Il femminicidio di Chamila: morta strangolata un anno fa

Omicidio-suicidio nel milanese avvenuto un anno fa. La vittima fu strangolata dal suo collega, con il quale avrebbe avuto una relazione extraconiugale

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Il corpo senza vita di Chamila Arachchilage Dona Wijesuriya, 50 anni, fu trovato, due giorni dopo la scomparsa, avvenuta il 9 maggio, in un laghetto del Parco Nord Milano, nei pressi di via Massimo Gorki, a Cinisello Balsamo, l’11 maggio 2025. Un femminicidio avvenuto per mano di Emanuele De Maria, campano di 35 anni, già condannato in via definitiva per un altro omicidio commesso nel 2016. I due erano colleghi, entrambi lavoravano alla caffetteria dell’Hotel Berna in via Napo Torriani a Milano. Una storia, quella di Chamila, che la accomuna a un altro caso di femminicidio avvenuto in Sicilia, quello di Sara Campanella, anche lei ossessionata dal collega, seppure non aveva avuto con lui una relazione.

Chamila, sposata, italiana con origini cingalesi, avrebbe avuto invece una relazione extraconiugale con il suo killer, dal quale era stata messa in guardia da un altro collega, Hani Fouad Abdelghaffar Nasra, un cinquantenne egiziano impiegato nella stesso Hotel Berna. Anche lui aggredito, dopo il delitto di Chamila, riuscì a sopravvivere dopo un delicato intervento. De Maria, dopo aver strangolato Chamila e aggredito il collega, si tolse la vita – dopo due giorni di latitanza – gettandosi nel vuoto dalle terrazze del Duomo di Milano, compiendo un volo di circa 40 metri.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il trentacinquenne si era invaghito della donna, con la quale avrebbe avuto una relazione, ma negli ultimi tempi, la cinquantenne avrebbe voluto interromperla. Il marito della vittima avrebbe riferito alla stampa locale di non aver avuto alcun sospetto di una relazione extraconiugale della moglie. Mentre il collega della donna spiegò agli inquirenti che avrebbe consigliato alla donna di stare alla larga dal trentacinquenne che, nel 2016, aveva commesso un omicidio ai danni di una giovane di 23 anni. Motivo che lo espose e che portò a quella aggressione avvenuta il 10 maggio 2025.

La 50enne seguì il consiglio perché temeva di essere uccisa dal detenuto in semi-libertà. Negli ultimi tempi, lui aveva atteggiamenti possessivi ed ossessivi verso di lei. Le avrebbe anche chiesto dei soldi e l’avrebbe minacciata di diffondere dei video intimi.

Definito un “detenuto modello”, fu la direzione del carcere di Bollate a chiedere al Tribunale di Sorveglianza l’autorizzazione per farlo lavorare fuori dal penitenziario. Era stato seguito da un’equipe di psicologi nella casa circondariale ed era stato considerato una persona equilibrata e senza scompensi psichici. Secondo il Tribunale di Sorveglianza, «nulla poteva lasciare presagire l’imprevedibile e drammatico esito».

Intanto, sul cadavere di Chamila, morta strangolata, furono trovate anche  ferite d’arma da taglio alla gola, inferte con un coltello, e alcune lesioni in corrispondenza dei polsi, inferte dopo la morte della vittima dal suo killer, come è risultato dall’esame autoptico.

Serena Marotta

Un anno fa l’assassinio di Sara Campanella

 

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