Parlare oggi di desertificazione sanitaria significa mappare un fenomeno che non è solo una carenza di camici bianchi, ma una vera e propria erosione del diritto alla salute sancito dalla Costituzione.
In Italia, e in Sicilia in modo drammatico, stiamo assistendo alla nascita di “aree di scarto” dove la distanza tra il cittadino e la prima cura utile diventa incolmabile.
Il fenomeno: cos’è la desertificazione sanitaria?
Non si tratta solo della chiusura di un ospedale. La desertificazione è un processo lento: inizia con il pensionamento di un medico di base non sostituito, prosegue con la chiusura della guardia medica notturna e culmina con lo smantellamento dei servizi di prevenzione (consultori, centri vaccinali). Il dato nazionale indica che oltre il 30% del territorio italiano è considerato “area interna” a rischio rarefazione dei servizi. Nel caso della Sicilia, nelle province di Enna, Caltanissetta e nell’entroterra Palermitano, la densità di presidi sanitari per chilometro quadrato è tra le più basse d’Europa.
Le cause: perché il sistema si sta ritraendo?
Le ragioni sono strutturali e intrecciate tra loro. Innanzitutto l’impatto del DM 70 (Regolamento Standard Ospedalieri):, i cui criteri di “efficienza” basati sul numero di abitanti penalizzano i piccoli comuni. Se non hai un bacino d’utenza di almeno 80.000-100.000 persone, il tuo ospedale è “inefficiente” per lo Stato. A questo si aggiunge la mancanza di incentivi per i professionisti, perché troppo spesso un medico giovane preferisce un grande centro per carriera e servizi. In Sicilia, un medico assegnato a un presidio sulle Madonie deve spesso affrontare strade dissestate e isolamento professionale senza alcuna indennità di “area disagiata” realmente attrattiva. Inoltre va registrato il fallimento del decentramento. Le Case della Comunità, previste dal PNRR, rischiano di restare “scatole vuote” se non si trovano i professionisti disposti a lavorarci.
L’impatto sociale: la rinuncia alle cure
Quando il primo punto di pronto soccorso dista 60 minuti di strade provinciali dissestate (realtà comune nei Nebrodi), cosa accade? Si può parlare di diagnosi tardive, perchè chi vive in queste aree salta gli screening. Una mammografia o una colonscopia diventano un “viaggio” che richiede una giornata intera. Non essendoci, inoltre, filtri sul territorio, il paziente dell’area interna si riversa sui grandi ospedali (es. il Civico di Palermo o il Cannizzaro di Catania), intasando i pronto soccorso per codici bianchi che dovevano essere gestiti localmente. La mancanza di sanità è il primo motore dell’abbandono dei borghi. Una famiglia giovane non si stabilisce dove non c’è un pediatra; un anziano è costretto a trasferirsi in città per essere vicino alle cure.
Soluzioni “fuori dal coro”
Per invertire la rotta non bastano i fondi, serve un cambio di paradigma. A partire dalla indennità di sede disagiata, ossia equiparare il lavoro in un piccolo borgo siciliano a una missione speciale, con benefici pensionistici e stipendi maggiorati. Trasformare le farmacie rurali in mini-poli diagnostici (elettrocardiogrammi, analisi del sangue) collegati in telemedicina con gli Hub. E invece di aspettare che il paziente vada in città, portare la tecnologia (camper attrezzati per TAC e screening) nelle piazze dei paesi.
La desertificazione sanitaria è la prova tangibile di come la “razionalizzazione” dei costi stia producendo un costo sociale immenso, trasformando la Sicilia interna in una terra dove la salute è diventata un lusso geografico.
Sonia Sabatino
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