“Il giudice e il boss”: la vera storia di Cesare Terranova e Lenin Mancuso

Il nuovo film diretto da Pasquale Scimeca è andato in onda ieri sera su Raitre nella giornata dedicata alla memoria della strage di Capaci

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 6 minutes

“Il giudice e il boss” è il nuovo film diretto da Pasquale Scimeca, andato in onda ieri, in prima visione su Rai 3, il 23 maggio 2026, nella giornata dedicata alla memoria della strage di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Una data simbolica per raccontare una delle pagine più importanti e meno conosciute della storia dell’antimafia italiana.

La trama del film

Il film racconta la storia del giudice Cesare Terranova e del maresciallo Lenin Mancuso, impegnati in una lotta durissima contro il boss Luciano Liggio, contro la mafia corleonese e contro uomini corrotti delle istituzioni. Una vicenda che attraversa anni di indagini, sacrifici e isolamento istituzionale, culminando nel processo di Bari istruito proprio da Terranova dopo oltre dieci anni di lavoro investigativo svolto insieme a Lenin Mancuso, al vicebrigadiere Agostino Vignali e al colonnello dei carabinieri Ignazio Milillo.

Il cuore del film ruota attorno a una domanda che ancora oggi pesa sulla storia italiana: cosa sarebbe successo se il processo di Bari si fosse concluso con la condanna di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano e degli altri uomini del clan corleonese? Quante vite innocenti e quante stragi si sarebbero potute evitare? Ma la storia andò diversamente e Cesare Terranova venne lasciato solo, umiliato e delegittimato mentre continuava a combattere quella che sembrava una guerra impossibile contro un sistema criminale sempre più potente. Il film, scritto da Pasquale Scimeca e Attilio Bolzoni con la collaborazione di Nadia Terranova, mette al centro anche l’evoluzione della mafia siciliana da fenomeno rurale a grande potere economico e finanziario capace di infiltrarsi nell’edilizia, nel traffico internazionale di droga, nella speculazione e nella politica. Una trasformazione intuita proprio da Terranova, considerato da molti il magistrato che aprì la strada alle successive indagini di Falcone e Borsellino.

Cast e produzione

Nel cast figurano Gaetano Bruno, Claudio Castrogiovanni, Peppino Mazzotta, Enrico Lo Verso e Naike Anna Silipo, insieme a Marco Gambino, Rita Abela, Vincenzo Albanese, Marilù Pipitone, Rosario Minardi, Sergio Vespertino, Omar Noto e Giovanni Arezzo. Le musiche sono firmate da Giovanni Sollima, mentre la produzione è di Arbash in collaborazione con Rai Cinema.

L’intervista a Carmine Mancuso

Noi de l’altroparlante abbiamo intervistato Carmine Mancuso, figlio di Lenin Mancuso, ex poliziotto, ex senatore e storico attivista antimafia, che ci ha raccontato la storia umana e investigativa di suo padre e di Cesare Terranova, il valore del film e la solitudine vissuta da chi cercò di fermare Cosa Nostra quando ancora molti negavano persino l’esistenza della mafia.

carmine mancuso
Carmine Mancuso
Carmine Mancuso, il film “Il giudice e il boss” arriva nel giorno dedicato alla memoria della strage di Capaci. Quanto è importante oggi raccontare la storia di Cesare Terranova e di suo padre Lenin Mancuso alle nuove generazioni?

«È fondamentale perché questa è una storia che precede Falcone e Borsellino e che in qualche modo prepara tutto quello che arriverà dopo. Mio padre Lenin Mancuso e Cesare Terranova furono tra i primi uomini dello Stato a comprendere davvero la trasformazione della mafia. Dopo la strage di Ciaculli del 1963 nasce tra loro una collaborazione autentica, fortissima, quasi fraterna. Erano anni pionieristici. Un magistrato e un poliziotto che praticamente da soli iniziano a capire cosa stesse diventando Cosa Nostra. Avevano intuito che la mafia non era più quella rurale dei feudi siciliani. Stavano assistendo alla nascita di una nuova mafia che usciva dalle campagne per conquistare Palermo, l’edilizia, i mercati delle derrate alimentari, il contrabbando di sigarette, il traffico della droga, il boom economico e i grandi interessi finanziari. Parliamo di un periodo in cui gli affari mafiosi già valevano miliardi. Le cosche diventavano sempre più violente. Si passava dalla lupara a mitra, alle auto imbottite di tritolo. Palermo viveva nel terrore eppure da certi ambienti politici e persino ecclesiastici continuavano a ripetere che la mafia non esisteva.»

Nel suo racconto emerge spesso il tema della solitudine. Quanto furono lasciati soli Lenin Mancuso e Cesare Terranova nella loro battaglia contro la mafia?

«Furono lasciati completamente soli. Questa è la verità storica. Mio padre e Terranova erano dei cavalieri solitari. Lavoravano con un senso assoluto dello Stato e della legalità ma senza mezzi adeguati. Non avevano intercettazioni, non avevano computer, non avevano banche dati moderne e spesso non avevano nemmeno supporto istituzionale. Passavano giornate intere a studiare fascicoli, costruire mappe, collegare nomi, famiglie mafiose, interessi economici e movimenti criminali. Lo facevano con una dedizione totale, con la consapevolezza di chi aveva capito il pericolo enorme che stava crescendo. Spesso si spostavano con l’auto privata di Terranova, che molte volte guidava personalmente. Oggi sembra incredibile pensarlo, ma lavoravano così. Eppure in dieci anni riuscirono a costruire i primi grandi maxi processi contro la mafia.»

