Sicilia: uno studente su quattro prigioniero del gap in matematica e scienze

È questo uno dei dati più critici che emerge dal nuovo rapporto Ocse "Studi economici dell’Ocse: Italia 2026"

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Oltre il 25% degli studenti in Sicilia termina il primo ciclo di istruzione con competenze in matematica e scienze ampiamente inferiori ai livelli attesi: è questo uno dei dati più critici e immediati che emerge dal nuovo rapporto Ocse “Studi economici dell’Ocse: Italia 2026”, un documento che delinea un quadro complesso di sfide e opportunità per l’isola. Questa fragilità educativa rappresenta il primo tassello di un mosaico preoccupante che condiziona molto l’ingresso dei giovani siciliani nel mondo del lavoro. Mentre in regioni come la Lombardia o la Valle d’Aosta la quota di studenti e studentesse con scarse competenze scende sotto il 10%, nella regione guidata da Renato Schifani la disparità formativa diventa una barriera strutturale che limita le prospettive di carriera fin dall’adolescenza.

L’istruzione come ostacolo e opportunità: da Agenda Sud agli ITS Academy

Il sistema scolastico siciliano si trova a gestire una transizione difficile. Nonostante i tassi di abbandono scolastico in Italia siano migliorati nell’ultimo decennio, scendendo dal 15% al 9,3%, la Sicilia continua a mostrare fragilità superiori alla media nazionale. Per rispondere a questa emergenza, il rapporto Ocse evidenzia l’importanza di iniziative come “Agenda Sud”, che ha destinato finanziamenti a oltre 2mila scuole delle regioni meridionali per potenziare il tutoraggio e ridurre i divari di apprendimento. Tuttavia, non è solo la scuola dell’obbligo a soffrire: l’istruzione terziaria in Italia vede solo il 30,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni in possesso di una laurea, un valore tra i più bassi dell’Ocse che in Sicilia è ulteriormente aggravato da un forte disallineamento (mismatch) tra le competenze offerte e quelle richieste dalle imprese. Una luce di speranza è rappresentata dall’espansione della rete degli Istituti Tecnologici Superiori (ITS Academy). Sebbene la partecipazione sia stata storicamente bassa nel Sud, le recenti riforme del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) stanno cercando di potenziare questi percorsi post-diploma, che vantano un tasso di occupazione dell’84% entro un anno dal completamento. Rafforzare questi legami tra università, istituti tecnici e industria locale è ritenuto fondamentale per trattenere i talenti sul territorio.

Il dramma dei Neet e la “fuga di cervelli”

Il riflesso diretto delle carenze educative è l’allarmante tasso di Neet (giovani che non studiano e non lavorano). Nell’area del Sud e delle Isole, oltre un giovane su cinque (più del 20%) tra i 15 e i 29 anni si trova in questa condizione di inattività. Questa situazione non è solo una perdita economica, stimata in circa l’1% del Pil nazionale ogni anno, ma una ferita sociale che alimenta la povertà e l’emigrazione. Il rapporto Ocse sottolinea come il tasso di emigrazione giovanile abbia raggiunto i livelli più alti degli ultimi 25 anni: circa il 50% di chi lascia l’Italia possiede una laurea, una “fuga di cervelli” che sottrae alla Sicilia le sue energie più qualificate proprio nei settori tecnici e specialistici dove la carenza di manodopera è più sentita.

Barriere di genere e fragilità dei servizi per l’impiego

Le giovani donne siciliane affrontano sfide ancora più aspre. Nelle regioni meridionali, solo il 35,3% delle madri lavora, a causa di un accesso limitato ai servizi di assistenza all’infanzia e di una distribuzione diseguale dei carichi di cura familiari. Il Pnrr mira a creare 150.500 nuovi posti negli asili nido per colmare questo divario, ma i progressi finora sono stati lenti, specialmente nel Mezzogiorno. A questo si aggiunge la debolezza dei Servizi Pubblici per l’Impiego (SPI): in Italia solo il 2,6% delle persone in cerca di lavoro trova impiego tramite questi uffici, e le disparità di finanziamento regionale rendono l’accesso ai servizi ancora più difficile in Sicilia rispetto al Nord. Molti giovani dell’isola finiscono così per dipendere dalle reti familiari o dal lavoro informale, restando intrappolati in contratti a tempo determinato (che per i 15-24enni raggiungono il 53%) o in occupazioni a bassa produttività.

Produttività e confronto con il resto d’Italia

Il confronto tra la Sicilia e il resto d’Italia evidenzia una nazione che viaggia a velocità molto diverse. Sebbene l’occupazione totale in Italia abbia raggiunto il record storico del 62,6%, la crescita si è concentrata in larga parte su contratti a bassa qualifica nel turismo e nelle costruzioni. La produttività del lavoro in Sicilia e nel Mezzogiorno resta inferiore di circa il 20% rispetto alla media nazionale, una distanza che riflette la predominanza di micro-imprese a bassa produttività (che impiegano oltre il 60% dei lavoratori in Italia) e un minor livello di investimenti in beni immateriali e R&S. Mentre il Nord beneficia di una maggiore densità di imprese grandi e innovative, la Sicilia deve fronteggiare tassi di inattività e povertà lavorativa molto più elevati. Solo attraverso una riforma profonda che combini il potenziamento dei servizi per l’impiego, la riduzione permanente del cuneo fiscale per i giovani e la stabilizzazione dei ricercatori universitari (attualmente molti sono assunti solo a tempo determinato tramite Pnrr), la Sicilia potrà trasformare le sue risorse naturali e tecnologiche in un volano di crescita duratura per le nuove generazioni.

Mario Catalano

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