Il paradosso italiano: un Paese che invecchia e non sostiene chi vorrebbe figli

Per il quarto anno consecutivo, l’Isola si trova a chiudere la graduatoria, superata persino dalla Puglia (92,226) e dalla Basilicata (92,276)

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Uno dei passaggi più rivelatori del Dossier riguarda le giovani generazioni. Tra gli adolescenti di 14-19 anni, il desiderio di avere figli è ancora diffuso, e tra i 15-16enni l’79,4% considera i figli una componente importante del proprio futuro

C’è una fotografia che l’undicesima edizione del Dossier Le Equilibriste di Save the Children consegna all’Italia del 2026, ed è un’immagine nitida e insieme scomoda. Quella di un Paese che da quasi mezzo secolo vive una crisi demografica strutturale, l’ultima volta che si è superata la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna risale al 1976, ma che continua a rendere la genitorialità un percorso ostico, diseguale e spesso penalizzante, in particolare per le donne. Nel 2025 le nascite sono state circa 355mila, con un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. E l’età media al primo parto ha superato i 31 anni, avvicinandosi ai 32, con un aumento di oltre sei anni nell’arco di due generazioni. Il rinvio della maternità non è più una peculiarità del Centro-Nord: si è esteso a tutto il territorio, diventando un tratto strutturale del Paese.

Ma il Dossier, curato da Alessandra Minello con il supporto di ISTAT e di numerose esperte, non si limita a registrare numeri. Va oltre, e lo fa scegliendo una lente di ingrandimento precisa: quella delle condizioni materiali, culturali ed emotive che rendono oggi la scelta di avere figli, o di non averli, un equilibrio instabile, appunto da equilibriste. Il titolo non è casuale. Le equilibriste sono le madri che cercano di tenere insieme lavoro e cura in assenza di diritti adeguati, ma anche le donne che, prima ancora di diventare madri, devono misurare costi, vincoli e possibilità di una scelta che dovrebbe essere libera e troppo spesso non lo è.

Giovani, desideri e ostacoli: lo scarto tra ciò che si vuole e ciò che si può

Uno dei passaggi più rivelatori del Dossier riguarda le giovani generazioni. Tra gli adolescenti di 14-19 anni, il desiderio di avere figli è ancora diffuso (72,4%), e tra i 15-16enni l’79,4% considera i figli una componente importante del proprio futuro. Ma quando si passa dalle intenzioni di lungo periodo alla progettualità concreta a breve termine, il quadro cambia radicalmente. Tra le giovani donne di 18-24 anni, solo una quota minima dichiara di volere un figlio entro tre anni (3,4% “certamente sì”, 11,4% “probabilmente sì”). Il motivo? Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni afferma di non avere condizioni lavorative adeguate per fare un figlio.

A pesare è un intreccio di fattori che il Dossier analizza con grande attenzione: l’instabilità occupazionale giovanile, la difficoltà di accesso alla casa (in Italia si lascia la famiglia d’origine in media a 30,1 anni contro i 26,2 della media UE, e l’81% dei 20-29enni vive ancora con i genitori), il costo della vita, ma anche una consapevolezza precoce dei costi lavorativi della maternità. Significativamente, il 43,7% dei giovanissimi uomini (18-24 anni) ritiene che le condizioni lavorative della partner possano peggiorare con l’arrivo di un figlio, mentre solo il 15% delle donne della stessa età teme effetti negativi sul lavoro del partner. È come se il costo della maternità fosse già scritto, già interiorizzato, e ricadesse inequivocabilmente su di loro.

La child penalty: quando un figlio costa una carriera

Il cuore del Dossier è però l’analisi della child penalty, la penalizzazione occupazionale, reddituale e di carriera che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio. In Italia, questa penalizzazione è del 33%. Un dato allarmante, che significa che circa il 60% del divario di genere occupazionale è spiegato proprio dalla maternità. I dati ISTAT mostrano che il tasso di occupazione delle madri tra 25 e 54 anni con almeno un figlio in età prescolare si ferma al 58,2%, contro il 66,1% delle donne senza figli nella stessa fascia. Tra i padri, invece, la nascita di un figlio produce l’effetto opposto: il loro tasso di occupazione sale dal 78,1% (senza figli) al 92,8% (con figli minori).

La penalizzazione non è solo occupazionale, ma anche salariale. Nel settore privato, la retribuzione delle madri crolla di circa il 14% già nell’anno della nascita, e nei periodi successivi la perdita arriva al 30%. Nel pubblico, per contro, il calo si ferma attorno al 5% e poi al 14%. Il settore pubblico appare quindi più protettivo, mentre nel privato la maternità si traduce in una perdita economica ampia e duratura.

