Nel gran teatro dell’apparire, la figura dell’influencer sorge come il simulacro perfetto di una società che ha scambiato il peso delle idee con il conteggio dei pixel. Non è più la competenza a legittimare la parola, bensì l’algoritmo che eleva il vuoto a canone estetico e intellettuale.
Siamo passati, con una rapidità che avrebbe lasciato sgomento perfino il più cinico dei sociologi, dall’era del saper fare all’era del far vedere. Un tempo, il prestigio era una conseguenza, talvolta faticosa e tardiva, di un’opera compiuta: un libro scritto, un ponte costruito, una scoperta scientifica validata dal rigore della comunità accademica. Oggi, nell’agorà digitale che somiglia sempre più a un cortile di condominio eletto a sistema planetario, il prestigio precede l’opera. Anzi, ne fa felicemente a meno.
È la vittoria definitiva della “fama senza merito”.
Se un tempo il parvenu doveva almeno simulare una cultura per essere accettato nei salotti buoni, l’influencer contemporaneo rivendica con orgoglio la propria vacuità. Non è più necessario possedere una competenza; basta possedere un dispositivo e una dose massiccia di narcisismo digitale. Assistiamo a un’inversione ontologica: non sono più i contenuti a generare attenzione, ma è l’attenzione, quantificata in like e visualizzazioni, a generare, per autocombustione, la parvenza di un contenuto.
L’idiota del villaggio, che un tempo veniva messo a tacere dal sagrestano o dal medico condotto, oggi ha lo stesso potere mediatico di un Premio Nobel. Con la differenza che l’idiota del villaggio ha più tempo per curare il montaggio dei propri video.
La tragedia non risiede tanto nell’ascesa di queste figure, che in fondo occupano il vuoto pneumatico lasciato dalla crisi delle istituzioni educative, quanto nella mutazione antropologica del pubblico. Il lettore, trasformato in follower, non cerca più la verità o la bellezza, ma la conferma del proprio io riflesso in uno schermo. Si venera chi “sa apparire” mentre fa colazione, mentre sceglie un abito, mentre piange a comando, perché questo rassicura la massa sulla mediocrità come valore assoluto.
La competenza, che richiede tempo, silenzio e fatica, è diventata un ostacolo. È troppo lenta per l’algoritmo, troppo complessa per il commento compulsivo. Preferiamo il tutorial di chi non ha mai studiato la materia, perché parla il nostro linguaggio semplificato, privo di quelle fastidiose sfumature che costringono a pensare.
Siamo di fronte a un’aristocrazia del nulla, dove il trono è un profilo verificato e lo scettro è un bastone per i selfie. E mentre applaudiamo la viralità dell’ultimo balletto o dell’ultima polemica costruita a tavolino, non ci accorgiamo che stiamo smantellando, pezzo dopo pezzo, il concetto stesso di autorità intellettuale.
Un mondo che confonde la popolarità con il valore è un mondo che ha rinunciato a capire se stesso. E, purtroppo, non c’è filtro Instagram capace di correggere questa miopia collettiva.
Cosa accade, quindi, a una società che smette di distinguere tra chi “sa” e chi “sembra sapere”?
Roberto Greco
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