Si intitola “Power and Emptiness” la mostra dell’artista spagnola Lucía Vallejo Garay. La storia della Sicilia e la riflessione sul potere, con particolare riferimento al periodo normanno: sono gli spunti a partire dai quali prende forma l’esposizione dell’artista spagnola Lucía Vallejo Garay, sua prima personale in Sicilia. Nei suoi lavori indaga il lato oscuro del potere come trappola di vita con la cura dello storico dell’arte Hervé Mikaeloff, già curatore per Louis Vuitton Möet Hennessy che, suggestionato dalla narrazione dello spazio espositivo, luogo destinato all’incoronazione dei sovrani normanni, ha posto lo spazio in relazione con la ricerca artistica di Lucía Vallejo Garay. Una selezione di opere dell’artista spagnola è stata allestita ieri pomeriggio negli spazi del foyer Florio di Villa Igiea Rocco Forte.
La location della mostra si deve a Hervé Mikaeloff, l’artista, attraverso una ricerca attenta dei materiali, mette in relazione elementi contrastanti, nella dualità del fragile e del forte, semplice e prezioso, tra oro, canapa e carta, materializzando la tensione degli opposti.
La mostra si inaugura oggi alle 18 alla Cappella dell’Incoronata a Palermo, una delle sedi del Museo regionale d’arte moderna e contemporanea Riso di Palermo sarà visibile fino al 15 giugno. Le opere evocano l’oro nel suo stato più primordiale come materia prima del potere, spogliata di artifici — a ricordare che ogni grandezza nasce da ciò che è essenziale e tangibile. Il pezzo principale dell’installazione si ispira a “La madre dell’ucciso” dell’artista italiano Francesco Ciusa, che colpì profondamente la scultrice per la rappresentazione del dolore di una madre che ha perso il figlio a causa della violenza scatenata dalle lotte di potere. L’opera presentata a Palermo riflette la tensione tra vicinanza al potere e perdita personale, evocando come la complicità con il potere possa privarci di ciò che più amiamo.
Vallejo gioca con la dualità tra apparenza e realtà: un’opera sospesa rivela i due lati del metallo dorato — uno brillante, l’altro opaco e cavo — invitando a riflettere sull’ammirazione cieca per lo splendore e sulle maschere del potere. Nella Loggia, elementi circolari in vetro di Murano fusi con tessuto offrono un epilogo visivo: il tessuto, segnato dal vetro, lascia tracce di cenere che evocano fragilità e il passare del tempo. Disposte a forma di corona, queste opere invitano all’introspezione: cosa si perde nel cammino verso l’ambizione, il successo o il potere? Cosa rimane quando il traguardo materiale non è più sufficiente?
«Il mio lavoro – ha spiegato Lucía Vallejo Garay – trasmette le mie ferite, la mia memoria e i miei sentimenti in modo spontaneo. Lavoro con tessuti e vetro, ma ora mi sto concentrando su quest’ultimo perché ha una componente magica e sfidante — non fa ciò che voglio. Ho con lui un rapporto di amore-odio». Il progetto, sostenuto da Governo di Spagna, ministero della Cultura, Oficina culturale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, Instituto Cervantes di Palermo, con l’organizzazione di Mlc Comunicazione, nasce dal fascino di Vallejo per i re normanni, figure storiche capaci di unire culture latina, islamica e bizantina, trasformando il potere in convivenza culturale, ricchezza estetica e raffinatezza simbolica. Questa eredità si materializza nell’installazione centrale, The Golden Ceiling, reinterpretazione contemporanea delle volte dorate della Cappella Palatina. Sospeso sopra lo spettatore, il metallo dorato non illumina ma mette a confronto: uno splendore che contiene insieme gloria e peso, richiamando la dualità dell’oro come simbolo divino di Dio e come rappresentazione più terrena del denaro.
Fabio Gigante
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