La sicurezza del provvisorio: se il decreto insegue se stesso

C’è un’ansia da prestazione che sembra aver contagiato i palazzi romani, una rincorsa alla "tolleranza zero" che però, alla prova dei fatti, si scontra con la grammatica basilare delle leggi

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Il caso del nuovo Decreto Sicurezza, trasformatosi nelle ultime ventiquattro ore in un groviglio di correzioni della correzione, non è solo un incidente di percorso legislativo: è il sintomo di una patologia del fare politica che scambia la rapidità dell’annuncio con l’efficacia della norma. Non è la prima volta, e temiamo non sarà l’ultima, che il diritto in Italia viene ridotto a un materiale malleabile, una sorta di creta istituzionale che il governo di turno modella sotto la pressione dell’urgenza comunicativa, salvo poi doverla rimpastare a colpi di emendamenti correttivi prima ancora che l’inchiostro della firma del Quirinale si sia asciugato

La norma come feticcio

C’è un’ansia da prestazione che sembra aver contagiato i palazzi romani, una rincorsa alla “tolleranza zero” che però, alla prova dei fatti, si scontra con la grammatica basilare delle leggi. Quando le agenzie battono il ritmo di un esecutivo costretto a inseguire i propri stessi testi per emendarli, ripararli, puntellarli, il sospetto è che la norma sia diventata un feticcio elettorale più che uno strumento di governo. Si legifera per simboli, per bandiere piantate sul terreno dell’ordine pubblico, trascurando che una legge, per essere tale, deve possedere il dono della chiarezza e, soprattutto, della tenuta nel tempo.

Le critiche sollevate da voci esperte del parlamentarismo, come quella di Roberto Giachetti, non possono essere liquidate come mero ostruzionismo di parte. Esse descrivono, con la precisione del bisturi, un “iper-decretismo” che genera mostri giuridici: testi che si rincorrono, commi che smentiscono premesse, norme che nascono già vecchie o, peggio, inapplicabili. È la “legislazione d’urgenza sull’urgenza”, un labirinto kafkiano dove la certezza del diritto finisce per essere l’ultima preoccupazione del legislatore.

Il costo dell’approssimazione

Il rischio, tuttavia, non è solo formale. Una sicurezza che balbetta tra un decreto e l’altro è una sicurezza che non esiste. Mentre il Paese reale si interroga sulla tenuta delle proprie periferie, sulla gestione dei flussi e sulla microcriminalità, il Palazzo si avvita in un’architettura barocca di correttivi. Ogni emendamento inserito in extremis per coprire un buco di bilancio o per mitigare un profilo di incostituzionalità è un’ammissione di colpa: la prova che il provvedimento non era maturo, che la visione d’insieme ha ceduto il passo alla fretta di presidiare il dibattito pubblico.

In questo scenario, il cittadino assiste allo spettacolo di uno Stato che agita le manette ma perde le chiavi della coerenza. Se il diritto diventa fluido, se la sanzione dipende dall’ultima versione del testo approvata a notte fonda, a venire meno è il patto di fiducia tra governati e governanti. La sicurezza, valore nobile e necessario, non può essere il prodotto di una catena di montaggio difettosa che richiede continui richiami di fabbrica.

La deriva del 2026

Nel cuore di questo 2026, anno che dovrebbe segnare il consolidamento di grandi riforme strutturali, ci ritroviamo invece prigionieri di una dialettica dei piccoli passi falsi. Mentre il mondo corre verso l’automazione e l’intelligenza artificiale promette (o minaccia) efficienze millimetriche, la nostra produzione legislativa sembra regredire a una fase artigianale, nel senso peggiore del termine: approssimativa, rabberciata, precaria.

Non si tratta di invocare un impossibile ritorno alla lentezza della prima Repubblica, ma di pretendere la dignità della forma. Una legge sulla sicurezza che deve essere messa in sicurezza ogni dodici ore non trasmette autorevolezza, ma affanno. E l’affanno è il peggior nemico dell’ordine. Il governo farebbe bene a ricordare che la forza di una democrazia non si misura dal numero di reati inventati o dai decreti sfornati, ma dalla capacità di produrre regole giuste, scritte bene e destinate a durare più di un ciclo di agenzie di stampa.

Roberto Greco

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