“Ottant’anni di Statuto Siciliano”, il libro di Riccardo Compagnino

La presentazione si è tenuta presso l’aula magna della facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli studi di Palermo

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“Ottant’anni di Statuto Siciliano”, il libro del noto studioso di Finanza Pubblica, Prof. Riccardo Compagnino, edito dal Centro Studi Enti Locali, è stato presentato ieri 7 maggio presso l’aula magna della facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli studi di Palermo.

Dell’attuazione, o della “non attuazione”, dello Statuto della Regione Siciliana ne abbiamo parlato altre volte, ed ogni volta, nell’evidenziare la scarsissima reale  efficacia di questo strumento legislativo di natura costituzionale, abbiamo pure sottolineato la mancanza di una ferma e decisa volontà politica di pretendere dallo Stato nazionale quanto previsto dalla legge, segnatamente dal nostro Statuto speciale.

Il problema sta nel fatto che,  nonostante siano trascorsi quasi  80 anni dal giorno in cui è stato pubblicato lo Statuto della Regione Siciliana, norma di rango costituzionale approvata con il R.D.L. 15 maggio 1946, n. 455, noi Siciliani,  dopo tanti anni di autonomia,  purtroppo non riusciamo ancora a vedere quei frutti che, nel 1946, si pensava di potere ottenere.

Ma il problema diventa ancora più grave a causa del fatto che sui reali motivi della mancata efficace realizzazione dello Statuto, nonostante i numerosissimi convegni e dibattiti di ogni tipo, solo pochissime persone hanno manifestato la realtà.

Troppe volte  autorevoli rappresentanti delle Istituzioni hanno evitato o semplificato il problema.

Per dare un vero impulso a questo strumento legislativo, sarebbe stato necessario intervenire sin dall’inizio  in maniera decisa, anziché attendere i numerosi decenni già trascorsi,  prima di cominciare a chiedere allo Stato Centrale, molto  timidamente, quello che ci spettava di diritto.

Una comportamento, quest’ultimo, che non ha dato allo Statuto Siciliano l’accelerazione che i nostri corregionali si sarebbero aspettati.

Un esempio è quello che ha riguardato l’applicazione della disposizione contenuta nell’articolo 37, la norma che prevede l’attribuzione alla Sicilia della parte di gettito affluito presso altre regioni d’Italia ma relativo ad operazioni poste in essere dalle industrie dislocate in Sicilia ma aventi sede altrove, ha determinato la mancata percezione di ingenti somme da parte dell’Erario regionale.

Ci son voluti  ben 59 anni per scrivere, con Decreto Legislativo n. 241 del 2005, per definire le regole per l’assegnazione delle somme di competenze della Regione Sicilia (quelle riguardanti i tributi versati in altre regioni da soggetti passivi che operano nel territorio della Sicilia). Poi, ci sono voluti altri 8 anni per stabilire, con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 19 dicembre 2013, i dettagli per l’acquisizione, da parte dell’Erario regionale, delle suddette somme.

Nel luglio del 2025, un altro passo in avanti, sul piano dei vantaggi legati all’autonomia prevista dal nostro Statuto, è stato compiuto.

Il Consiglio dei ministri, infatti, a quasi 80 anni dalla data di introduzione della norma,   ha approvato la norma di attuazione dello Statuto siciliano in materia finanziaria riconoscendo  finalmente alla Sicilia la possibilità di applicare una fiscalità di sviluppo, indispensabile, così come ha affermato il Presidente Schifani,  “per attrarre investimenti esterni e favorire anche imprese e cittadini siciliani”.
Qualora di buono è stato ottenuto, ma sembra troppo poco rispetto a quanto avremmo potuto pretendere se l’accordo fosse stato stipulato tempestivamente.

Sorge comunque  spontanea una domanda. Perché solo ora ? Perché in questi ottant’anni tanto silenzio  a danni dei nostri concittadini siciliani ?

Ed è proprio questa la domanda alla quale il Prof. Compagnino ha voluto dare risposta con la presentazione del suo libro giovedì scorso, nel corso di una importantissima  tavola rotonda, come già detto “senza peli sulla lingua”, ma – cosa ancora più importante – coinvolgendo molte delle parti interessare del problema.

Durante il dibattito qualcuno ha avuto modo di dire che  “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il Mare”, e che noi Siciliani ci sentiamo i migliori di tutti ma, quando si tratta di “fare”, ci si perde in un dedalo di egoismi, clientelismo e superficialità.

Compagnino, ma anche tutti gli altri relatori,  però, sono stati  molto più decisi, volendo  finalmente dare un vero contributo alla soluzione (o al tentativo di soluzione) del problema.

