La sanità cattolica tra missione e potere: il sistema parallelo che pesa sul SSN

Un sistema enorme, storicamente radicato, che comprende ospedali classificati, IRCCS, case di cura, RSA, centri di riabilitazione e strutture socio-assistenziali gestite da ordini religiosi, congregazioni e fondazioni cattoliche

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Dalle convenzioni miliardarie alle reti di potere e influenza: viaggio nel ruolo delle fondazioni religiose nella sanità italiana, con focus sulla Sicilia

C’è una parte della sanità italiana che sfugge quasi sempre al dibattito pubblico. Non è completamente privata, ma neppure davvero pubblica. Vive dentro il Servizio sanitario nazionale, ne utilizza risorse, convenzioni e accreditamenti, ma conserva governance autonome, patrimoni indipendenti e una fitta rete di relazioni politiche e territoriali. È il mondo della sanità religiosa convenzionata.

Un sistema enorme, storicamente radicato, che comprende ospedali classificati, IRCCS, case di cura, RSA, centri di riabilitazione e strutture socio-assistenziali gestite da ordini religiosi, congregazioni e fondazioni cattoliche. Una galassia che, attraverso ARIS – Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari, rappresenta centinaia di strutture e migliaia di posti letto distribuiti in tutta Italia.

Formalmente si tratta di realtà “no profit”. Ma il termine rischia spesso di generare un equivoco. “Non profit” non significa assenza di denaro, né marginalità economica. Significa semplicemente che gli utili non vengono distribuiti come dividendi. Nel frattempo, però, queste strutture movimentano centinaia di milioni di euro l’anno tra rimborsi pubblici, convenzioni regionali, prestazioni accreditate, fondi PNRR e attività private parallele.

La questione non riguarda la qualità clinica, in molti casi elevata, bensì il rapporto sempre più ambiguo tra pubblico, privato e potere confessionale nella gestione della salute.

Secondo i dati ARIS, il sistema associativo comprende decine di ospedali classificati, IRCCS, centri di riabilitazione e RSA, per un totale di circa 26 mila posti letto.

Una componente strutturale del welfare sanitario nazionale, riconosciuta fin dalla legge Mariotti del 1968 e poi integrata stabilmente nella rete del SSN.

Negli anni, tuttavia, il confine tra integrazione e dipendenza si è fatto sempre più sottile. Regioni in difficoltà cronica, incapaci di rafforzare il sistema pubblico, hanno progressivamente aumentato il ricorso alle strutture convenzionate. Il risultato è una sanità “mista” dove il cittadino spesso non distingue più cosa sia pubblico e cosa no, mentre il denaro pubblico continua a finanziare soggetti privati dotati di ampia autonomia gestionale.

Il fenomeno emerge con forza soprattutto nelle regioni meridionali, dove la debolezza storica del sistema ospedaliero pubblico ha favorito la crescita di poli sanitari privati e religiosi capaci di occupare spazi lasciati vuoti dallo Stato.

Il laboratorio Sicilia

In Sicilia il rapporto tra sanità pubblica e ospedalità privata convenzionata è diventato ormai strutturale. La Regione ha recentemente siglato un accordo da oltre 515 milioni di euro con le associazioni della sanità privata accreditata — tra cui anche ARIS — destinato all’abbattimento delle liste d’attesa e al supporto delle prestazioni ospedaliere.

Un dato che fotografa una trasformazione profonda: il privato convenzionato non è più un’integrazione residuale del sistema, ma un pilastro operativo della sanità regionale.

In Sicilia convivono eccellenze pubbliche in forte sofferenza economica e organizzativa con strutture private o religiose capaci di attrarre professionisti, investimenti e mobilità sanitaria. In alcuni casi, i centri convenzionati riescono a garantire servizi più efficienti delle aziende ospedaliere pubbliche, soprattutto nei settori ad alta specializzazione e riabilitazione.

Il problema, però, riguarda gli equilibri di potere che questo modello produce. Quando una regione finanzia massicciamente strutture convenzionate per compensare le inefficienze del pubblico, si crea un meccanismo potenzialmente perverso: il pubblico si indebolisce ulteriormente, mentre il convenzionato acquisisce crescente peso contrattuale e politico.

La Sicilia rappresenta un caso emblematico anche per la presenza storica di grandi reti sanitarie cattoliche e fondazioni religiose che operano in settori strategici: riabilitazione, lungodegenza, assistenza agli anziani, disabilità e cure specialistiche. Ambiti dove il controllo delle convenzioni pubbliche garantisce flussi economici continui e relativamente stabili.

Nel frattempo, il sistema sanitario regionale continua a convivere con carenze di personale, fuga di medici e infermieri, dipendenza dai “gettonisti” e forti squilibri territoriali. Ed è qui che emerge la contraddizione più evidente: mentre il pubblico arretra, il privato convenzionato, incluso quello religioso, consolida la propria posizione come interlocutore indispensabile della politica regionale.

Il nodo politico

Il punto più delicato resta il rapporto tra sanità religiosa e potere politico.

Le strutture confessionali godono storicamente di una forte capacità relazionale trasversale. Dialogano con governi regionali di centrodestra e centrosinistra, partecipano ai tavoli tecnici, influenzano programmazione sanitaria e accreditamenti. Non necessariamente attraverso pratiche illegittime, ma grazie a una presenza consolidata che rende il sistema difficilmente riformabile.

In molte realtà territoriali, soprattutto nel Mezzogiorno, le strutture religiose rappresentano anche importanti bacini occupazionali e nodi di consenso sociale. Chi governa difficilmente può permettersi uno scontro diretto.

Intanto il cittadino percepisce un sistema sempre più duale: ospedali pubblici in affanno, liste d’attesa interminabili, pronto soccorso saturi e una crescente necessità di rivolgersi al convenzionato per ottenere cure in tempi accettabili.

Il rischio è che il Servizio sanitario nazionale venga lentamente trasformato in una piattaforma finanziaria pubblica che acquista prestazioni da soggetti esterni, anziché produrle direttamente.

E dentro questa trasformazione, la sanità religiosa continua a occupare una posizione centrale, protetta da un’aura storica di solidarietà e assistenza che spesso rende difficile qualunque critica politica o giornalistica.

Ma oggi la questione non è religiosa. È economica, istituzionale e democratica: chi controlla davvero una parte crescente della sanità italiana? E soprattutto, chi decide come vengono spesi i miliardi pubblici destinati alla salute?

Sonia Sabatino

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