Morti per lavoro, una vittima ogni 8 ore

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Non accennano a diminuire, anzi continuano a crescere, i numeri dei morti e degli infortuni sul lavoro in Italia. Da gennaio a settembre del 2025 si sono registrate 784 vittime del lavoro, 8 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il ritmo è di un morto ogni 8 ore e di un ferito ogni 50 secondi.

«Questi dati, però, sono approssimati per difetto. Sono veri, ma incompleti, perché a questi bisogna aggiungere quelli non associati all’INAIL, ad esempio dei vigili del fuoco, delle forze armate e delle forze dell’ordine – precisa Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione, già direttore dell’INL (Ispettorato Nazionale del Lavoro, ndr) -. Relativamente agli incidenti lesivi non mortali, inoltre, abbiamo il cosiddetto “numero scuro”, composto da tutti coloro che si recano al pronto soccorso e non denunciano il fatto di aver avuto un incidente sul lavoro. Magari dicono che è stato un incidente stradale oppure domestico. Ciò succede per lo più con chi lavora a nero, ma non denunciano anche altre persone perché hanno paura o non vogliono mettere nei guai il proprio datore di lavoro».

Le cause principali della scarsa sicurezza sul lavoro sono da attribuire principalmente alla mancata prevenzione da parte delle imprese, che in questo modo abbattono i costi e accelerano i lavori, come accade spesso nelle attività in appalto e in subappalto. L’altra causa è legata agli scarsi controlli che vengono fatti in Italia, anche a causa dell’esiguo numero di ispettori del lavoro presenti sul territorio: «Non possiamo calcolare il numero di ispezioni che vengono fatte perché sono distribuite tra troppi corpi ispettivi: l’Inps, le Asl, gli Ispettorati. In questo modo anche l’efficacia della loro azione risulta frantumata, sia per un’eccessiva autonomia, sia per la mancata disponibilità a coordinarsi. Avrebbe senso fare delle ispezioni congiunte, perché in questo modo l’impatto ispettivo non soltanto è basso, ma sicuramente inefficace» sottolinea ancora l’ex consulente giuridico della Commissione di inchiesta del Senato sugli infortuni e le malattie professionali.

Il problema dei morti sul lavoro si è acuito anche con la proliferazione dei cantieri edili legati al Superbonus 100% e al PNRR, ma in realtà tutti i settori sono colpiti da queste tragedie. Giordano ci spiega che, parallelamente allo sviluppo del mercato, non è stata massimizzata la sicurezza. Inoltre, mediante il meccanismo degli appalti e dei subappalti si crea un’accelerazione dei lavori, ma con minore sicurezza, come è accaduto a Roma per la “Torre dei Conti”. Ma quanto in tutto ciò pesano anche le sanzioni considerate da alcuni troppo blande? «L’evoluzione positiva di questa situazione non dipende dalle sanzioni, ma dalla prevenzione. Le norme tecniche attuali non hanno bisogno di ulteriori modifiche, ma di essere applicate, mentre a livello normativo si potrebbe costituire la Procura Nazionale del Lavoro, nonché un’agenzia unica per l’ispezione del lavoro che possa coordinarle tutte, ma questo purtroppo non è stato ancora realizzato».

Spesso anche i media tendono, per fortuna sempre meno, a minimizzare o banalizzare gli incidenti su lavoro derubricandoli come “fatalità”. Ovviamente, si è ormai capito che è necessario seguire le regole dettate dalla prevenzione sui luoghi di lavoro per evitare incidenti più o meno gravi. Ci sono dei termini, però, che secondo Bruno Giordano non si dovrebbero proprio pronunciare quando si parla di questa tematica: «Quello dei morti sul lavoro viene spesso indicato come un “fenomeno”, cioè qualcosa che noi non sappiamo spiegarci, invece in questo caso è possibile spiegare tutto: quali sono le cause, le scelte, le responsabilità e quali potevano essere i modi per prevenire».

Questo particolare aspetto semantico viene chiarito da Giordano nel suo libro, recentemente pubblicato e già alla quarta edizione, dal titolo “Operaicidio” in cui precisa che «anche la locuzione “morte bianca” è fuorviante, perché il concetto di morte bianca allude a qualcosa di pulito, a un’idea di candore e quindi di non colpevolezza, di innocenza, ma non c’è nulla di bianco nella morte sul lavoro, anzi c’è molto di nero e di rosso. Quello di parlare di morte bianche è un modo per alludere alla fatalità, all’assenza di colpevolezza e quindi alla normalità, per questo motivo è una definizione che noi contestiamo».

Sonia Sabatino

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