L’autore del libro (distribuito in maniera assolutamente gratuita, per precisa scelta dell’autore, interessato principalmente alla diffusione della problematica piuttosto che dalla volontà di ottenere un guadagno), sostanzialmente si chiede: «Che ne ha fatto la Sicilia della propria autonomia?». 

Nel suo libro scrive pure che la mancata attuazione non può essere spiegata solo con difficoltà tecniche o ritardi burocratici. «E’ il risultato di una convergenza di interessi politici, istituzionali ed economici che, nel tempo, hanno reso conveniente mantenere l’autonomia siciliana in una condizione di incompletezza funzionale».

Domande ed affermazioni, “assordanti”,  che mettono al centro del dibattito non solo i concreti risultati della nostra autonomia, ma anche gli sviluppi che potrà avere in un prossimo futuro, con l’autonomia differenziata, il regionalismo e, cosa importantissima, la “nostra” capacità di tutelate la nostra democrazia, le identità locali e lo sviluppo territoriale.

Il Prof. Compagnino, nel suo commento, ha auspicato che l’incontro favorisca finalmente forti riflessioni,  vere e  consapevoli, sui problemi esistenti.

Secondo l’autore,  il libro, più che un testo da leggere, rappresenta un testo da ascoltare ed assimilare, perché i concetti esposti possano essere ascoltati prima ancora che letti,  compresi, prima di essere valutati.  Un libro  che non vuole essere solo critico, ma anche costruttivo, pensando alle opportunità colte ma, principalmente,  a quelle perdute.

Probabilmente è mancata la capacità delle classi dirigenti di quel momento di sapere affrontare questo tipo di difficoltà, anche pensando al futuro, con valori solidi ed una visione lungimirante.

Secondo Compagnino le ferite della guerra sono state pesanti. Ma altrettanto pesanti sono le ferite più recenti,  quelle che  magari non si vedono o non si vogliono vedere,  e che  riguardano le disuguaglianze, le paure, le distanze esistenti tra territori, tra cittadini, tra istituzioni, tutte ferite silenziose ma ugualmente reali.

Oggi siano di fronte a nuove scelte: vogliamo rafforzare quello che ci tiene insieme, oppure rischiare, magari senza accorgercene, di indebolirlo? Ed allora ricordare lo Statuto, secondo l’autore del libro,  non dobbiamo considerarlo un esercizio formale, ma un atto di responsabilità, magari immedesimandoci nelle esigenze di quel tempo, con il coraggio di guardare, con la stessa onestà, al presente. Senza leggerezze e superficialità. Facendo cessare l’incomprensibile silenzio di tanti anni.

Il Prof. Nicola La Barbera, Presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti contabili di Palermo, pur non mancando di sottolineare il gap negativo esistente in tutti i settori delle attività siciliane, ha affermato che più che al passato occorre pensare al futuro, ad un modello, un progetto ultragenerazionale,  che finalmente possa superare i problemi che in tutti questi anni, la mancanza di efficaci interventi, hanno pesato in maniera molto significativa per i contribuenti siciliani, e più in generale per lo sviluppo dell’Isola.

Il Prof. Ruisi, Professore di Economia dell’Università di Palermo, si è chiesto come mai non si è mai riuscito a fare performare lo Statuto della nostra Isola,  mostrando al mondo le sue  eccellenze.

Il Prof. Cuva ha confermato l’impegno che, anche insieme al Prof. Compagnino, sta dedicando attualmente alla questione, ribadendo che lo Statuto è da considerare tradito e non fallito, e, conseguentemente, un problema da non accantonare, ma  guardare con un atteggiamento costruttivo, anche nella più generale questione del federalismo, sostenendo pure che anche l’”Autonomia differenziata” non può prescindere dalla regole della nostra autonomia.

Anche il Dott. Alvano, Segretario Generale dell’ANCI Sicilia,  ha fatto presente che, nonostante sia una questione vecchia e molto dibattuta, oggi non è assolutamente superfluo riproporre un’analisi dello Statuto, specialmente facendo più attenzione agli aspetti finanziari e giuridici, e senza dimenticare il passato e le vecchie classi dirigenti che ne sono stati i principali attori.  Ha detto pure che, a suo avviso, la responsabilità del fallimento sostanziale dello Statuto, non è tatnto del Governo Centrale, ma di quello regionale.

Il Sindaco Lagalla è stato ancora più forte nelle sue espressioni. Ha ricordato che nel ‘46 lo Statuto è nato principalmente per dare corpo all’unità nazionale, nel senso che è stato ritenuto più opportuno dire “intanto accontentiamoli e poi vedremo”.

