Storie di tutti i giorni: i cittadini comuni che cambiano la Sicilia

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Michele, Alfio, Roseline, Tommaso, Antonella, Silvio e Rosaria: le loro storie, le nostre storie

Nel quotidiano siciliano emergono storie straordinarie di persone comuni che, con coraggio e dedizione, stanno migliorando la società. Nell’anno 2025, dalla tutela dell’ambiente alla lotta per la legalità, dall’inclusione sociale all’innovazione tecnologica, fino al mondo della scuola e del lavoro, queste vicende mostrano come iniziative dal basso possano innescare cambiamenti sistemici e ispirare un’intera comunità. Abbiamo deciso di raccontare alcune di queste storie di “eroi del quotidiano”, spesso poco noti fuori dai loro territori, ma il cui impatto locale getta semi di rinnovamento per tutta la Sicilia.

Ambiente: un attivista per le Egadi e la salvaguardia del territorio

Nel campo della difesa ambientale spicca la vicenda di Michele Rallo, 45enne di Favignana. Impiegato di banca e padre di famiglia, Michele dedica il tempo libero all’attivismo civico per proteggere le sue isole dagli abusi edilizi e dall’inquinamento. Negli anni si è battuto contro speculazioni edilizie e interessi criminali sul territorio, mettendosi in prima linea sia come semplice cittadino sia come consigliere comunale e dirigente locale di Legambiente. «Vivere senza impegnarsi per la comunità, per me, non avrebbe senso», afferma Michele, consapevole che in luoghi di grande pregio naturalistico come le Egadi occorre vigilare su ogni concessione edilizia per scongiurare gli “appetiti” di imprenditori senza scrupoli e mafia. Recentemente ha sostenuto il comitato civico dell’isola di Levanzo ottenendo lo smantellamento di un solarium abusivo costruito sugli scogli, restituendo la costa alla sua bellezza naturale. L’impegno quotidiano di Michele, un cittadino qualunque animato dall’amore per la sua terra, dimostra come la tutela dell’ambiente passi anche attraverso piccole grandi battaglie locali, capaci di sensibilizzare la collettività e di affermare il rispetto della legalità ambientale.

Legalità: cooperative antimafia e rinascita sui beni confiscati

Trasformare i beni confiscati alla mafia in motori di sviluppo e coesione sociale: in Sicilia questo processo è in atto da anni, grazie a cittadini impegnati e cooperative sociali. Un esempio emblematico è la Cooperativa Beppe Montana Libera Terra, attiva dal 2010 tra le province di Catania e Siracusa. Fondata con il supporto dell’associazione antimafia Libera, la cooperativa gestisce circa 100 ettari di terreni agricoli confiscati a clan mafiosi locali. Su quei campi, un tempo simbolo di potere criminale, oggi lavorano giovani del posto e anche persone vulnerabili, in un modello cooperativo inclusivo che produce agrumi, grano e legumi biologici. «Generare economia su quei terreni significa trasformare un simbolo di potere mafioso in un luogo di lavoro onesto, di agricoltura pulita, di inclusione sociale», spiega Alfio Curcio, uno dei soci storici. La sfida quotidiana non è facile: i soci affrontano campi sparsi e carenze infrastrutturali, oltre a sabotaggi come furti e incendi dolosi. Eppure non si arrendono: «La vittoria più grande è esserci ancora, ogni giorno, con continuità. Non cerchiamo riconoscimenti, ma risultati… ogni stagione di raccolto, per noi, è già una risposta» racconta Alfio dopo l’ultimo incendio criminale che ha distrutto 20 ettari di grano.

Inclusione sociale: sartoria solidale in un bene confiscato

Nel cuore di Palermo, un vecchio edificio appartenuto alla mafia dei colletti bianchi è rinato come laboratorio di sartoria sociale, offrendo nuove opportunità a persone e tessuti destinati allo scarto. La cooperativa Al Revés (nome spagnolo che significa “al contrario”) ha sede in via Alfredo Casella, a pochi passi dal carcere minorile Malaspina, e il nome simboleggia proprio la volontà di “rovesciare il mondo” rispetto alle logiche di emarginazione. Qui opera Roseline Eguabor, arrivata dalla Nigeria e oggi presidente della cooperativa, insieme a un gruppo eterogeneo di sarte, volontari, migranti e persone con disabilità. «La Sartoria Sociale è una porta aperta a tutti, un posto dove chiunque può venire, creare nuove amicizie, imparare. Un posto dove chi ha trovato porte chiuse, qui le trova aperte», racconta Roseline, che ha vissuto sulla propria pelle le difficoltà di ricominciare da zero in terra straniera. Nelle stanze dove un tempo si decidevano affari illeciti, ora ronzano macchine da cucire e si accumulano stoffe colorate: vecchi abiti donati dalla cittadinanza vengono selezionati, sterilizzati e rivenduti come capi vintage, oppure smontati per creare borse, cuscini e vestiti nuovi, in un processo di economia circolare e solidale. La sartoria è anche un luogo di formazione: si tengono corsi di cucito aperti a detenuti minorili, migranti che vogliono apprendere un mestiere, giovani con la sindrome di Down come Giovi (36 anni), che qui contribuisce stampando grafiche originali su magliette e accessori. Oltre a dare un lavoro dignitoso a 5-6 dipendenti e vari collaboratori, il progetto crea comunità: “Ci siamo organizzati… così stiamo tutti assieme”, dice Habibou, arrivato dal Gambia, che frequenta il laboratorio insieme ad altri due ragazzi africani e a Feva, giovane palermitana figlia di immigrati. La storia di Al Revés dimostra come inclusione sociale, legalità e creatività possano intrecciarsi: un bene confiscato rinasce come spazio di integrazione, dove il riuso dei materiali va di pari passo con il “riuso” delle vite, offrendo a chi era ai margini una seconda chance. Questa sartoria non solo promuove l’autonomia lavorativa dei più fragili, ma lancia anche un messaggio culturale potente: si può cucire un tessuto sociale nuovo, più giusto e accogliente, partendo dagli strappi del passato.

