Dopo l’azzardo di Trump nel mar d’Arabia, il mondo si è svegliato in un nuovo ordine energetico, o forse nel caos primordiale che ha preceduto la globalizzazione. Le notizie che filtrano dallo Stretto di Hormuz, un braccio di mare largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, descrivono un cimitero di navi e una paralisi dei flussi che non ha precedenti storici. La strategia di Donald Trump è definibile come una “Energy Dominance” portata alle estreme conseguenze, dove il rischio di un’esplosione dei prezzi del petrolio è considerato un “danno collaterale” accettabile per un obiettivo più ambizioso.
Il punto di rottura: operazione “Epic Fury”
Tutto è precipitato negli ultimi giorni di febbraio 2026. L’avvio di operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ribattezzate informalmente come il culmine della pressione massima trumpiana, ha innescato la risposta asimmetrica più temuta da decenni: la chiusura di Hormuz.
Teheran non ha solo minacciato. Ha agito. Attraverso l’uso di mine navali intelligenti, sciami di droni e interferenze satellitari, come riportato dai sospetti su incidenti tra petroliere, il transito si è quasi azzerato. Secondo il Joint Marine Information Center, nelle ultime 24 ore solo due navi cargo hanno osato il passaggio. Per il resto del mondo, il rubinetto è chiuso.
La logica di Trump: perché “accettare” il caro-benzina?
Donald Trump ha sempre fatto del prezzo della benzina (“Make gasoline $2 again”, diceva) un pilastro del suo consenso. Tuttavia, nel marzo 2026, la sua retorica è cambiata. Di fronte all’impennata del Brent oltre gli 80-90 dollari e alle proiezioni di Goldman Sachs che prevedono rincari del 130% per il gas europeo, Trump ha dichiarato cinicamente: “Se i prezzi aumentano, aumentano”.
Dietro questa apparente contraddizione si cela una strategia di lungo periodo Innanzitutto l’indebolimento dell’Asse Russo-Cinese. L’Iran è il polmone energetico della Cina e il fornitore tecnologico, nello specifico dei droni, della Russia. Colpire Teheran e bloccare lo stretto significa asfissiare Pechino, che dipende disperatamente dal greggio iraniano e del Golfo. Inoltre destabilizzare Hormuz costringe le petromonarchie, quali Arabia Saudita, Emirati e Qatar, a cercare protezione totale sotto l’ombrello americano, rinsaldando il legame tra petrolio e dollaro in un momento in cui i BRICS cercavano alternative. Gli Stati Uniti, ormai primo produttore mondiale di petrolio e gas da scisto, traggono vantaggio competitivo da un’Europa e un’Asia in ginocchio per i costi energetici.
L’Italia e l’Europa: il conto salato
Mentre Washington gioca a scacchi sulla pelle dei mercati, l’Europa osserva il baratro. L’Italia è particolarmente esposta. Il Qatar è il nostro primo fornitore di GNL, il Gas Naturale Liquefatto, con quote che arrivano al 25% del fabbisogno nazionale. Quel gas deve passare da Hormuz.
Le stime fornite da Assium e i timori espressi dal governo italiano sono drammatici: si parla di un impatto fino a 33 miliardi di euro in sei mesi. Per una famiglia media, la crisi si traduce in bollette della luce e del gas che potrebbero aumentare di quasi 600 euro l’anno. Il Ministro Crosetto ha confermato che i costi assicurativi per il trasporto marittimo sono già volati del 50%. Non è solo energia: è inflazione importata su ogni bene di consumo.
Dallo scoppio del conflitto il 28 febbraio 2026, il flusso di navi metaniere dal Qatar si è interrotto. Ecco i numeri chiave della vulnerabilità italiana:
- Quota di Mercato: Circa il 25% del GNL consumato in Italia nel 2025 proveniva dal Qatar (tra 5 e 6 miliardi di metri cubi).
- Contratti a Lungo Termine: Eni ha siglato accordi con QatarEnergy per forniture fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui proprio a partire dal 2026, con una durata di 27 anni.
- Rischio Impianti: La sospensione della produzione a Ras Laffan (il più grande impianto di GNL al mondo) a causa di attacchi con droni aggrava ulteriormente il quadro.
L’Italia ha puntato tutto sulla rigassificazione per sostituire il gas russo. Tuttavia, senza le navi provenienti da Hormuz, i nostri terminali rischiano di operare sottocapacità:
- Cavarzere (Porto Viro): Il terminale più grande, storicamente legato alle forniture qatariote, subisce il colpo più duro.
- Piombino e Ravenna: Le nuove FSRU (Floating Storage Regasification Units) installate tra il 2023 e il 2025 erano state pensate per assorbire volumi flessibili, ma la carenza di carichi spot dal Golfo sta facendo schizzare i prezzi.
- Panigaglia e Livorno: Operano al massimo della capacità residua, cercando di accogliere carichi alternativi dagli USA, che però hanno costi di nolo e assicurativi più alti.