Barbara Petrongolo, economista all’Università di Oxford, citata nel Dossier, sintetizza così il problema: “I costi della maternità in Italia sono più elevati che in altri Paesi europei per una combinazione di fattori istituzionali e culturali. Il supporto pubblico alla cura dei bambini è più limitato, e il divario tra madri e padri nel tempo dedicato alla cura è molto più ampio”. A ciò si aggiunge una dimensione culturale: una quota molto elevata di italiani ritiene che “i bambini soffrano se la madre lavora”, una percentuale nettamente superiore alla media europea.

Il divario Nord-Sud e la fuga delle laureate

Il Dossier, grazie a un approfondimento curato da SVIMEZ, mette in luce un fenomeno drammatico e spesso sottovalutato: l’emorragia di giovani donne istruite dal Mezzogiorno. Nel 2024, le under35 meridionali che hanno trasferito la propria residenza al Centro-Nord sono state oltre 200mila nell’ultimo decennio, con una perdita media annua stabile tra le 18 e le 19mila unità. Ma ciò che colpisce è la selettività di questa migrazione: l’incidenza delle laureate tra le giovani migranti meridionali è passata dal 47% del 2014 al 70% nel 2024. Non sono solo le donne a cercare opportunità altrove, ma le più qualificate, quelle che potrebbero contribuire maggiormente allo sviluppo del Sud.

Le ragioni sono strutturali: l’economia meridionale, pur in crescita, si espande in settori a bassa produttività che non assorbono competenze elevate; e quando ci sono posizioni qualificate, tendono ad essere appannaggio maschile. Il caso delle discipline STEM è emblematico: in tutte le regioni italiane la percentuale femminile nei corsi universitari scientifici supera il 40%, tra i valori più alti in Europa, ma le imprese meridionali assumono quasi esclusivamente uomini per quei profili. L’effetto è che queste giovani donne fuggono, e diventeranno madri altrove – al Nord o all’estero – depauperando il Sud non solo di capitale umano, ma anche di potenziali nuovi nati.

Politiche frammentate e servizi insufficienti

La terza parte del Dossier è impietosa nel valutare le politiche pubbliche. La Legge di Bilancio 2026, pur avendo stanziato risorse per il “Bonus Mamme” (60 euro mensili per le madri di due o più figli con reddito sotto i 40mila euro) e per modifiche all’ISEE, viene descritta come l’ennesimo intervento frammentato, temporaneo e senza una visione strategica. Francesca Luppi, demografa all’Università Cattolica di Milano, osserva che “non esistono politiche familiari con effetti universali: i bisogni sono eterogenei e richiedono strumenti flessibili”. Eppure, l’Italia continua a privilegiare bonus spot e una tantum, come quello da 60 euro, che finisce per beneficiare soprattutto famiglie dei quinti centrali di reddito, non quelle più fragili.

Il vero nodo, però, sono i servizi per l’infanzia. La copertura dei posti asilo nido pubblici si attesta al 18,5% (posti ogni 100 bambini 0-2 anni), ancora lontana dall’obiettivo europeo del 45%. E i divari territoriali sono abissali: si va dal 40,5% del Friuli-Venezia Giulia al 6-8% di Calabria, Campania e Sicilia. Il PNRR, che ha investito risorse significative per i servizi educativi, potrebbe portare la copertura media al 38,5% entro il 2027, riducendo i divari, ma il Dossier rileva che a fine 2025 solo il 13% dei progetti era concluso o in chiusura, con forti ritardi, specialmente al Sud.

Il Mothers’ Index: una fotografia regionale

Il Dossier si chiude con il Mothers’ Index 2026 a cura di ISTAT, un indice composito che misura la condizione delle madri in sette dimensioni (demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva, violenza). L’Italia nel 2025 ha un valore di 101,46 (base 100 nel 2022), in lieve peggioramento rispetto ai due anni precedenti. A guidare la classifica è l’Emilia-Romagna (110,115), seguita dalla Provincia di Bolzano (106,334) e dalla Valle d’Aosta (105,718). In fondo, stabilmente, le regioni del Mezzogiorno.