Innovazione: giovani idee per un futuro sostenibile

La Sicilia non è solo terra di tradizioni: è anche laboratorio di innovazione, dove giovani talenti sviluppano soluzioni tecnologiche ai problemi locali, con potenziale impatto globale. Nel 2024 una startup siciliana ha vinto la StartCup regionale, competizione tra progetti d’impresa innovativi delle università isolane, proponendo un sistema intelligente per ottimizzare l’uso dell’acqua in agricoltura. Il team di “CleverGrow”, guidato dall’agronomo messinese Tommaso La Malfa (35 anni), ha ideato un sensore capace di misurare in tempo reale l’assorbimento idrico delle piante e regolare automaticamente l’irrigazione nelle serre. Questo dispositivo high-tech riduce gli sprechi d’acqua e migliora la resa delle colture, rispondendo a un’esigenza cruciale in una regione spesso afflitta da siccità e carenze idriche. “L’idea nasce dall’esigenza di automatizzare un processo che prima era gestito dall’uomo… ora possiamo determinare la frequenza irrigua riducendo lo spreco d’acqua”, spiega La Malfa. Oltre a CleverGrow, che ha avuto accesso al Premio Nazionale Innovazione 2024, molti altri progetti siciliani testimoniano il fermento creativo nei settori più disparati: dalla salute, come la startup Quantum4Health, vincitrice della StartCup 2025, che applica tecnologie quantistiche in campo medico, alla sostenibilità ambientale, come il progetto Phoenix dell’Università di Catania per depurare le acque reflue con le ceneri vulcaniche. Innovatori “di periferia” come questi spesso scelgono di restare, o tornare, in Sicilia per sviluppare le proprie idee, invertendo la fuga di cervelli. Non è solo questione di tecnologia: investire sull’innovazione al Sud significa anche creare lavoro qualificato e speranza. Lo sottolinea Salvatore Malandrino, manager di Unicredit in Sicilia, che ha visto negli ultimi anni “una grande produttività da parte dei nostri giovani under 35” e sostiene iniziative per “dargli la possibilità di rimanere in Sicilia e realizzarsi nell’Isola”. In un territorio che cerca riscatto, ogni startup di successo non rappresenta solo un business, ma un esempio di cambiamento culturale: dimostra che si può fare impresa etica e innovativa al Sud, contribuendo a risolvere problemi sociali e ambientali con creatività e competenza.

Scuola: una preside-coraggio rigenera il quartiere

Nel campo dell’istruzione, una delle storie più incisive è quella di Antonella Di Bartolo, dirigente scolastica a Palermo. La sua “scommessa” vinta dimostra quanto la scuola possa diventare motore di rinascita sociale. Undici anni fa, nel 2013, Di Bartolo scelse di accettare l’incarico in uno degli istituti più problematici della città, l’Istituto Comprensivo Sperone-Pertini, tra i quartieri Sperone e Brancaccio, noto per il degrado e l’altissimo tasso di abbandono scolastico. Prima di allora nessun preside vi era rimasto più di un anno, tanti erano i disagi. Lei invece è rimasta, “in prima linea”, ispirata dalla lezione di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia nel 1993. Armata di tenacia e circondata da docenti e famiglie alleate, Antonella ha progressivamente trasformato la scuola e il contesto attorno ad essa. Ha riattivato servizi essenziali, come l’asilo nido e la scuola media che erano chiusi, ha preteso dal Comune la bonifica degli spazi (un tempo pieni di rifiuti e erbacce) e soprattutto ha riportato i bambini tra i banchi, strappandoli alla strada. I risultati sono straordinari: ha sradicato la dispersione scolastica lì dove la scuola era distrutta, facendo crollare il tasso di abbandono dal 27,7% all’1,6%. In un quartiere difficile, condizionato dalla criminalità che arruola i minorenni come manovalanza dello spaccio, la scuola dello Sperone è divenuta un presidio di legalità e di speranza. La “preside-coraggio”, come viene spesso chiamata, insiste nel dire che non ha fatto tutto da sola, ma che un’intera comunità educante “si è schierata, ha agito nel nome della legalità” insieme a lei. Il messaggio lanciato è potente: “Bisogna scegliere da che parte stare” ripete Di Bartolo, e lei ha scelto di stare dalla parte dei bambini e del loro futuro. Questa esperienza dimostra come la buona scuola possa cambiare il destino di un territorio: creando inclusione, offrendo opportunità culturali, rompendo il circolo della povertà educativa e isolando la presenza mafiosa. Oggi la storia dell’I.C. Sperone-Pertini fa scuola – è il caso di dirlo – anche fuori dalla Sicilia, come modello di riscatto comunitario e di “rivoluzione scolastica” dal basso.

