La tensione a Palermo è palpabile e non trova requie. A tenere banco, in queste ore, è il rogo che ha devastato il nuovo showroom di Sicily by Car a Villagrazia di Carini: venti auto in fiamme, dieci delle quali ridotte a cumuli di lamiere contorte. Un copione analogo a quanto già visto il 21 marzo scorso, quando un altro deposito della stessa azienda venne crivellato da una raffica di kalashnikov. La benzina ritrovata sul luogo dell’incendio la dice lunga sulla matrice dolosa, e il presidente della Regione, Renato Schifani, dopo essersi rifugiato in uno sterile rituale di “vicinanza” e “preoccupazione”, lo è andato a trovare in azienda per portare personalmente la solidarietà dell’istituzione che rappresenta. Ma questo, mi duole dirlo, è solo il cosidetto “minimo sindacale”.
Ma questo rogo, a ben vedere, è solo l’ultimo atto di una strategia che si fa sempre più violenta e preoccupante. Per comprendere davvero il baratro in cui sta precipitando la provincia di Palermo, occorre alzare lo sguardo e osservare il quadro complessivo. E il quadro, cari lettori, è quello di una mafia che non solo non è stata sconfitta, ma che sta provando a rialzare la testa con una ferocia inedita. Le intimidazioni si susseguono senza soluzione di continuità: quattro furgoncini incendiati al Cep, un’agenzia immobiliare data alle fiamme in via Don Orione, il ristorante “Il Brigantino” a Sferracavallo fatto oggetto di una trentina di colpi di kalashnikov. E ancora, la proliferazione di armi: pistole, fucili e kalashnikov. Che circolano con un’allarmante facilità, alimentando un clima di terrore che la politica sembra non voler (o non saper) governare.
E se il presente è cupo, il futuro appare ancora più minaccioso, minato dal ritorno di attori criminali che credevamo definitivamente consegnati alla storia giudiziaria. A Palermo, come riportano le cronache, hanno fatto ritorno in libertà boss del calibro di Calogero Lo Piccolo e Giovanni Serio, figure apicali della riorganizzazione di Cosa nostra dopo le stragi. Calogero Lo Piccolo, figlio del “barone” Salvatore, è tornato in circolazione nello scorso luglio e non ha mai smesso di esercitare un’influenza diretta sugli equilibri del territorio. Nemmeno dietro le sbarre. I Serio, dal canto loro, erano stati scelti proprio per volontà diretta dei Lo Piccolo come reggenti del mandamento di San Lorenzo, un legame che le indagini hanno definito esplicitamente: «Serio vuol dire Lo Piccolo». Il loro ritorno sulla scena, insomma, non è un caso isolato, ma il tassello di un disegno preciso di restaurazione del potere mafioso.
Cosa Nostra, però, non può vivere di solo passato. Deve ringiovanire, deve assicurarsi la manovalanza del futuro. Ed è qui che il quadro si fa drammaticamente nitido. Il Procuratore generale di Palermo, Lia Sava, aveva lanciato un allarme che suona come una vera e propria condanna per una società che ha smarrito la bussola: «C’è una grande “voglia di mafia e di ‘mafiare’” che è ben lungi dal scomparire». E ha sottolineato come la povertà, la crisi di valori e la carenza di strutture pubbliche spingano i soggetti più fragili «ad accettare l’offerta deviante del crimine organizzato». Ecco la parola chiave: “mafiare”. Non solo essere semplicemente mafiosi, ma agire da mafiosi, riprodurre quei comportamenti violenti e prevaricatori come se fossero l’unica strada percorribile.
La Procura stessa descrive un fenomeno preoccupante: giovani che “si mettono in mostra”, che ostentano ricchezza e potenza di fuoco come biglietto da visita per attirare l’attenzione dei vecchi padrini e aspirare a un posto nella gerarchia criminale. Lo stesso Procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, ha confermato che la mafia «continua a essere attrattiva per i giovani perché non ci sono alternative valide». Assistiamo, dunque, alla paradosso più amaro: mentre le istituzioni celebrano i riti della legalità, giovani disperati e senza futuro, armati fino ai denti, sgomitano per entrare a far parte di un’organizzazione che li vuole solo pedine sacrificabili nella sua partita di potere.
E la risposta della politica? Imbarazzante, nella sua insipienza. Si parla di inviare l’esercito per le strade, come se fossimo in una Baghdad martoriata dalla guerra, mentre la vera battaglia è sociale, culturale, ed economica. Si pensa a presidi militari, quando invece si dovrebbero aprire i cantieri del lavoro e della dignità. Finché un ragazzo dello Zen troverà più facile e redditizio imbracciare un kalashnikov che studiare o lavorare, ogni riforma sarà destinata a fallire. Perché la mafia, cari lettori, non è solo un fatto di ordine pubblico. E’, prima di tutto, un fatto di mancanza di alternative. E in una Palermo abbandonata a se stessa, il richiamo del “mafiare” rischia di diventare, per troppi giovani, l’unica risposta al degrado e alla disperazione. Una resa che non possiamo e non vogliamo accettare.
Roberto Greco
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