La Sicilia: ultima tra le ultime

Per la Sicilia, il Mothers’ Index riserva una posizione che è ormai una triste costante: il ventunesimo e ultimo posto, con un valore di 91,93, ben al di sotto della media nazionale. Per il quarto anno consecutivo, l’Isola si trova a chiudere la graduatoria, superata persino dalla Puglia (92,226) e dalla Basilicata (92,276). Ma al di là del dato sintetico, a preoccupare sono i singoli domini che compongono l’indice.

Il dominio “Lavoro” della Sicilia crolla a 79,614, uno dei valori più bassi d’Italia. Il tasso di occupazione delle madri con figli minori è drammaticamente inferiore alla media nazionale, e il ricorso al part-time involontario è elevato. Le donne siciliane che diventano madri spesso escono dal mercato del lavoro e faticano a rientrarvi, anche a causa della scarsità di servizi di cura. Il dominio “Servizi” è ancora più impietoso: 80,300. La copertura dei posti asilo nido pubblici in Sicilia si ferma al 7,9% (dato 2023/2024), meno della metà della media nazionale (18,5%) e a distanza siderale dal target europeo del 45%. Significa che su 100 bambini tra 0 e 2 anni, solo 8 trovano un posto in una struttura pubblica. Il Dossier rileva che, anche dopo gli investimenti del PNRR, la Sicilia resterebbe sotto l’obiettivo del 33% di copertura, con soli 27 posti ogni 100 bambini. La domanda di servizi, intanto, cresce, e le liste d’attesa si allungano.

Il dominio “Demografia” della Sicilia fa invece segnare 102,571, leggermente sopra la media nazionale. Non è un paradosso: l’isola ha ancora tassi di fecondità relativamente più alti rispetto al Centro-Nord, ma si tratta di un vantaggio che rischia di essere effimero. Perché molte di quelle giovani donne che potrebbero diventare madri, invece, scelgono la strada della migrazione. Il box SVIMEZ non cita esplicitamente la Sicilia, ma il suo meccanismo vale pienamente per l’isola: le giovani laureate siciliane fuggono al Nord o all’estero, spinte da un mercato del lavoro che non valorizza le loro competenze e da un sistema di servizi inadeguato. Diventeranno madri altrove, e la Sicilia perderà non solo talento, ma anche nascite.

Il dominio “Salute” della Sicilia (92,554) è anch’esso sotto la media nazionale, con un quoziente di mortalità infantile in lieve aumento e una dotazione di consultori familiari insufficiente. Solo sul fronte della “Violenza” l’isola ottiene un punteggio decente (106,499), ma ancora al di sotto della media italiana (113,149). In sintesi, la Sicilia è l’emblema del fallimento delle politiche di sostegno alla genitorialità: un territorio dove diventare madre significa spesso rinunciare al lavoro, dove non ci sono asili nido, dove le giovani più istruite scelgono di andare via. E finché non si investirà in servizi educativi, in politiche abitative e in occupazione di qualità per le donne, il fanalino di coda della classifica resterà saldamente al suo posto.

Servono riforme strutturali, non bonus spot

Il Dossier si chiude con una serie di raccomandazioni chiare e articolate. Save the Children chiede innanzitutto una riforma complessiva del sistema dei congedi, superando l’attuale distinzione tra congedi di maternità/paternità e parentali a favore di un modello di congedi genitoriali individuali, adeguatamente retribuiti e parzialmente non trasferibili. Chiede inoltre di potenziare l’Assegno Unico Universale, aumentando gli importi e prevedendo una maggiorazione strutturale per la fascia 0-3 anni, quando i costi economici e organizzativi della genitorialità sono più alti.

Sul fronte dei servizi, l’organizzazione sollecita il raggiungimento entro il 2027 del Livello Essenziale della Prestazione (LEP) di presa in carico almeno del 33% dei bambini 0-2 anni in ogni Comune, per arrivare al 45% entro il 2030. E chiede di ridurre progressivamente le rette, fino alla gratuità per le famiglie con ISEE sotto i 26mila euro. Infine, raccomanda di superare l’approccio emergenziale e frammentato che oggi caratterizza le politiche per la natalità, orientandosi invece verso interventi strutturali e universalistici, capaci di accompagnare le persone lungo l’intero ciclo di vita.

Perché, come si legge nelle conclusioni, “non si parte dai figli che mancano, ma dalle condizioni che ancora mancano alle donne e alle famiglie per poterli avere, quando e se lo desiderano”. Un cambio di prospettiva radicale, di cui l’Italia – e la Sicilia in particolare – hanno un disperato bisogno.

Roberto Greco

Leggi anche “L’eclissi demografica italiana: il fallimento dei sussidi e la desertificazione sociale della Sicilia”

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