«Se serve al potere non è arte»: Gino Pantaleone presenta il suo libro “Degenerati”

La presentazione del libro al liceo Vittorio Emanuele II di Palermo

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Ieri, venerdì 15 maggio, presso il liceo Classico Vittorio Emanuele II di Palermo, si è svolto l’incontro dedicato al libro di Gino Pantaleone “Degenerati. Artisti e intellettuali ripudiati dai regimi totalitari”, edito da Navarra Editore, con prefazione di Nicolò D’Alessandro e postfazione di Aldo Gerbino, nell’ambito delle attività di educazione civica rivolte agli studenti delle classi quinte.

Partendo dal concetto di arte imposto da Adolf Hitler, indicato come uno dei pochi leader politici ad aver stabilito con precisione quale dovesse essere la funzione dell’arte durante il regime nazista, Gino Pantaleone ha guidato gli studenti in una riflessione sul ruolo dell’artista e sul rapporto tra creatività e potere. Nel suo intervento ha messo in luce come, nel periodo nazista e fascista, l’arte fosse concepita come strumento di propaganda, subordinata agli interessi politici e privata della propria autonomia. In questo quadro lo scrittore ha evidenziato come «un’arte asservita al potere perda la sua natura originaria e smetta di essere espressione libera».

All’estremo opposto di questa visione si colloca l’esperienza artistica di Pablo Picasso, indicato tra gli artisti considerati “degenerati” proprio perché orientato verso una libera espressione capace di suscitare riflessione e pensiero critico. Questa libertà, lontana dai modelli imposti, rappresentava per i regimi un elemento da contrastare, poiché non controllabile e aperto al confronto delle idee.

La presentazione del volume, in collaborazione con FS3 “Inclusione e Benessere”, è stata curata dall’associazione culturale Archetipa, con l’obiettivo di offrire agli studenti un’occasione concreta di approfondimento sui temi della memoria storica e della libertà di espressione.

Il professore Vincenzo Patti, docente di storia e filosofia presso il Liceo Vittorio Emanuele II, ha moderato l’incontro insieme alla giornalista dott.ssa Dorotea Rizzo. Presente l’autore del libro e la dirigente scolastica Mariangela Ajello.

Degenerati: contenuti e contesti storici raccontati nel libro

Degenerati raccoglie storie, versi e dichiarazioni di scrittori, poeti, musicisti e artisti che hanno difeso il diritto al libero pensiero anche nei momenti più difficili della storia contemporanea. Il titolo del libro richiama l’etichetta di “degenerati” attribuita nella Germania nazista agli artisti esclusi dall’arte ufficiale, ritenuta non conforme alla propaganda del regime. Da questa definizione prende avvio una ricerca organizzata in macrocapitoli dedicati ai cinque continenti, accompagnata da un quadro storico sui diversi regimi analizzati.

Nel libro vengono raccontati contesti storici molto diversi tra loro: dalla Libia di Muammar Gheddafi al Sudafrica dell’apartheid, dal Maccartismo negli Stati Uniti al Messico di Porfirio Díaz, fino alla Cambogia dei Khmer Rossi, alla Cina di Mao Zedong, alla Corea del Nord, all’Iran degli Ayatollah, alla Turchia contemporanea, alla Grecia dei colonnelli, alla Germania nazista e all’Unione Sovietica guidata da Joseph Stalin.

L’incontro ha rappresentato un momento di confronto diretto tra autore e studenti sui temi della libertà di espressione, della responsabilità civile e del ruolo degli intellettuali nella società, offrendo spunti utili per comprendere il valore della cultura come strumento di consapevolezza civile. Gli studenti hanno seguito con attenzione gli interventi, partecipando al dialogo e mostrando interesse per le vicende raccontate nel libro.

L’intervista a Gino Pantaleone

Durante l’incontro, la giornalista Dorotea Rizzo ha rivolto alcune domande all’autore per approfondire i temi del libro “Degenerati”. Nel corso della conversazione, Pantaleone ha raccontato il percorso che lo ha portato a intrecciare storie di coraggio, resistenza e creatività oppressa in diverse parti del mondo, offrendo una riflessione sul rapporto tra arte, potere e libertà di espressione.

