Un eroe dimenticato: ricordo del Generale Enrico Ragosa

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Ho appreso solo qualche ora fa della scomparsa del Generale Enrico Ragosa, avvenuta nella notte nella sua amata Voltri. A 80 anni, dopo una lunga malattia, se n’è andato un gigante della lotta alla criminalità organizzata, un eroe forse dimenticato dallo Stato ma che noi ricordiamo bene.

Il nome di Enrico Ragosa dovrebbe essere scolpito nella memoria collettiva di questo Paese, eppure in pochi oggi sanno chi fosse davvero quest’uomo che ha dedicato la sua vita al servizio dello Stato. Genovese, classe 1945, Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, Ragosa è stato molto più di un alto ufficiale del disciolto Corpo militare degli Agenti di custodia: è stato l’architetto di una rivoluzione silenziosa che ha cambiato per sempre la lotta contro la mafia.

Il protagonista invisibile del Maxiprocesso

Quando si parla del Maxiprocesso di Palermo si ricordano giustamente i nomi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, di mio padre Alfonso Giordano che presiedette coraggiosamente quella Corte d’Assise. Ma pochi sanno che senza Enrico Ragosa il processo più importante della storia giudiziaria italiana non si sarebbe mai potuto svolgere.

Fu sua l’intuizione di informatizzare il Maxiprocesso dal punto di vista carcerario, un’innovazione che beneficiò anche la Corte d’Assise e che segnò una svolta epocale per la successiva informatizzazione degli Uffici Matricola. Dietro questa manovra ci furono tante notti di lavoro e la determinazione di un uomo che “una ne pensava e cento ne faceva”. La sua squadra gestì i detenuti dell’Ucciardone imputati nel Maxiprocesso in maniera esemplare e compose anche la scorta di mio padre Alfonso Giordano, garantendone la sicurezza in quei venti mesi cruciali.

L’amicizia nata dalla storia

Dalla collaborazione professionale nacque un’amicizia profonda. Dopo la fine del Maxiprocesso, il Generale Ragosa e mio padre svilupparono una stima che andava oltre il rispetto tra colleghi. Due uomini diversi – il magistrato simbolo della giustizia e il poliziotto penitenziario che aveva rivoluzionato la gestione carceraria – uniti dalla stessa passione per la legalità e dal coraggio di non arrendersi mai.

Enrico Ragosa, soprannominato “Furia” per la sua determinazione, era sempre il primo ad entrare nelle carceri in rivolta a capo dei suoi uomini. Ma dietro quella fermezza si celava una sensibilità umana rara: “Il Capo sdrammatizzava sempre prima di un’operazione delicata e pericolosa – ricordano i suoi collaboratori – perché sapeva che quando si prende in giro qualcuno vuol dire che gli si vuole bene”.

L’eredità di un visionario

Da una sua visione nacque il Gruppo Operativo Mobile (GOM), reparto speciale della Polizia Penitenziaria ideato per la lotta alla criminalità organizzata all’interno degli istituti di pena. Ragosa fu l’ideatore delle prime squadre speciali, il precursore di quello che oggi è il sistema di sicurezza penitenziaria italiana.

Il suo spirito di servizio non conobbe confini. Nei primi anni 2000 fu scelto per guidare una missione italiana in Kosovo, coordinando sul campo la ricostruzione del sistema penitenziario locale secondo gli standard italiani. Per mesi lavorò fianco a fianco con funzionari del Ministero della Giustizia, trasferendo competenze e formando il personale locale.

Un addio che brucia

Pochi giorni fa, il Generale mi aveva scritto per salutarmi. Un gesto che testimoniava ancora una volta la sua umanità e il ricordo affettuoso per la famiglia di quello che era stato il suo presidente del Maxiprocesso. Io gli avevo risposto, ma non l’avevo chiamato. Forse avrei dovuto fare di più, ma è così che funziona la vita: spesso ci rendiamo conto del valore delle persone solo quando non ci sono più.

Con lui se ne va l’uomo, il militare, il servitore dello Stato che non lo ha mai ringraziato abbastanza. Un gigante buono che ha saputo essere al tempo stesso il guardiano inflessibile della legalità e l’amico sincero, il superiore rispettato e l’uomo di cuore. È doloroso constatare come questo Paese abbia la memoria corta per i suoi eroi veri. Mentre riempiamo i giornali di personaggi effimeri, uomini come Enrico Ragosa – che hanno rischiato la vita per la giustizia e reso possibili vittorie storiche contro la criminalità – scivolano nel silenzio.

Ma noi lo ricordiamo bene. Ricordiamo il suo coraggio, la sua dedizione, la sua umanità. Ricordiamo l’uomo che ha protetto mio padre e che poi è diventato parte della nostra famiglia. Spero che ora, in paradiso, si sia ricongiunto con Alfonso Giordano. Spero che si siano abbracciati, come due vecchi compagni d’armi che si ritrovano dopo una lunga separazione.

Ai suoi cari, al figlio Simone e a tutta la famiglia, va la nostra vicinanza più sincera. Il Generale Ragosa vivrà per sempre nel cuore di tutti coloro che hanno creduto nella giustizia e nel coraggio di non arrendersi mai.

Grazie, Generale Ragosa. Grazie, Enrico. Gigante buono, non ti dimenticherò mai.

A Dio, Capo.

Avv. Stefano Giordano

 

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