L’isola dell’idrogeno: la nuova “Syracuse Valley”. Un’inchiesta sulla riconversione delle aree industriali di Priolo e Augusta

La domanda, come sempre, è se il progetto resisterà alla prova dei fatti o se resterà l’ennesima cattedrale nel deserto in una terra che di promesse non mantenute ha già riempito i suoi archivi

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Per decenni, Priolo e Augusta sono stati sinonimo del più grande polo petrolchimico d’Italia, un colosso della raffinazione che, tra lavoro e malattie professionali, ha plasmato l’identità di un territorio. Oggi, quel lembo di costa siracusana è al centro di una promessa diversa: diventare la “Syracuse Valley” dell’idrogeno verde, un esperimento di riconversione industriale che potrebbe trasformare la Sicilia da periferia energivora a ponte energetico tra il Nord Africa e l’Europa. Ma la domanda, come sempre, è se il progetto resisterà alla prova dei fatti o se resterà l’ennesima cattedrale nel deserto in una terra che di promesse non mantenute ha già riempito i suoi archivi.

Ecco a voi Hynego

Il piano ha un nome: Hynego. Presentato ufficialmente nel 2025, è un accordo preliminare tra Isab (la società che gestisce la raffineria di Priolo, considerata sito di interesse strategico nazionale), la holding energetica francese Enego e il colosso svizzero delle rinnovabili Axpo. L’obiettivo è tanto semplice quanto ambizioso: installare un elettrolizzatore da 100 MW, alimentato da fonti rinnovabili, per produrre idrogeno “verde” (ottenuto per elettrolisi dell’acqua usando energia pulita) da destinare alla raffineria, in sostituzione dell’attuale idrogeno “grigio” (ricavato dal gas naturale con conseguenti emissioni di CO₂). L’investimento iniziale è di oltre 200 milioni di euro, ma il progetto è già pensato per essere scalabile fino a una capacità di 300 MW, con la possibilità di rifornire anche altri siti industriali dell’area, la mobilità sostenibile locale e di offrire servizi alla rete energetica regionale. La strada è tracciata: lo studio di fattibilità è in corso, l’iter autorizzativo sarebbe dovuto partire entro l’estate del 2025 e, se i tempi saranno rispettati, l’impianto potrebbe entrare in funzione nel 2027.

L’iniziativa non nasce nel vuoto. La Regione Siciliana ha stanziato 31 milioni di euro per costruire una filiera dell’idrogeno che copra l’intera catena del valore, dalla produzione alla distribuzione fino agli usi finali nei trasporti e nell’industria, in linea con gli investimenti già attivati attraverso il PNRR. L’area tra Catania e Siracusa è destinata a diventare una vera e propria Hydrogen Valley, di cui Hynego è solo il tassello più ambizioso, affiancato da progetti come la Hydrogen Valley di Giammoro e l’impianto per la mobilità di Partinico.

La Sicilia porta d’ingresso per l’idrogeno low-cost

Ma la vera partita si gioca su scala più ampia. Se Priolo è il cuore produttivo, la Sicilia ambisce a essere la porta d’ingresso europea per l’idrogeno a basso costo prodotto nel deserto nordafricano. È qui che entra in scena il South H2 Corridor, un’infrastruttura di oltre 3.300 chilometri di gasdotti (in gran parte riconvertiti da quelli esistenti del gas naturale) che collegherà i siti di produzione in Algeria e Tunisia alla Sicilia (punto di approdo a Mazara del Vallo), per poi risalire l’Italia e arrivare in Austria e Germania. Il progetto, sostenuto dai governi di Italia, Germania, Austria, Algeria e Tunisia e inserito dall’Unione Europea tra i “progetti bandiera” dell’iniziativa Global Gateway, promette una capacità di importazione di 4 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno, coprendo da solo il 40% del target di importazione fissato dal piano REPowerEU per il 2030. L’infrastruttura, gestita da operatori come Snam per il tratto italiano, TAG e Gas Connect Austria per quello austriaco e bayernets per la Germania, dovrebbe essere operativa entro il 2030.

