Pasta con i tenerumi: il “tesoro verde” della Sicilia

Tipica verdura siciliana dalle foglie a forma di cuore, la si può gustare a minestra o come pastasciutta

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La pasta con i tenerumi è una prelibatezza tutta siciliana, caratterizzata da verdure con le foglie a forma di cuore. La si può preparare a minestra o come pastasciutta ed è tipica della stagione estiva. Queste verdure sono i germogli, i viticci e le foglie della Lagenaria Longissima, ovvero della famosa zucchina lunga siciliana, nota anche come zucchina serpente, che può crescere sino a raggiungere un metro d’altezza con le sue preziose foglie.

Questa pietanza ha un sapore delicato e rinfrescante, perfetto anche per combattere il caldo afoso dell’Isola.

Gli ingredienti per un’ottima pasta con i tenerumi, oltre a queste foglie verdi a forma di cuore, sono pezzetti di caciocavallo, aglio e pomodoro a tocchetti. La pasta? Rigorosamente spezzata: che sia il tipo margherita o spaghetti. Il segreto della ricetta? Cuocere la pasta nella stessa acqua dove sono stati lessati i tenerumi.

L’uso di queste verdure conserva una tradizione antica che si intreccia con la storia della Sicilia. Infatti già i fenici coltivavano la “cucuzza”, che poi trovò grande diffusione tra i contadini.

L’utilizzo dei tenerumi per condire la pasta affonda le sue origini nel ragusano ma è nel capoluogo siciliano che si evolve da piatto povero ad una specialità gastronomica tipica.

Talmente buoni che persino il commissario Montalbano li gusta nel racconto “Il cane di terracotta” di Andrea Camilleri:

«Il tinnirume, foglie e cime di cucuzzeddra siciliana, quella lunga, liscia, di un bianco appena allordato di verde, era stato cotto a puntino, era diventato di una tenerezza, di una delicatezza che Montalbano trovò addirittura struggente. Ad ogni boccone sentiva che il suo stomaco si puliziava, diventava specchiato come aveva visto fare a certi fachiri in televisione.

“Come lo trova?” spiò la signora Angelina.

“Leggiadro” disse Montalbano. E alla sorpresa dei due vecchi arrossì, si spiegò. “Mi perdonino, certe volte patisco d’aggettivazione imperfetta”.»

Serena Marotta

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