Esiste una sottile differenza semiotica tra l’ignorante e l’incompetente fiero. Il primo è una condizione naturale, spesso involontaria, di chi non ha ancora avuto accesso alle fonti del sapere. Il secondo è un prodotto culturale raffinato, un’entità che ha deciso di trasformare la propria lacuna in una corazza morale. Se un tempo l’ignoranza era un silenzio timoroso davanti alla complessità, oggi è un grido che rivendica il diritto di non essere disturbato dai fatti.
L’equivoco della trasparenza
La polemica nasce da una mutazione genetica del concetto di democrazia. Abbiamo confuso l’uguaglianza dei diritti con l’uguaglianza delle competenze. Il ragionamento, che circola nei nuovi territori digitali come un virus parainfluenzale, segue un sillogismo zoppo che si basa su una serie di una serie di autocompiacimenti quali “gli esperti hanno spesso fallito, o sono corrotti”, “io non sono un esperto però” e infine il peggiore di tutti, ossia, “io possiedo la verità perché sono immune dal vizio della competenza”.
È la glorificazione della tabula rasa. Si elegge a virtù il fatto di non aver mai aperto un manuale di diritto amministrativo, convinti che l’intuito del “buon padre di famiglia” possa sostituire millenni di giurisprudenza. Ma il buon senso, come ci ricordava Manzoni, se ne stava ben nascosto per paura del senso comune.
La sindrome dei barbari mimetici
Assistiamo a un fenomeno di mimetismo verso il basso. Se la funzione dell’intellettuale e del politico era quella di fornire gli strumenti per decifrare il labirinto della realtà, oggi il leader cerca disperatamente di dimostrare di essere smarrito quanto il suo elettore. Si svuota il vocabolario, riducendo la complessità del mondo a una serie di interiezioni e slogan da stadio. Vantarsi di non leggere libri o di non conoscere la geografia non è più motivo di imbarazzo, ma un marchio di “autenticità”.
In questo scenario, la cultura non è più vista come uno strumento di liberazione, ma come un orpello castale, un trucco da prestigiatore usato dalle élite per ingannare il popolo bue. Ne deriva che l’unico di cui ci si possa fidare è colui che garantisce di essere totalmente privo di strumenti critici.
Il trionfo della “Doxa” sul “Logos”
Il rischio di questo elogio dell’incompetenza è il ritorno a una forma di pensiero magico. Senza la mediazione della competenza, i nessi causali saltano. La politica diventa una questione di fede, la scienza un’opinione tra le tante, e la gestione della cosa pubblica un esercizio di improvvisazione teatrale. Un mondo dove l’opinione del neofita pesa quanto quella del saggio non è un mondo più libero; è solo un mondo più pericoloso, dove la navigazione è affidata a chi non sa leggere le stelle ma giura di avere un ottimo fiuto per il vento.
La resistenza del libro
La polemica deve allora farsi monito. La vera sfida al sistema non è l’insulto sguaiato, ma lo studio ostinato. In un’epoca che premia l’improvvisazione, essere competenti è l’unico atto veramente eversivo rimasto.
Dobbiamo smettere di scusarci per aver studiato. Se la nave sta affondando, non cerco un capitano “onesto ma ignaro di correnti”; cerco qualcuno che sappia, maledizione, come si consulta una carta nautica. Il resto è solo rumore di fondo in una piazza che ha dimenticato la differenza tra un’idea e un’eruttazione verbale.
Roberto Greco
La sindrome del peristilio: anatomia del linciaggio digitale