C’è sempre un giorno dopo, nell’aria di maggio, un giorno in cui il vuoto diventa la necessità di intraprendere un viaggio. Alla ricerca di Franco Battiato.
Un silenzio strano cala a Milo a metà maggio. Non è il silenzio della solitudine, ma quello dell’ascolto. Qui, a poche curve dalle vigne di Nerello Mascalese e con la presenza monumentale dell’Etna alle spalle, il tempo sembra essersi fermato a quel 18 maggio 2021, quando Franco Battiato ha abbandonato la sua veste terrena. Oggi, a cinque anni esatti da quei funerali blindati e intimi celebrati nella chiesetta di Villa Grazia, la Sicilia si scopre ancora profondamente intrisa della sua musica e della sua filosofia.
Non si tratta di una semplice commemorazione. Il 19 maggio è, per l’isola e per la cultura italiana, il “giorno dopo”: il momento in cui il lutto si trasforma in eredità e l’assenza diventa presenza costante.
La Sicilia come “Centro di gravità permanente”
Per capire Battiato, bisogna capire la sua geografia. Nato a Jonia (oggi Riposto) nel 1945, il Maestro ha vissuto la classica parabola dell’emigrante culturale, trovando il successo nella Milano sperimentale degli anni ’70 e nel pop colto degli anni ’80. Ma a differenza di altri, Battiato è tornato. La sua non è stata una ritirata, bensì un ritorno alla sorgente.
A Milo, nella sua tenuta, ha costruito un microcosmo dove la spiritualità orientale dialogava perfettamente con la pietra lavica. «La Sicilia è una terra di passaggi, un ponte tra l’Europa e l’Oriente. Non puoi prescindere da questa stratificazione se vuoi cercare l’invisibile» scrisse Franco Battiato.
La Sicilia di Battiato non è quella degli stereotipi polverosi o del folklore a uso e consumo dei turisti. È una Sicilia metafisica, colta, fenicia e araba. È la terra di Stranizza d’amuri, cantata rigorosamente in dialetto siciliano su un tappeto di sintetizzatori, capace di raccontare una storia d’amore adolescenziale sullo sfondo delle bombe della Seconda Guerra Mondiale. Nelle sue canzoni in lingua madre, il siciliano perde la durezza della cronaca e aquista la solennità di un mantra o di una preghiera antica.
L’eredità sul territorio: tra turismo dello spirito e festival d’avanguardia
Oggi l’eredità di Battiato si muove su due binari paralleli in Sicilia. Il primo è quello dei Luoghi del Mito. Villa Grazia a Milo è diventata, pur nel rispetto della proprietà privata, una meta di pellegrinaggio silenzioso. Sulle strade dell’Etna non arrivano i grandi pullman del turismo di massa, ma camminatori solitari, musicisti in cerca di ispirazione e giovani che hanno scoperto l’album La Voce del Padrone su Spotify. A questo si aggiunge la nuova scena musicale, perché Catania e la sua provincia continuano a essere un laboratorio sonoro. Generazioni di musicisti siciliani, dai Cesare Basile e i Denovo degli anni passati fino ai progetti elettronici contemporanei, portano nel DNA l’idea che si possa fare musica d’avanguardia senza perdere le proprie radici.
Il “vuoto” politico e culturale
C’è anche un aspetto più istituzionale e, se vogliamo, più spinoso. Battiato fu, per un breve e tormentato periodo tra il 2012 e il 2013, Assessore al Turismo e allo Spettacolo della Regione Siciliana. Un’esperienza finita bruscamente, che dimostrò l’incompatibilità tra la purezza della sua visione e le logiche del palazzo.
A distanza di anni, la sensazione condivisa da molti intellettuali isolani è che la Sicilia non abbia ancora sfruttato appieno la lezione di quell’esperienza: l’idea che la cultura non sia “intrattenimento”, ma uno strumento di elevazione spirituale e sociale per i cittadini.
La voce che resta
Mentre il sole di maggio scalda le coste di Riposto e la neve sull’Etna comincia a sciogliersi, le radio locali e le piazze virtuali dell’isola rimandano le sue note. Franco Battiato ha fatto alla Sicilia il regalo più grande che un artista possa fare alla propria terra: l’ha universalizzata. Ha dimostrato che si può essere profondamente siciliani parlando di sufismo, di costellazioni, di filosofia tedesca e di canti gregoriani.
Il 19 maggio, per la Sicilia, non è il giorno del rimpianto, ma quello in cui si alza il volume per continuare a cercare, ostinatamente, quel centro di gravità permanente.
Roberto Greco