Dott. Pantaleone, partiamo dall’uomo e non dall’autore: c’è stato un momento preciso, magari una notte passata a leggere un verso di Hikmet o della Satrapi, in cui ha sentito che queste storie non potevano più restare separate ma dovevano diventare un grido unico?

«Conoscevo Hikmet, non conoscevo la Satrapi prima di scrivere questo libro. Le storie che mi hanno spinto a iniziare a unire tutte queste tristi e straordinarie storie sono stati i nostri intellettuali italiani finiti nel tritacarne del fascismo: Piero Gobetti morto di botte da squadristi, Antonio Gramsci fatto marcire nelle carceri e poi in Spagna Federico Garcia Lorca, grande poeta e drammaturgo fucilato perché scomodo e omosessuale. Una mia recente visita ad Auschwitz e i suoi sei milioni di ebrei mandati ai forni crematori, i desaparecidos in Argentina buttati nelle fosse comuni, intellettuali, scrittori, poeti, pittori, musicisti, giornalisti tutti buttati come rifiuti… questo e altro mi hanno fatto addentrare in queste forme di regime dove o sei con loro o sarai contrassegnato come “degenerato”.»

Il titolo “Degenerati” colpisce come uno schiaffo. Lei lo ha preso dal fango dell’insulto nazista per trasformarlo in una medaglia al valore. Non ha avuto paura che fosse un termine ancora troppo doloroso da maneggiare?

«Io sono un antifascista e ne vado orgoglioso. Ho avuto mio nonno Camillo confinato, uno zio partigiano, ho avuto raccontato da loro storie raccapriccianti, ho studiato e mi impegno ogni giorno affinché ogni sovranismo, che oggi nel mondo va nuovamente “di moda”, possa non tornare a calpestare e reprimere le libertà di espressione, di pensiero, di stampa, di associazione. È una voglia di “essere contro” a tutte queste quadrature del pensiero e quindi la paura neanche mi sfiora, ne potrei anche morire. Del resto i “degenerati” di Hitler oggi sono quelli che maggiormente nei musei ci stupiscono, ci meravigliano, ci mettono in crisi, ci mettono nella condizione di poter interpretare, ci frullano il pensiero. I “degenerati” di cui parlo in questo libro sono coloro che hanno subìto, coloro a cui hanno tarpato le ali della loro libera espressione attraverso l’esilio forzato, la prigionia, la tortura, fino anche alla soppressione attraverso esecuzioni sommarie anche senza un processo

Lei scrive dalla Sicilia, una terra che conosce bene il silenzio imposto e la lotta per la parola. Quanto c’è della sua esperienza personale e del “respiro” della sua isola in questa ricerca sulla libertà negata nel resto del mondo?

«Beh! C’è tanto… Ho scritto due libri in cui parlo dei primi due scrittori siciliani che diedero inizio alla letteratura antimafia e dove metto in evidenza il loro coraggio, ma anche tutto ciò che hanno subìto. Sono Michele Pantaleone, autore di “Mafia e Politica” del 1962, che oltre a dover affrontare le minacce mafiose e il silenzio omertoso dei siciliani, ha subito 39 querele, la maggior parte intentate dai politici-boss, e Leonardo Sciascia, autore di romanzi scomodi sia alla mafia che alla politica. Diffamato, delegittimato e quindi punito per aver detto la verità. Il mio raccontare queste storie è per me una sorta di rivalutazione di questi artisti voci scomode e artisticamente non conformi al potere.»

Leggendo il libro si ha l’impressione che il potere abbia più paura di un poeta che di un esercito. Secondo lei, cosa c’è di così terrorizzante per un dittatore in una melodia degli Inti-Illimani o in un romanzo di Salman Rushdie?

«La parlata è effimera, la scrittura rimane impressa nella carta. Quando un testo musicale dice “Il popolo unito non sarà mai sconfitto” (El pueblo unido jamás será vencido) in un regime dal pensiero unico come quello di Pinochet in Cile e dove il popolo è solo una “massa”, è un’incitazione alla resistenza e alla rivolta popolare. Quando Rushdie (indiano) scrive nel suo libro che i versi del Corano sono versi satanici, urta tutto l’Islam e così gli Ayatollah gli lanciano la fatwa basata sulla condanna secondo la legge islamica (shari’a). Quando una poesia, un testo, un libro diventa inno per popolo, il gioco per la libertà è fatto!»

