Era il 31 maggio del 2023 quando il killer di Giulia Tramontano confessò di averla uccisa. Confessò l’assassinio, disse di aver tentato di bruciare il suo corpo, confessò le bugie e i tentativi di sviare le indagini, a partire dal telefono cellulare della 29enne che continuò a utilizzare per far credere che fosse scappata. Alessandro Impagnatiello, questo il nome dell’assassino di Giulia, come si scoprì durante le indagini, aveva una relazione parallela e per lui Giulia e la sua gravidanza erano diventati un ostacolo. E Giulia l’aveva scoperto.
Facciamo un passo indietro. Giulia Tramontano era nata a Napoli il 2 maggio 1994, ed era cresciuta a Sant’Antimo, alle porte del capoluogo campano. La sua era una famiglia felice: lei, primogenita, aveva una sorella (Chiara) e un fratello (Mario). Poi il trasferimento a Senago, nel milanese, per lavorare come agente immobiliare. Tornava spesso a trovare i suoi genitori e i fratelli. Ed era solita fare lunghe conversazioni con la mamma, ogni domenica.
Di lei oggi rimane il ricordo. La 29enne era incinta di sette mesi e aspettava il suo bambino, del quale aveva già scelto il nome: si sarebbe chiamato Thiago. Madre e figlio da tre anni non ci sono più.
La scomparsa e l’assassinio
Era la sera del 27 maggio quando Giulia inviò l’ultimo messaggio alla madre per dirle che stava andando a dormire. Dalle 21.43, il suo telefono non risultò più attivo. Il giorno seguente, domenica 28 maggio, la famiglia della 29enne intuì che qualcosa non andava: la sorella Chiara nella stessa giornata contattò la trasmissione di Raitre “Chi l’ha visto?”. Impagnatiello, da tempo suo compagno, lo stesso giorno si recò invece in caserma per fare la denuncia di scomparsa.
La ricostruzione del femminicidio
Gli inquirenti, nella ricostruzione della tragica morte di Giulia, scoprirono che l’assassino e compagno della ragazza, trentenne barman negli hotel di lusso, anche lui di origini campane, nei mesi precedenti aveva fatto delle ricerche su Internet: aveva cercato la quantità di veleno per topi necessaria per uccidere una persona, le modalità di somministrazione e i tempi di effetto del veleno. Intanto Giulia, seppure avesse dolori allo stomaco e si sentisse come drogata, si lamentava con le amiche, ma non sospettava del compagno. Decisiva fu la sera del 27 maggio, quando la vittima, aveva indagato presa dal sospetto del tradimento di lui. E aveva incontrato nel pomeriggio l’altra donna, una collega del barman, anche lei rimasta incinta ma che aveva abortito. Dopo l’incontro con l’altra donna, chiamò il compagno e gli disse che aveva scoperto tutto e che voleva lasciarlo.
Intanto lui la aspettò a casa per due ore e la aggredì brutalmente alle spalle con diverse coltellate per portare a termine il suo piano: ucciderla. L’autopsia svelò che i colpi furono 37. Poi mise il corpo nel bagagliaio dell’auto e la stessa sera andò a cena dalla madre, col cadavere di Giulia nell’auto. Il 31 maggio poi il fermo del killer della donna.
Il processo a Impagnatiello
Nel gennaio 2024 si aprì il processo con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato, interruzione di gravidanza non consensuale e occultamento di cadavere. La condanna all’ergastolo con tre mesi di isolamento diurno arrivò per il barman il 25 novembre 2024 dalla Corte d’Assise di Milano. Confermata la condanna all’ergastolo e esclusa l’aggravante della premeditazione in appello, il 25 giugno 2025, la Cassazione l’8 aprile del 2026 ordinò un nuovo processo di secondo grado accogliendo la richiesta della Procura di far riconoscere l’aggravante della premeditazione, respingendo invece le richieste della difesa di riconoscere le attenuanti generiche e far cadere quella della crudeltà. L’uomo attualmente è detenuto nel carcere di Pavia, in attesa del nuovo processo d’appello.
Serena Marotta