Poteva essere molto di più di quello che è stato, specialmente se lo paragoniamo ad altre regioni dove, però, la capacità di negoziazione e l’affermazione delle esigenze di questi territori sono stati fortemente portate avanti dai loro rappresentanti, aree nelle quali i sentimenti separatistici o scissionisti potevano far sorgere il pericolo di alimentare il terrorismo a livello nazionale.

Noi invece, sempre secondo Lagalla, tra il furbesco, l’astuto o l’opportunismo abbiamo giocato “di sponda”, tra Palermo e Roma, cercando di patteggiare, in un modo o in un altro, con il Governo Nazionale.

E’ comunque da escludere la modifica dello Statuto, anche a prescindere dalle difficoltà di modifiche di una legge avente natura  costituzionale. Occorre invece pensare come la Sicilia, in modo diverso dal passato, debba porsi di fronte ad uno Statuto che è sempre lì e che ogni giorno ci ricorda i suoi elementi fondamentali.

Il problema, quindi, sempre secondo il Sindaco di Palermo, è di come noi dobbiamo porci di fronte allo Statuto della regione Siciliana, di come la politica debba porsi di fronte allo Statuto della Regione Siciliana, di come la capacità di impersonare la responsabilità locale e territoriale nei confronti del Governo nazionale obblighi la Sicilia non ad un gioco di opportunità ma all’accettazione di una strategia di fondo e di  profondità.

E per far ciò occorre la voce, la tempra e l’esistenza di una valida strategia della Regione, forse una strategia che già sta dando i suoi risultati, specialmente in alcuni settori, in termini di PIL e di occupazione.

Concludendo, Lagalla ha confermato che lo Statuto non va modificato. Con una battuta, però, ha ricordato che sarebbe necessario scrivere nel testo “Necessita rieducazione”, una rieducazione  di noi tutti, a tutti i livelli.

Uno dei partecipanti ha sottolineato al Sindaco l’opportunità di far conoscere a tutti i ragazzi, anche quelli della scuola secondaria di primo grado, lo Statuto, affinché il concetto di autonomia della nostra Isola venga recepito dai giovani, anche  dai giovanissimi, in modo che la cultura del diritto, anche quelle che riguardano specificatamente la Sicilia, venga bene assimilata. Il Sindaco ha apprezzato questo suggerimento non mancando di ricordare, però, di essere già intervenuto su questo punto.

Il Prof. Provenzano, Professore di Economia dell’Università di Palermo, ha posto l’accento sulle norme che prevedono le risorse che consentono l’autonomia siciliana, ossia gli articoli 36, 37 e 38.

Il Direttore del Giornale di Sicilia, Marco Romano, ha ricordato che, al contrario di altre Regioni, l’autonomia siciliana è nata da un bisogno, da una necessità che, avrebbe dovuto dare risultati, che in effetti sono mancati. Ma, sempre secondo Romano, non occorre intervenire sullo Statuto, occorre solo “attuare i prossimi ottant’anni”.

Ha concluso il Paolo Amenta, Presidente dell’ANCI Sicilia, ricordando che anche i Comuni della Sicilia possono essere considerati traditi, perché alcune disposizioni nazionali ed i modestissimi risultati della nostra autonomia hanno ridotto  notevolmente anche le risorse che dovrebbero essere utilizzate per servizi pubblici primari, riducendo pure notevolmente il fondo autonomia locale (da 900 milioni di Euro a soli 350 milioni di Euro da distribuire ai 391 comuni siciliani.

Una questione, quella di cui si è detto,  che potrebbe dare luogo anche a questioni di natura costituzionale, ponendo di fronte lo Stato nazionale con gli Enti locali. Una questione di cui forse troppo pochi ancora ne parlano.

Va reso merito al Prof. Compagnino per avere portato alla ribalta questa importantissima questione, con il suo libro e con un dibattito che, come detto in premessa,  finalmente è stato, veramente “senza peli sulla lingua”.

Un libro che, come già detto, è stato pubblicato grazie al Centro Studi Enti Locali. Un Ente non Siciliano, ma toscano, più precisamente di San Miniato, provincia di Pisa, un Ente, cioè che, senza avere il DNA di noi Siciliani, quello che può ancora scaldare i cuori di coloro che amano la Sicilia, con il suo contributo ha voluto quasi “dare la sveglia” invitando noi tutti, ma gli addetti ai lavori in particolare,  ad una maggiore attenzione verso  questioni che ci riguardano direttamente.

Salvatore Forastieri

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