Il paradosso di Mondello: quando il Diritto non incontra la Giustizia

L'ultima ordinanza del Consiglio di Giustizia Amministrativa (Cga), che ha congelato la revoca della concessione alla società Italo Belga restituendole la gestione della spiaggia di Mondello fino al prossimo 30 settembre, è l'emblema perfetto di questo corto circuito

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Il caso Mondello dimostra che siamo in presenza di un sottile, a tratti drammatico, spartiacque che separa l’universo dei codici da quello della coscienza collettiva. Una fessura in cui si infilano, non di rado, le sentenze dei tribunali, lasciando i cittadini con una sensazione di profondo smarrimento. L’ultima ordinanza del Consiglio di Giustizia Amministrativa (Cga), che ha congelato la revoca della concessione alla società Italo Belga restituendole la gestione della spiaggia di Mondello fino al prossimo 30 settembre, è l’emblema perfetto di questo corto circuito. Da un lato il Diritto, con le sue procedure e i suoi tecnicismi e, dall’altro, la Giustizia, intesa come aspirazione etica, equità sociale e bene comune.

La decisione dei giudici amministrativi poggia su pilastri giuridici precisi e rigorosi. Il Cga ha rilevato i ritardi e le carenze programmatorie della Regione Siciliana nella transizione verso nuovi modelli di gestione, e ha valorizzato lo strumento della “prevenzione collaborativa” della Prefettura come scudo di legalità per l’azione della storica società. Non ultimo, ha pesato il bilanciamento degli interessi in gioco: l’imminenza della stagione estiva e il rischio che il litorale più celebre di Palermo sprofondasse nel caos, privo di servizi essenziali e presidi di sicurezza, hanno spinto il tribunale a scegliere la continuità. Sotto il profilo del diritto positivo, l’ordinanza è inattaccabile: applica le regole del gioco formale, sanziona le inefficienze burocratiche e previene il disordine pubblico.

Eppure, basta tendere l’orecchio tra la sabbia di Mondello o ascoltare le reazioni della società civile, dalle preoccupazioni espresse dalla Fondazione Falcone alle proteste della politica locale, per accorgersi che questa vittoria del Diritto viene percepita, da molti, come una sconfitta della Giustizia.

La Giustizia, nell’accezione comune e moderna, reclama la fine dei privilegi perpetui. Guarda alla direttiva europea Bolkestein e ai Piani di Utilizzo del Demanio Marittimo (Pudm) non come a freddi adempimenti burocratici, ma come a strumenti di equità: la promessa che un bene pubblico, una spiaggia che appartiene per natura a tutta la comunità, possa essere finalmente contendibile, trasparente e fruibile in modo più democratico. Vedere rinnovata, per l’ennesimo anno in una storia che dura ormai da oltre un secolo, la gestione esclusiva a un unico attore privato genera una frizione morale. Ci si chiede se la legalità formale non finisca, a volte, per farsi scudo dello status quo, congelando il cambiamento in nome dell’ordine.

Il paradosso si consuma proprio qui. Il Diritto è una macchina logica che si nutre di atti, scadenze, vizi di forma e tutele cautelari. La Giustizia è invece una tensione ideale, un moto dell’animo che chiede risposte sostanziali alle esigenze di cambiamento di una comunità. Quando il Diritto si disallinea in modo così evidente dalla percezione della Giustizia, le istituzioni rischiano di perdere credibilità, apparendo agli occhi dei cittadini come algide fortezze burocratiche distanti dalla realtà.

La colpa di questo scollamento, tuttavia, non va cercata nelle aule di giustizia. I magistrati giudicano sulle carte. La responsabilità risiede nell’inerzia e nell’approssimazione della politica e delle amministrazioni pubbliche, incapaci di tradurre la domanda di giustizia sociale in atti amministrativi solidi, tempestivi e a prova di ricorso. Finché la transizione verso il bene comune sarà gestita con improvvisazione, il Diritto continuerà a fare il suo dovere: proteggere le regole scritte, anche quando queste finiscono per proteggere il passato.

Mondello rimarrà così, com’è stata nell’ultimo secolo, per un’altra estate. Una decisione legalmente ineccepibile, ma che lascia l’amaro in bocca a chi sperava che il 2026 potesse essere l’anno della svolta. Resta la speranza che i mesi che ci separano da ottobre servano alle istituzioni per sanare le proprie lacune, affinché la prossima volta Diritto e Giustizia possano finalmente viaggiare sullo stesso binario.

Roberto Greco

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