisogno di essere urlato per essere vero.
I detrattori grideranno all’attentato alla democrazia. Al contrario: la vera democrazia ha bisogno di intervalli, di pause, di spazi bianchi tra le righe. La democrazia è la capacità di ascoltare l’altro, operazione impossibile in una fiera di paese permanente dove ognuno ha il suo megafono alimentato a batteria.
Limitare il numero di minuti audio e video mensili non è un atto di autoritarismo, è un atto di ecologia della mente. È un invito a riscoprire la virtù della cancellazione: prima di premere “rec” o “pubblica”, chiedersi se quel pensiero valga davvero la pena di occupare lo spazio vitale di un altro essere umano.
Probabilmente, nove volte su dieci, la risposta sarebbe un onesto, meraviglioso silenzio. Ma il silenzio non genera clic, e il clic, si sa, è l’unico dio a cui questa generazione ha deciso di sacrificare l’intelligenza.
È ora di spegnere il microfono e riaccendere il cervello. Se non altro, per risparmiare sulle tasse.
Roberto Greco