I protagonisti di questa scommessa non hanno risparmiato dichiarazioni roboanti. Alfonso Morriello, amministratore delegato di Enego, ha definito Hynego “un traguardo importante, nato con la collaborazione di numerosi enti locali e le competenze scientifiche del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Catania” e ha parlato di un “progetto pionieristico sull’idrogeno per la Sicilia” che darà “un contributo rilevante agli obiettivi di decarbonizzazione dell’UE”. Livia Pastore di Axpo ha sottolineato come il progetto possa “contribuire alla stabilità e allo sviluppo dell’economia locale del distretto di Priolo”. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha evidenziato che “il successo di un progetto ambizioso come il Corridoio meridionale dell’idrogeno non può che passare attraverso un coordinamento tecnico e politico strettissimo e costante”, auspicando che la dorsale nordafricana entri nella lista dei progetti di interesse comune UE.

Tuttavia, proprio la distanza tra queste dichiarazioni e la realtà del territorio è il punto su cui si gioca la credibilità dell’intera operazione. La Sicilia ha un rapporto complicato con le “cattedrali nel deserto” – infrastrutture faraoniche calate dall’alto, spesso slegate dal tessuto economico e sociale locale, destinate a rimanere contenitori vuoti o a generare sviluppo altrove. I sindacati hanno già lanciato un allarme: “Manca una strategia per la riconversione” dell’intero polo petrolchimico, un sito che ha tutte le potenzialità per diventare un modello nazionale di riconversione sostenibile, ma per cui “serve coraggio politico, e serve ora”.

Tra criticità tecniche ed economiche

Le criticità tecniche ed economiche non sono meno rilevanti. Giovanni Musso, amministratore delegato di Irem, pur riconoscendo le potenzialità dell’idrogeno, ha ricordato in una recente trasmissione televisiva che “produrre un solo chilo di idrogeno verde richiede un consumo energetico enorme, pari a quello di 20 appartamenti. Parliamo di circa 130 euro per megawattora. L’unica soluzione sostenibile è produrlo in aree ad alto irraggiamento solare”, come i deserti nordafricani, ma questo sposta solo il problema della competitività economica e della dipendenza energetica. Non solo: a oggi, né l’Algeria né la Tunisia dispongono di una capacità rinnovabile significativa né di impianti di produzione di idrogeno verde su larga scala, se non un paio di esperienze pilota. Il South H2 Corridor rischia di diventare un tubo vuoto per molti anni, in attesa che a monte si materializzino investimenti produttivi per miliardi di dollari. Parallelamente, la stessa Isab ha chiesto uno “schema di incentivi che possa garantire lo sviluppo industriale del distretto e quindi la transizione energetica”, segnalando implicitamente che senza un supporto pubblico continuativo, la sostenibilità economica dell’operazione è tutta da dimostrare.

La vera posta in gioco va oltre i megawatt e i chilometri di tubature. La domanda è se l’idrogeno verde potrà davvero rappresentare un volano di sviluppo locale, creando posti di lavoro qualificati, indotto, e un ecosistema di innovazione che coinvolga le università e le imprese locali. Gli ingredienti per una “Syracuse Valley” ci sono: una posizione geografica baricentrica nel Mediterraneo, la presenza di un distretto industriale energivoro con know-how nella gestione di processi complessi, la vicinanza a fonti rinnovabili potenzialmente illimitate dall’altra sponda del canale di Sicilia. Ma gli esempi passati insegnano che senza una regia pubblica forte, una pianificazione territoriale che leghi gli investimenti alle bonifiche e alla riqualificazione ambientale (la questione delle bonifiche nell’area di Augusta-Melilli-Priolo è ancora irrisolta), e un coinvolgimento reale delle comunità locali, il rischio di fallimento è alto.

Un test sulla maturità politica dell’isola

L’Isola dell’Idrogeno è molto più di un progetto industriale: è un test di maturità per la politica energetica italiana ed europea. Se funzionerà, la Sicilia potrà davvero diventare il ponte energetico tra due continenti, trasformando il vecchio petrolchimico in un distretto dell’innovazione sostenibile. Se fallirà, resterà a ricordarci che le rivoluzioni energetiche non si fanno solo con gli accordi preliminari e le conferenze stampa, ma con la capacità di radicare gli investimenti nel territorio, creando valore per chi lo abita. La scommessa è aperta, e come tutte le scommesse che si rispettino, può essere vinta o persa nei dettagli.

Roberto Greco

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