Lavoro in Italia: crescita fragile, precarietà strutturale e salari ancora in bilico

Mentre a livello nazionale il mercato del lavoro mostra timidi segnali di crescita, l’analisi dei dati territoriali diffusi dal CNEL restituisce un quadro drammatico per la Sicilia. L’Isola non solo conferma il suo ruolo di fanalino di coda per l’occupazione, ma emerge come il simbolo più evidente di una crisi strutturale che combina bassissima partecipazione femminile, disoccupazione giovanile endemica e una vera e propria "emorragia" di capitale umano che costa all’economia isolana miliardi di euro

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Il XXVII Rapporto CNEL sul mercato del lavoro dipinge un’Italia che nel 2025 continua a creare posti di lavoro, ma lo fa in modo paradossale: l’occupazione cresce più del PIL, senza un corrispondente aumento della produttività e con una qualità che resta profondamente diseguale. Il quadro che emerge è quello di un Paese intrappolato tra espansione quantitativa e debolezza strutturale.

Macroeconomia: lavoro sì, ma poco produttivo

Nel 2025 il PIL italiano cresce solo dello 0,5%, mentre l’occupazione tocca 24.121.000 unità (+0,4%). Una divergenza che, sottolinea il Rapporto, “costituisce uno dei tratti più significativi del quadro attuale”: il lavoro aumenta senza un corrispondente rafforzamento della base produttiva. Le ore lavorate salgono dell’1,6% su base annua, ma la produttività non recupera. A trainare l’occupazione sono soprattutto costruzioni (+3,1%) e servizi (+2,0%), mentre l’industria ristagna (+0,1%). Il manifatturiero soffre la debole domanda estera e la concorrenza cinese.

La crescita, avverte il CNEL, è “fragile”, sostenuta dalla domanda interna e dagli incentivi pubblici (PNRR), mentre le esportazioni nette danno un contributo negativo (-0,4%). E il divario con l’Europa resta pesante: Italia +0,5%, Area Euro +1,3%.

Dinamiche demografiche: lavorano i più anziani, i giovani restano fuori

Il mercato del lavoro italiano riflette ormai in modo diretto il declino demografico. La popolazione in età da lavoro (15-64 anni) passerà da 37,2 milioni (2024) a 29,4 milioni nel 2050. Nel 2025 il tasso di occupazione dei 50-64enni sale al 67% (+1,6 punti), mentre nella fascia 15-34 anni crolla al 43,2% (-1,3 punti). “L’espansione del lavoro – scrive il Rapporto – è sostenuta soprattutto dalle generazioni più anziane”. Un’inversione generazionale che non è congiunturale, ma strutturale.

Il tasso di disoccupazione scende al 5,5%, ma il dato va letto con cautela: gli inattivi tra 15 e 64 anni salgono a 12,5 milioni (tasso al 33,9%). Il miglioramento, evidenzia il CNEL, “non deriva solo da una maggiore capacità di assorbire lavoro, ma anche dall’uscita di una parte della popolazione dalla partecipazione attiva”.

Il divario territoriale resta abissale: tasso di occupazione al 69,5% al Nord, 50,0% nel Mezzogiorno. L’inattività al Sud tocca il 44,6% (Nord 27,6%). Il titolo di studio continua a fare la differenza: lavora l’82,6% dei laureati, solo il 45,6% di chi ha la licenza media.

Contratti: l’ingresso è a termine, la stabilità è un’eccezione

I flussi di attivazione raccontano un mercato dominato dalla precarietà. Nel terzo trimestre 2025, il 61,3% delle nuove attivazioni è a tempo determinato, mentre l’indeterminato rappresenta appena il 18,6%. Le trasformazioni a tempo indeterminato subiscono una leggera flessione (230 mila). Il Rapporto parla di una “dissociazione tra dinamica dello stock e dinamica dei flussi”: lo stock di posti stabili cresce, ma le nuove assunzioni restano temporanee.

I dati sulla durata dei rapporti sono impressionanti: oltre il 60% dei contratti cessati dura meno di un anno, e il 27,2% addirittura meno di 30 giorni. Ogni lavoratore ha in media 1,26 rapporti di lavoro nello stesso periodo, segno di frammentazione e intermittenza. “La precarietà – sottolinea il CNEL – non è solo legata alla tipologia contrattuale, ma alla continuità effettiva dell’esperienza lavorativa”.

Crescono le collaborazioni (dal 2,9% delle attivazioni nel 2022 al 6,6% nel 2024), mentre calano i tirocini e la somministrazione (tredicesimo trimestre consecutivo di riduzione).

Retribuzioni: recupero nominale, perdita reale

Nel 2025 le retribuzioni contrattuali nel privato crescono del 3,2%, un valore superiore all’inflazione. Ma il Rapporto è netto: “a fine 2025 le retribuzioni reali risultano ancora inferiori del 7,7% rispetto ai livelli di gennaio 2021”. L’aumento nominale non basta a sanare il buco del biennio inflazionistico precedente. Peggio nei servizi, dove i rinnovi sono più lenti e mancano meccanismi di scala mobile.

Contrattazione: pochi contratti veri, tanta polvere formale

Il sistema contrattuale italiano è un paradosso: copertura quasi universale, ma i soli 28 contratti più grandi coprono oltre l’80% dei lavoratori privati, e quelli con più di 10.000 dipendenti arrivano al 97,2%. Il CNEL ha riorganizzato l’Archivio nazionale dei contratti, incrociandolo con i codici Ateco e i flussi Uniemens. Risultato: solo 142 contratti collettivi nazionali di categoria superano l’1% dei dipendenti in almeno una divisione Ateco, e insieme coprono il 97,5% dei lavoratori. Oltre il 70% dei contratti depositati si applica a meno di 500 lavoratori.