Lei definisce suo padre e Terranova dei pionieri. In che modo il loro lavoro cambiò per sempre la lotta a Cosa Nostra?

«Perché furono i primi a individuare l’intera struttura di Cosa Nostra e soprattutto l’emergere dei corleonesi. Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano, tutti quelli che poi sarebbero diventati i grandi capi della mafia erano già dentro le loro indagini. Il loro lavoro investigativo fu immenso. Addirittura istruirono due maxi processi con centinaia di imputati. Furono loro a comprendere che la mafia era un’organizzazione unitaria che si muoveva insieme a pezzi della politica, della massoneria, dell’economia e dell’amministrazione pubblica. Quello che poi verrà sviluppato da Falcone e Borsellino nasce anche dalle intuizioni investigative di uomini come Terranova e mio padre.»

Eppure quei processi finirono con assoluzioni clamorose. Quanto pesò quella sconfitta?

«Fu una ferita enorme. I processi celebrati a Catanzaro e Bari finirono con assoluzioni clamorose e non credo sia stato casuale che vennero celebrati lontano da Palermo. Mio padre e Terranova avevano dedicato anni della loro vita a quelle indagini. Avevano raccolto prove, costruito collegamenti, individuato responsabilità precise. Vedere tutto finire in quel modo fu devastante. Ma nonostante questo Cesare Terranova non si fermò mai. Nel 1979 stava per diventare capo dell’Ufficio istruzione di Palermo. Ed è proprio in quel momento che la mafia e quel sistema intrecciato tra criminalità, potere e corruzione capirono che rappresentavano un pericolo troppo grande.»

Il 25 settembre 1979 arrivò l’agguato mafioso in cui furono assassinati suo padre e Cesare Terranova. Cosa le hanno raccontato di quegli ultimi momenti?

«Erano in auto. Terranova guidava e mio padre era seduto accanto a lui. All’improvviso comparvero i killer armati con una carabina americana e spararono a bruciapelo. Mio padre tentò di estrarre la pistola ma venne colpito subito. Eppure, anche se era già ferito mortalmente, si buttò sul corpo di Cesare Terranova per fargli scudo. Ricevette altri colpi mentre cercava di proteggerlo. Questo gesto racconta tutto del loro rapporto umano oltre che professionale. Tra loro non c’era soltanto collaborazione investigativa. C’era un’amicizia fraterna. Dopo la loro morte ci furono anche episodi dolorosi legati all’indifferenza di una parte della società e delle istituzioni.

 Quanto le pesa ancora oggi quel ricordo?

«Pesa moltissimo. L’anno successivo all’agguato gli abitanti di un palazzo vicino al luogo dell’omicidio si opposero persino all’installazione di una lapide commemorativa per motivi estetici. È una vicenda che ancora oggi lascia amarezza. Anche il riconoscimento ufficiale per il gesto eroico di mio padre venne ostacolato. Cercammo inutilmente di ottenere un riconoscimento al valore per il fatto che si fosse gettato sul corpo di Terranova pur essendo già colpito a morte. Le istituzioni rimasero sorde.»

Poi però intervenne Sandro Pertini. Che ricordo conserva di quel momento?

«Quando il presidente Sandro Pertini venne a conoscenza della vicenda ebbe una reazione molto forte. Fu lui personalmente a consegnare la medaglia d’oro al valore a mia madre. Ricordo che si scusò e disse di vergognarsi per il trattamento riservato a un servitore dello Stato come Lenin Mancuso. Fu un gesto umano e istituzionale di enorme valore.»

Che significato ha per lei vedere oggi questa storia raccontata da Pasquale Scimeca nel film “Il giudice e il boss”?

«Per me significa restituire memoria, dignità e verità storica. Essere figlio di Lenin Mancuso non significa soltanto orgoglio ma anche responsabilità. Ho avuto il privilegio di conoscere Cesare Terranova non solo come magistrato ma come uomo di famiglia. Pasquale Scimeca ha avuto il coraggio e il merito di raccontare questa storia con rispetto e profondità. È un film che le nuove generazioni dovrebbero vedere perché racconta cosa significhi davvero servire lo Stato quando intorno molti fingevano di non vedere. È una storia di sacrificio, di coraggio e anche di solitudine. Ma soprattutto è una storia che appartiene alla memoria dell’Italia.»

«Volgiti indietro e guarda, o patria mia, quella schiera infinita d’immortali», scriveva Giacomo Leopardi. Una frase scelta da Carmine Mancuso per chiudere la nostra intervista e racchiudere il significato più profondo de “Il giudice e il boss”: custodire la memoria di uomini come Cesare Terranova e Lenin Mancuso, che hanno sacrificato la propria vita per lo Stato e per un ideale di giustizia. Uomini diventati immortali per il loro coraggio, per lo spirito di servizio e per avere contribuito, con il loro lavoro e il loro esempio, alla costruzione di un futuro libero dalla mafia. Un film che può essere visto anche come il racconto di ciò che l’essere umano è capace di fare quando supera se stesso in nome di un ideale più grande, mettendo da parte paura, interessi personali e persino la propria vita per il bene collettivo. Una memoria che deve continuare a vivere perché il loro sacrificio non venga mai dimenticato e continui a indicare la strada alle nuove generazioni.

Dorotea Rizzo

Dorotea Rizzo
Dorotea Rizzo
Giornalista pubblicista con laurea in Lettere, specializzata in editing, giornalismo web e cura di mostre. Collabora con siti web, redazioni giornalistiche ed enti culturali a Palermo.

Ultimi Articoli