Il mare avanza e i borghi arretrano: la nuova frontiera della crisi climatica

Lungo le coste italiane, i borghi marinari - simboli di storia, economia e identità - si scoprono sempre più esposti, mentre il confine tra terra e mare diventa mobile, instabile, incerto. Non è solo una sequenza di eventi estremi. È un cambio di paradigma

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Le onde non bussano più: entrano. Superano le spiagge, scavalcano i lungomari, arrivano sotto le case. L’ultima ondata di maltempo, con il ciclone Harry, ha trasformato un equilibrio fragile in una frattura evidente. Lungo le coste italiane, i borghi marinari – simboli di storia, economia e identità – si scoprono sempre più esposti, mentre il confine tra terra e mare diventa mobile, instabile, incerto. Non è solo una sequenza di eventi estremi. È un cambio di paradigma.

Coste più fragili: erosione, danni e perdita di territorio

Il passaggio del ciclone ha reso visibile un fenomeno che da anni agisce in modo silenzioso: l’erosione costiera accelerata. Le mareggiate, sempre più energetiche, sottraggono sedimenti, arretrano la linea di costa e compromettono spiagge, dune e falesie.

Le conseguenze sono immediate e diffuse. Infrastrutture strategiche – porti, moli, lungomari – vengono danneggiate o rese inutilizzabili. Le abitazioni più vicine alla costa subiscono infiltrazioni, allagamenti, in alcuni casi crolli parziali. Sabbia, acqua salata e detriti penetrano nei centri abitati, alterando equilibri costruiti in decenni.

A pagare è anche il tessuto economico: stabilimenti balneari inagibili, imbarcazioni danneggiate, stagioni turistiche compromesse. In territori dove turismo e pesca rappresentano le principali fonti di reddito, ogni evento estremo si traduce in una crisi immediata.

Il problema invisibile: ecosistemi cancellati

Se il danno è visibile, la causa spesso lo è meno. Negli ultimi decenni, molti sistemi naturali costieri sono stati progressivamente eliminati o degradati per fare spazio a urbanizzazione e sviluppo turistico. «Dune, vegetazione retrodunale e zone umide sono state spesso considerate un ostacolo allo sviluppo. In realtà sono infrastrutture naturali fondamentali. Assorbono energia, trattengono sedimenti, rallentano l’acqua» spiega Vincenzo Piccione, docente di Scienze biologiche, geologiche e ambientali all’Università di Catania. «La loro scomparsa ha un effetto diretto sulla vulnerabilità. Quando questi sistemi vengono meno – continuail mare non trova più resistenza. E ciò che prima era un evento gestibile diventa un’emergenza».

Emergenza permanente: il limite delle risposte attuali

Di fronte a eventi sempre più frequenti e intensi, la risposta resta spesso frammentata. Interventi urgenti, opere rigide, ricostruzioni rapide. Ma senza una visione complessiva. «Manca una pianificazione adattativa – sottolinea Piccione -. Si continua a intervenire in modo reattivo, senza integrare dati scientifici e scenari climatici futuri». Il risultato è una spirale, perché ogni nuovo evento trova territori già indeboliti, amplificando i danni. «Non possiamo affrontare un problema strutturale con soluzioni temporaneeaggiunge ancora il professore -. Serve un cambio di approccio».

Dall’Europa un’altra strada: adattarsi alla dinamica costiera

Alcuni Paesi europei hanno già intrapreso percorsi diversi. In Francia, il caso di Soulac-sur-Mer rappresenta una scelta simbolica, quella di arretrare. Edifici a rischio demoliti, abitati ripensati, spazio restituito alle dune. «È una decisione complessa, anche socialmenteosserva Piccione – ma dimostra che l’adattamento può essere più efficace della resistenza».

Nei Paesi Bassi, il programma “Room for the River” ha portato ancora oltre questa logica creando spazi di espansione controllata, ripristinando zone umide e lavorando sulla gestione del sedimento. «Non si tratta più di contenere l’acqua – spiega il professore di UniCt -, ma di governarla, accettando la sua dinamica».

I segnali italiani: tra sperimentazione e evidenze sul campo

Anche in Italia emergono esperienze significative. I “Contratti di Costa” in Veneto ed Emilia-Romagna hanno portato alla ricostruzione di sistemi dunali attraverso tecniche di bioingegneria. Dune artificiali ma vive, integrate con vegetazione, capaci di adattarsi e rafforzarsi nel tempo. «Questi sistemi – osserva Piccione -, dimostrano che la natura, se supportata, è più efficace e meno costosa del cemento nel lungo periodo».

Ma il dato più significativo arriva dall’osservazione diretta. In diversi tratti di Sicilia e Sardegna dove la vegetazione retrodunale è rimasta intatta, l’impatto delle mareggiate è stato nettamente inferiore. «È una prova empirica molto forte – sottolinea -. Dove gli ecosistemi sono integri, la resilienza aumenta in modo esponenziale».

Ripensare i borghi: strategie per il futuro

La prospettiva non è priva di strumenti, ma richiede un approccio integrato. Tra le priorità: rinaturazione delle coste, ricostruzione di dune, ripristino di zone umide e lagune, utilizzo di tecniche di bioingegneria. Interventi che uniscono sicurezza e sostenibilità. A questo si affianca la pianificazione adattativa, che in alcune aree può includere la delocalizzazione controllata. «Il managed retreat – spiega Vincenzo Piccione – non è una rinuncia, ma una scelta strategica. Significa ridurre il rischio nel lungo periodo». Fondamentale anche la gestione integrata delle zone costiere, che superi la frammentazione amministrativa e coinvolga comunità locali, istituzioni e ricerca scientifica. E infine, un ripensamento del modello turistico, orientato alla sostenibilità e alla tutela del territorio.

Al di là delle soluzioni tecniche, resta una questione culturale. «Per troppo tempo abbiamo pensato di poter controllare la natura – conclude il professore Piccione -. Oggi dobbiamo imparare a collaborare con essa». È in questo cambio di prospettiva che si gioca il futuro dei borghi marinari italiani. Non una battaglia contro il mare, ma una convivenza da ricostruire. Prima che sia il mare, definitivamente, a decidere.

Sonia Sabatino

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