Il fenomeno del dumping contrattuale (contratti firmati da organizzazioni con bassa rappresentatività e condizioni inferiori) esiste, ma riguarda una quota marginale di lavoratori. Tuttavia, avverte il Rapporto, “può produrre effetti rilevanti nei segmenti più deboli del mercato del lavoro, soprattutto in contesti a bassa sindacalizzazione”.

Focus Sicilia: il peso del divario di genere, la fuga dei giovani e il costo del capitale umano

Mentre a livello nazionale il mercato del lavoro mostra timidi segnali di crescita, l’analisi dei dati territoriali diffusi dal CNEL restituisce un quadro drammatico per la Sicilia. L’Isola non solo conferma il suo ruolo di fanalino di coda per l’occupazione, ma emerge come il simbolo più evidente di una crisi strutturale che combina bassissima partecipazione femminile, disoccupazione giovanile endemica e una vera e propria “emorragia” di capitale umano che costa all’economia isolana miliardi di euro.

Il record negativo del gap di genere

Uno degli elementi più eclatanti emersi dai bollettini CNEL-Istat del 2025 riguarda la fotografia del divario uomo-donna. In Sicilia, la differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è tra le più alte d’Italia. I dati indicano che il divario di genere nel Mezzogiorno supera i 25 punti percentuali, con la Sicilia che figura tra le regioni critiche insieme a Campania e Puglia .

Questa distanza strutturale è alimentata anche dalla povertà educativa: secondo le analisi economiche regionali, l’occupazione femminile giovanile (15-24 anni) tocca livelli drammatici, attestandosi solo all’8,3% , con un tasso di disoccupazione che sfiora il 40% . I numeri rivelano una Sicilia che continua a escludere sistematicamente le giovani donne dal mercato del lavoro e dalle traiettorie tecnologiche.

Un’inversione demografica paradossale

In controtendenza rispetto ad altre aree d’Europa, l’occupazione in Sicilia cresce solo grazie alle fasce più anziane. Mentre a livello nazionale si osserva una fatica generalizzata dei giovani a entrare nel mondo del lavoro, in Sicilia il fenomeno è amplificato dalla carenza di opportunità. Nonostante qualche segnale di ripresa nel Mezzogiorno trainato dal turismo e dalla ZES unica , la bilancia dell’occupazione pende sugli over 50, mentre i Neet (giovani che non studiano e non lavorano) restano un’emergenza sociale, anche se in leggera flessione grazie ai percorsi di transizione scuola-lavoro .

L’esodo: 16,7 miliardi di “capitale umano” perduti

La criticità più allarmante sollevata dal CNEL riguarda l’impatto dell’emigrazione giovanile sulla ricchezza prodotta. Secondo il rapporto specifico del CNEL del dicembre 2025 (L’attrattività dell’Italia per i giovani), la Sicilia è tra le regioni che pagano il prezzo più alto alla “fuga di cervelli”.

Tra il 2011 e il 2024, il valore del capitale umano (costi di istruzione e formazione) perso dall’Isola a causa dell’emigrazione di giovani tra i 18 e i 34 anni è stimato in 16,7 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta il 15,1% del PIL regionale, collocando la Sicilia ai vertici della classifica nazionale del depauperamento relativo, seconda solo alla Calabria e all’Alto Adige per incidenza sul PIL .

A differenza di altre regioni dove si emigra solo con la laurea, in Sicilia il fenomeno è “generalizzato”: coinvolge trasversalmente diplomati e laureati, segno che la mancanza di opportunità non risparmia nessun livello di istruzione. Solo una minoranza di emigrati siciliani (26,5%) possiede un titolo di studio terziario, un dato basso rispetto alla media nazionale, che indica una fuga di “massa” dovuta alla mancanza di un tessuto imprenditoriale capace di assorbire anche la manodopera qualificata di base .

Contrattazione “pirata” e terziario

Sul fronte della qualità del lavoro, la Sicilia risente pesantemente del fenomeno del dumping contrattuale, particolarmente diffuso nel terziario di mercato (commercio, turismo, servizi), che rappresenta il cuore pulsante dell’economia isolana. Sebbene i contratti nazionali firmati dai sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil) coprano la maggioranza dei lavoratori, è rilevante la presenza di contratti “pirata” sottoscritti da sigle minori. Questi contratti, pur essendo formalmente registrati, offrono condizioni retributive drammaticamente inferiori: si stimano differenziali annui lordi tra i 3.000 e gli 8.000 euro a parità di mansione, oltre a minori tutele su malattia e previdenza .

Questo fenomeno, denunciato anche dalla Uil come certificato dal CNEL, aggrava la precarietà in un’Isola dove il costo della vita, soprattutto nei centri turistici, non è più basso come una volta, impoverendo ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori del comparto terziario . Per arginare la proliferazione di questi contratti nel Sud, le associazioni di categoria (come Confcommercio Puglia e Sicilia) hanno sottoscritto protocolli specifici per promuovere l’applicazione dei contratti di lavoro dignitosi e contrastare la concorrenza sleale basata sulla compressione dei salari .

La diagnosi finale

L’Italia cresce in termini di posti di lavoro, ma non di qualità del lavoro. La produttività langue, i giovani restano ai margini, il Mezzogiorno non decolla, i salari reali sono ancora sotto i livelli del 2021 e la contrattazione collettiva si regge su pochi grandi contratti, mentre attorno proliferano accordi senza reale peso. Un mercato del lavoro che migliora nei numeri, ma che nelle sue evidenze più profonde mostra ancora tutte le sue fragilità strutturali.

Roberto Greco

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