Lei mette insieme il Maccartismo americano e la ferocia di Pol Pot. È una scelta coraggiosa che farà discutere: vuole dirci che anche sotto la maschera della democrazia il vizio di tappare la bocca a chi non è allineato è sempre in agguato?

«Nel mondo insistono molte false democrazie. Io le chiamo “democrature”, cioè più dittature che democrazie. Qualsiasi forma di potere ha sempre la tentazione di reprimere il disturbante, l’oppositore, il non allineato. E così succede anche questo. Nel Maccartismo, dove c’è stata una vera e propria “caccia alle streghe”, caccia al comunista o a chi ragionava come un filo-comunista, ha colpito Charlie Chaplin, Arthur Miller, Orson Welles e tanti altri che non erano comunisti, ma avevano soltanto un pensiero libero. Quella di Pol Pot invece fu solo una cruenta dittatura capitanata da uno scellerato, ignorante e presuntuoso la cui politica fu la strategia del terrore e l’eliminazione degli oppositori.»

Tra tutti i protagonisti che ha incontrato tra queste pagine, ce n’è uno con cui ha avuto un “dialogo” più difficile? Una storia che le ha lasciato addosso un senso di angoscia o di ammirazione tale da toglierle il sonno?

«La storia della vita e della morte di Federico Garcia Lorca è quella che mi ha lasciato maggiori inquietudini. Dichiaratamente schierato con le forze repubblicane, si rifiutò di chiedere asilo all’estero per proteggersi dalle milizie del dittatore Francisco Franco. Fu catturato a Granada nella notte tra il 18 e il 19 agosto del 1936 e fu fucilato senza alcun processo da uno squadrone delle forze nazionaliste. Il suo corpo fu poi gettato in un burrone ad alcuni chilometri da Fuente Grande in Andalusia. I suoi resti non sono mai stati trovati. Pensarlo e sapere ancora oggi che non c’è un posto dove piangerlo mi crea sconforto.»

Le donne nel suo libro, da Miriam Makeba a Isabel Allende, sembrano avere un modo diverso di ribellarsi, forse più legato alla vita e alle radici. Ha percepito una “resistenza femminile” specifica durante la sua ricerca?

«Molte donne hanno scritto la storia e si sono distinte per la loro determinazione e per il loro coraggio nel portare avanti le loro idee, grandi esempi per le generazioni del tempo, di oggi e per quelle future. L’egiziana Nawāl al-Saʿdāwī, scrittrice e psichiatra, è stata perseguitata e imprigionata durante il regime di Mubarak perché ha messo in evidenza la mutilazione genitale femminile ancora praticata in alcuni luoghi del suo paese. Miriam Makeba, conosciuta come Mama Africa, nel ’63 ha testimoniato contro l’apartheid all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’iraniana Marjane Satrapi, scrittrice e regista, ha criticato apertamente con coraggio le restrizioni sociali e politiche e le oppressioni delle donne dopo la rivoluzione islamica. Quella delle donne “degenerate”, più che una forma di resistenza, è un “grido” che raggiunge i mondi più lontani.»

Oggi viviamo nell’epoca dei social, dove sembra che tutti possano dire tutto. Eppure lei cita Erdogan e gli Ayatollah. Non è che oggi la censura è diventata più sottile e forse ancora più pericolosa perché invisibile?

«La censura oggi è più sottile, ma più diffusa in questo mondo iperconnesso. La censura non passa più per il carcere o per i roghi dei libri, si manifesta in una specie di silenziamento algoritmico sui social. C’è gente pagata per hackerare i siti degli oppositori, per eliminare quei post dai social che tendono a screditare, per fare opere di convincimento, per falsare e per alterare la storia a favore dei governi in carica. La censura passa anche attraverso pressioni economiche sugli artisti e sugli editori o con campagne di discredito mediatico; autocensura, causata dalla paura di ritorsioni o isolamento.»