Lavoro: chi resta e investe sul proprio territorio

In una terra segnata da disoccupazione e emigrazione giovanile, fanno notizia le storie di chi sceglie di restare, o tornare, per creare lavoro e valorizzare le risorse locali. Emblematica è la vicenda di Silvio e Rosaria, una coppia di cinquantenni catanesi che nel 2015 ha deciso di cambiare radicalmente vita. Controcorrente rispetto a tanti loro coetanei che aspirano alla pensione tranquilla, hanno lasciato la città e il posto fisso per trasferirsi in un piccolo borgo di montagna, Montalbano Elicona, in provincia di Messina, con il sogno di contribuire alla rinascita di quel luogo. Accolti inizialmente con curiosità dalla comunità locale, Silvio e Rosaria hanno capito presto le potenzialità del paese e le necessità del territorio: da un lato contrastare lo spopolamento creando posti di lavoro, dall’altro recuperare tradizioni produttive abbandonate. Hanno quindi fondato HandMade Montalbano, una cooperativa sociale che si occupa di agricoltura e artigianato locale, coinvolgendo anche persone con difficoltà. In particolare, hanno puntato sul rilancio della nocciolicoltura: attorno al borgo vi erano estesi noccioleti ormai incolti da decenni, perché considerati poco redditizi. La cooperativa ha preso in gestione 10 ettari di noccioleti dei Nebrodi – una coltura fuori mercato per via della raccolta non meccanizzabile – e li ha rimessi in produzione. Hanno creato un laboratorio per trasformare le nocciole in creme, dolci e prodotti tipici, venduti nel loro ristorante sociale a km 0. Inoltre, per destagionalizzare le attività, hanno avviato un piccolo albergo diffuso nel centro storico, offrendo ai turisti esperienze tra natura e cultura locale. In pochi anni Silvio (diventato anche guida turistica ambientale) e Rosaria sono riusciti a “innescare un processo di rivitalizzazione del luogo”, creando per sé e per altri un lavoro dignitoso tutto l’anno. La loro storia è un esempio di “restanza”, opposta alla fuga, che può ispirare tanti cittadini in Sicilia: dimostra che con determinazione e spirito d’iniziativa si può investire sul proprio territorio, anche partendo da zero in età non più giovanissima. Queste scelte di vita, oltre a dare frutti economici, hanno un valore sociale: recuperano mestieri tradizionali in chiave sostenibile, riscoprono il patrimonio culturale, ad esempio accompagnando visitatori sull’altopiano megalitico dell’Argimusco, e rafforzano il tessuto comunitario di piccole realtà altrimenti destinate a scomparire.

Dai gesti quotidiani al cambiamento sistemico

Le storie raccontate, e molte altre che animano la cronaca locale siciliana, hanno un filo conduttore: sono iniziative nate dal basso, da gente comune, che stanno seminando cambiamenti duraturi. C’è chi protegge l’ambiente costringendo le istituzioni a intervenire contro gli ecomostri, chi toglie terre e immobili dalle mani della mafia per restituirli alla collettività, chi crea lavoro dove c’erano abbandono e assistenzialismo, chi include gli esclusi trasformando scarti in risorse, chi porta innovazione nelle tradizioni, chi apre le porte della scuola per salvare un’intera generazione. Questi cittadini non hanno fama né poteri speciali, ma incarnano i valori civili con i loro gesti quotidiani. Il loro impatto spesso parte in scala ridotta, un’isola, un quartiere, un paese di montagna, ma produce “effetti a catena”: stimola altri a imitare il buon esempio, sensibilizza l’opinione pubblica e talvolta influenza anche le politiche, basti pensare alle leggi sull’uso sociale dei beni confiscati, frutto anche di una mobilitazione popolare. In una Sicilia che lotta tra difficoltà croniche e voglia di riscatto, queste storie di tutti i giorni sono motori di speranza e di cambiamento. Come ha ricordato il Presidente Mattarella, riconoscendo al valore civile alcuni di questi “eroi del quotidiano”, «ciascuno di loro, con responsabilità e impegno, testimonia che i valori repubblicani di legalità, solidarietà e giustizia possono tradursi in azioni concrete a beneficio di tutta la comunità». Guardando a quanto accade nel 2025, si può credere che la somma di tanti piccoli gesti coraggiosi stia già tracciando la strada verso una Sicilia migliore, più verde, onesta e inclusiva per le generazioni future.

 

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