Venerdì 29 maggio alle ore 12, presso il Dipartimento Oncologico di III livello La Maddalena di Palermo, in via San Lorenzo Colli 312, l’associazione FAPS (Friends Again Pain and Suffering) in collaborazione con la Settimana delle Culture, presenterà l’artista Adriano Di Bartolo con la curatela di Graziella Bellone.
La presentazione si terrà nell’Aula Congressi della struttura e sarà aperta al pubblico, ai pazienti, ai familiari e a tutto il personale sanitario del Dipartimento. L’appuntamento rientra nel progetto “Arte come cura”, iniziativa che da anni porta all’interno dell’ospedale momenti di cultura, musica, teatro ed esposizioni artistiche con l’obiettivo di offrire sostegno umano ed emotivo durante il percorso oncologico.
Per l’occasione saranno esposte nove tele di grande formato realizzate ad olio da Adriano Di Bartolo. Opere dal forte impatto visivo, caratterizzate da colori intensi e da una grande energia espressiva, capaci di trasformare il colore in esperienza emotiva diretta. Le tele trasmettono vitalità e movimento, coinvolgendo profondamente l’osservatore.
Il progetto “Arte come cura” promosso da FAPS
FAPS continua così il proprio impegno nel rendere l’arte uno strumento di vicinanza e condivisione all’interno del Dipartimento Oncologico La Maddalena. Concerti, mostre e momenti teatrali diventano occasioni per regalare serenità ai pazienti, ai familiari e a tutta l’équipe medica, dimostrando come cultura e bellezza possano rappresentare un sostegno concreto anche nei momenti più difficili.
L’iniziativa vuole essere una carezza simbolica per chi vive quotidianamente il percorso della malattia, ma anche un messaggio di speranza e partecipazione rivolto all’intera comunità.
L’intervista ad Adriano Di Bartolo

Noi de l’altroparlante abbiamo intervistato l’artista Adriano Di Bartolo, per il quale la pittura, vissuta quotidianamente come pratica dell’anima, diventa strumento di benessere interiore e testimonianza del potere dell’arte come forma di cura e rinascita, per sé e per gli altri.
In questa mostra la pittura sembra assumere una dimensione profondamente emozionale, istintiva e quasi rituale, lontana da ogni definizione puramente razionale. Che cosa rappresenta per lei il gesto pittorico all’interno della sua ricerca artistica?
«La pittura, dal mio punto di vista, si colloca in una dimensione emozionale-devozionale, tattile, quasi una necessità impellente, viscerale. È un arcaicismo di decisa impronta naturale, un’energia capace di destare la pratica antica del fare pittorico; una magia che ritrova la sua incessante forza rigenerante, la sua spontaneità e il suo impalpabile mistero, rigettando ogni tentativo di dogmatica circoscrizione intellettuale. L’arte trascende ogni possibile smarrimento intellettualistico, pensa a se stessa e mira a una ricerca di cui essa stessa si fa carico, impegnando e scuotendo l’artista nel suo quieto vivere».
Le opere esposte sembrano nascere da un processo libero e imprevedibile, dove immagine, gesto e materia convivono in continua trasformazione. Come prende forma il suo lavoro sulla tela?
«Per me, non esiste un progetto dell’opera ma un anti-progetto, un fare senza regole in cui ciò che viene elaborato non è tanto una ricerca scrupolosa dell’immagine quanto la costruzione e, conseguentemente, la distruzione dell’immagine stessa. Tracce, linee e punti si dispongono sulla superficie della tela e generano una lotta legata alla contingenza, una casualità creatrice di cui non si conosce l’esito ma di cui si intuisce la forza. L’opera diviene così conoscenza di sé e del mondo, vissuto interiore e parte della psiche, fino alla cristallizzazione di un sentimento che approda al riconoscimento di una forma. In questo percorso la tecnica interagisce con l’intenzionalità: è la tecnica stessa a suggerire il cammino dell’opera, attraverso un gesto spontaneo e rituale in cui anche la “distrazione” diventa fondamentale.»
Questa mostra nasce in un contesto particolare, all’interno del dipartimento oncologico “La Maddalena”. Da dove prende forma questa scelta espositiva?
«L’idea nasce dall’esigenza di mettere l’opera pittorica a confronto con uno spazio espositivo fruibile dai pazienti, offrendo loro un conforto psicologico e visivo. La cromoterapia può infatti interagire con la mente di chi osserva attraverso un coinvolgimento emozionale capace di apportare un benessere fisico e spirituale.»
Quale ruolo possono avere il colore e l’arte in un luogo segnato dalla sofferenza e dalla cura?
«In un contesto segnato dalla sofferenza, la bellezza intrinseca dei colori, armoniosamente accostati, può contribuire ad alleviare il disagio dei pazienti, così come può fare la musica, già sperimentata in diversi ospedali con finalità terapeutiche.»
Esporre in un ospedale cambia anche il rapporto tra artista, opera e pubblico. Che esperienza è stata per lei?
«Esporre in ospedale rappresenta una discontinuità rispetto alla consueta prassi espositiva, perché il rapporto con pazienti, medici e personale sanitario diventa più umano e motivato. Non è finalizzato al commercio o al collezionismo, ma a un’identificazione diretta e immediata tra l’opera e il fruitore.»
Che cosa spera possa lasciare questa mostra nelle persone che la visiteranno?
«Mi auguro che questa esperienza possa lasciare il segno di un vissuto capace di riecheggiare nella mente delle persone come qualcosa di caro e nostalgico.»
Dorotea Rizzo