Selinunte, dove l’archeologia si fa pane: il rinascimento dei grani antichi

A Selinunte, la geografia non è un caso, ma un atto di devozione. I campi di Perciasacchi, Russello e Tumminia sono stati piantati in modo che lo sguardo converga verso il Tempio C

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La valorizzazione di Selinunte oggi passa anche attraverso l’esperienza diretta. I campi coltivati a grani antichi siciliani lungo il fiume Cottone o in contrada Bagliazzo sono aperti al pubblico

Esiste un luogo dove la storia non si legge solo nei fregi dei templi, ma si respira nel profumo del pane appena sfornato e si ammira nell’oro dei campi che ondeggiano al vento. Nel Parco Archeologico di Selinunte, il più grande d’Europa, è in corso una rivoluzione silenziosa e profumata: il recupero dell’identità territoriale attraverso la coltivazione dei grani antichi.

Un legame sacro tra terra e architettura

A Selinunte, la geografia non è un caso, ma un atto di devozione. I campi di Perciasacchi, Russello e Tumminia sono stati piantati in modo che lo sguardo converga verso il Tempio C. Non si tratta solo di agricoltura, ma di un “abbraccio sincero” tra le vestigia del passato e la vitalità del presente. Questi grani, rinati sugli stessi terreni che li ospitavano millenni fa, rappresentano il ritorno a una biodiversità che sembrava perduta. «Recuperiamo parte della nostra identità, quella più autentica perché nasce dalla terra. Siamo “guardiani” contemporanei» afferma il direttore del Parco, l’agronomo Felice Crescente.

Dalla Valle dei Templi alle tavole di Dubai

Il progetto, nato dalla sinergia tra il Parco e l’azienda Molini Del Ponte di Castelvetrano, ha varcato i confini siciliani per raggiungere le vette dell’alta cucina mondiale. La qualità di queste farine, ottenute tramite antiche macine a pietra naturale, ha convinto i palati più esigenti del pianeta Come, ad esempio Niko Romito, Lo chef tristellato che ha scelto la farina Perciasacchi per la sua celebre pagnotta a lievitazione naturale, servita al Bvlgari Resort di Dubai. Oppure L’Armani Hotel di Dubai, dove la cucina del grattacielo più alto del mondo, il celebre Burj Khalifa, guarda con interesse al Russello siciliano. Infine Ciccio Sultano, il Maestro del ristorante Duomo di Ragusa ha già richiesto la pasta prodotta con questi grani per i suoi piatti iconici.

Questa “diplomazia del gusto” ha portato il marchio del Parco Archeologico di Selinunte a essere protagonista in fiere internazionali di prestigio, dal SIGEP di Rimini all’Host Arabia di Riyadh.

Tradizione artigianale e visione contemporanea

Il successo dell’operazione risiede nel delicato equilibrio tra passato e futuro. Filippo Drago, anima di Molini Del Ponte, sottolinea come «l’uso di metodi artigianali non esclude l’impiego di ritrovati tecnici contemporanei per garantire l’eccellenza».

Il risultato è una gamma di prodotti che spazia dal couscous ai formati di pasta tipici come le busiate e gli “abbracci”, disponibili non solo nei ristoranti d’élite, ma anche per i visitatori del Parco presso il punto di ristoro nel Baglio Florio.

Un Parco da vivere (e da mangiare)

La valorizzazione di Selinunte oggi passa anche attraverso l’esperienza diretta. I campi lungo il fiume Cottone o in contrada Bagliazzo sono aperti al pubblico. I turisti non sono più solo spettatori di pietre millenarie, ma possono immergersi in un’agricoltura sostenibile e autentica, visitando le colture previa richiesta.

È la testimonianza di come un sito archeologico possa smettere di essere un museo statico per diventare un ecosistema vivo, capace di nutrire il corpo, oltre che lo spirito.

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