Se dovesse scegliere un solo verso o una sola dichiarazione tra quelle raccolte nel testo da dedicare a un ragazzo che oggi si sente rassegnato o indifferente, quale sceglierebbe?

«C’è l’imbarazzo della scelta, ma se dovessi scegliere opterei per un articolo di Antonio Gramsci del 1917 pubblicato sulla rivista L’Ordine Nuovo dal titolo Odio gli indifferenti, un’analisi critica della società e del potere che ha continuato a influenzare gli studiosi, i giovani e gli attivisti di tutto il mondo. L’indifferenza, come l’ignavia per Dante nella Divina Commedia, è uno stato di totale mancanza di interesse, di partecipazione e di coinvolgimento emotivo nei confronti della società civile.»

Alla fine di questo lungo viaggio tra i cinque continenti della sofferenza e dell’arte, lei si sente più fiducioso nella forza dell’essere umano o è rimasto amareggiato nel vedere quanto la storia continui a ripetersi?

«Bisogna e necessita essere fiduciosi nella forza dell’essere umano! Come disse Goffredo Fofi, per continuare a non rinunciare ad essere minoranza bisogna incoraggiare i giovani oggi a studiare, resistere, fare rete e rompere le scatole. Si è tentati spesso di raccontarsi delle favole e come minoranza magari ci si sente sconfitti. Quello che si può fare essendo minoranza è resistere, è tenere in piedi delle situazioni serie, solide, minoritarie, ma senza desistere. È una scelta essere una minoranza eticamente determinata, senza disprezzo delle maggioranze, oggi particolarmente manipolate. La cultura anche oggi è usata per distrarre, ma alla cultura, quella vera, bisogna crederci. Possiamo fare poco, ma possiamo farlo, e possiamo anche riprodurci. Gaetano Salvemini, che non era un fesso, diceva: “Fai quel che devi accada quel che può”. Questa è resistenza per rimanere entro i confini dell’umanità.»

Chi è Gino Pantaleone, l’autore del libro?

Gino Pantaleone è poeta e scrittore-saggista palermitano. Per il genere poesia ha scritto e pubblicato: Urla di dentro, Io così, se volete, Il vento occidentale, Canti a Prometeo e Studi sulle attese.

Per la saggistica ha pubblicato: Non dobbiamo aver paura (2012), Il Gigante Controvento (2014), Servi disobbedienti (2016), Ars Sana in Mente Insana. La follia nell’arte (2017), Entronautica. Conversazioni sulla poesia (2018), Per un Corpo ben Temperato (coautore, 2019), Liber. Storia della scrittura, biblioclastìe, letture resistenti (2020), Degenerati – artisti ed intellettuali ripudiati dai regimi totalitari (2024).

Per il genere dedicato ai bambini ha pubblicato: Alice in wonderland a Palermo (2019), Alice in wonderland sulle Madonie (2021) e Federico II – Il bambino che divenne imperatore (2022).

Nel corso degli anni ha tenuto numerose conferenze in tutta Italia. Ha ricevuto sei titoli accademici: Accademia di St.Lukas di Anversa (1996), Accademia Costantiniana (1997) in riconoscimento dei servigi resi alla cultura, Accademia Prometheus (1998), Accademia Internazionale del Verbano (1998) come uomo eccellente nel mondo della Cultura, Accademia Internazionale di Pontzen (1998) alla sua personalità creativa, Accademia Siciliana Cultura Umanistica (2018) per l’impegno Socio-Culturale, per la sapienza legata alla giustizia e alla legalità, per l’esaltazione dell’onestà, della rettitudine, della moralità

E’ stato vincitore di diversi Premi alla Cultura e Letterari, tra cui il Premio Pablo Neruda (1997), il Premio Prometheus (1998), il Premio Piersanti Mattarella (2017), il Premio Navarro (2021), il Premio Voci – Città di Roma (2023), il Premio Mondello Arte Expo 2025 (2025) e il Premio Culturale Internazionale Cartagine 2.0 – Sezione Cultura – Napoli (2025).

degenerati

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