Focus sulla Sicilia
Nel panorama della crisi energetica innescata dal blocco di Hormuz, la Sicilia non è solo una regione spettatrice, ma il vero e proprio hub energetico e sentinella del Mediterraneo. La sua posizione geografica la rende il terminale naturale per le rotte alternative, ma anche l’area più esposta alle oscillazioni dei mercati marittimi. Sono tre i pilastri che definiscono l’impatto della crisi sull’isola.
Il ruolo strategico dei poli di raffinazione
La Sicilia ospita alcuni dei poli petrolchimici più importanti d’Europa (Augusta-Priolo, Milazzo e Gela). Il blocco di Hormuz interrompe l’afflusso di greggio “Sour” (pesante e ricco di zolfo) tipico del Medio Oriente, su cui molte di queste raffinerie sono tarate.
- Riconversione forzata: Le raffinerie siciliane stanno tentando di sostituire il greggio del Golfo con carichi provenienti dal Nord Africa (Libia e Algeria) e dagli USA.
- Costi di logistica: Sebbene la Sicilia sia più vicina ai produttori africani, la competizione globale per questi barili ha fatto schizzare il prezzo del “Brent Mediterraneo”, con ricadute immediate sui costi di produzione dei carburanti nell’isola.
Il canale di Sicilia nuova autostrada del gas?
Con Hormuz chiuso, l’Italia e l’Europa guardano disperatamente a Sud. La Sicilia diventa il punto di ingresso vitale per il gas che non deve passare dallo stretto:
- Transmed (Gasdotto Enrico Mattei): Il tubo che collega l’Algeria alla Sicilia (Mazara del Vallo) sta lavorando a una pressione prossima al 100% della capacità. L’Algeria è diventata ufficialmente il primo fornitore italiano, superando ogni altra rotta.
- GreenStream: Il gasdotto che arriva dalla Libia a Gela rimane una risorsa fondamentale, sebbene soggetta alla cronica instabilità politica libica, ora esacerbata dalle tensioni globali.
L’impatto sui prezzi e sull’economia locale
Paradossalmente, nonostante la Sicilia sia la “porta del gas”, i cittadini siciliani subiscono rincari pesanti a causa della struttura del mercato:
- Carburanti: Storicamente, la Sicilia presenta prezzi alla pompa tra i più alti d’Italia a causa di carenze nella rete distributiva interna. Con la crisi attuale, la benzina in alcune aree interne dell’isola ha già superato la soglia psicologica dei 2,20 €/litro.
- Agricoltura e Pesca: Il settore primario siciliano è in ginocchio. I pescherecci di Mazara del Vallo e Licata segnalano costi del gasolio insostenibili, mentre le serre del ragusano affrontano un aumento dei costi dei fertilizzanti (derivati dal gas) che mette a rischio la raccolta primaverile.
La Sicilia nel 2026 rappresenta il paradosso energetico italiano: è ricca di infrastrutture di transito (tubi e raffinerie), ma estremamente vulnerabile come mercato finale a causa della sua insularità e della dipendenza dai trasporti su gomma.
Il rischio sistemico: fertilizzanti e sicurezza alimentare
Un aspetto spesso trascurato, ma evidenziato dagli analisti in queste ore, è il blocco della filiera dei fertilizzanti. Dallo stretto di Hormuz passa quasi la metà dell’urea globale. Se il blocco persiste, nazioni come il Brasile e l’India, giganti agricoli, vedranno i loro costi di produzione esplodere. Questo significa che la crisi di Hormuz del 2026 non è solo una crisi energetica, ma una potenziale crisi alimentare globale.
La reazione internazionale: un mondo diviso
La mappa geopolitica si è polarizzata istantaneamente. Da un lato, il blocco a guida USA con Israele, Emirati e Kuwait. Dall’altro, un fronte di resistenza che vede l’Iran sostenuto, più o meno apertamente, da Russia e Cina.
In Europa la frattura è evidente. La Spagna di Pedro Sánchez ha già definito “illegale” la guerra all’Iran, rifiutando l’uso delle proprie basi e inviando unità navali, la fregata Cristóbal Colón, a Cipro per scopi difensivi, in coordinamento con la Francia. L’Europa, priva di una politica energetica e militare comune, si ritrova ancora una volta a essere il terreno di scontro economico di una guerra decisa altrove.
Il miraggio della navigazione sicura
Trump rassicura che la navigazione tornerà sicura “sotto la sua egida”, ma la realtà dei fatti parla di mille navi ferme nel Golfo, per un valore di 25 miliardi di dollari. L’azzardo del 2026 potrebbe essere la mossa definitiva per smantellare l’influenza iraniana, oppure il detonatore di una recessione globale che travolgerà le stesse ambizioni elettorali del tycoon per le Midterm e il 2028.
In questo scenario, la geopolitica non si legge più sui trattati, ma sui monitor delle borse di Londra e Singapore e sui distributori di benzina delle periferie americane ed europee. La battaglia per lo Stretto di Hormuz è appena iniziata, e il mondo non è mai stato così vicino al buio.
Roberto Greco