La Sicilia delle rinnovabili cresce, ma non abbastanza

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La settima edizione del Forum QualEnergia Sicilia organizzato da Legambiente ha riportato il dibattito sulla transizione energetica al centro dell’attenzione, in un momento in cui la regione sta mostrando segnali di crescita ma anche limiti strutturali che rischiano di rallentare il percorso verso l’obiettivo della decarbonizzazione. La fotografia emersa dai dati mostra un territorio che negli ultimi anni ha compiuto passi avanti importanti, ma che oggi rischia di rallentare proprio nel momento in cui dovrebbe invece accelerare. Con 5,7 GW di potenza rinnovabile installata, la Sicilia è tra le regioni più attive d’Italia, ma oltre metà della produzione elettrica proviene ancora da fonti fossili. La crescita del 2024, trainata soprattutto dal fotovoltaico e dall’eolico, ha consolidato un patrimonio importante, mentre le Comunità Energetiche Rinnovabili sono ormai realtà in molte aree dell’isola, con 55 iniziative censite e 28 pienamente attive. La direzione è quindi tracciata, anche se i numeri non bastano: per raggiungere gli obiettivi al 2030 servirebbe procedere a un ritmo almeno quattro volte superiore a quello attuale.

In questo contesto, Tommaso Castronovo, presidente di Legambiente Sicilia, ha sottolineato come la Sicilia si stia muovendo, ma con un passo ancora troppo lento rispetto agli impegni europei. Ha ricordato che negli ultimi anni c’è stata «un’accelerazione importante», ma che proprio nel 2025 «c’è un po’ un arretramento se non una frenata in termini di capacità e potenze installate». Secondo Castronovo, il nuovo PEARS dovrà essere aggiornato in modo coerente con il burden sharing, individuando aree idonee che facilitino l’installazione degli impianti invece di ostacolarla. La crisi climatica, la tattica dei prezzi zonali e le opportunità industriali rendono questa transizione necessaria anche dal punto di vista economico e sociale. Ha inoltre ricordato che le rinnovabili permettono non soltanto di ridurre le bollette, ma anche di «reindustralizzare alcune aree dismesse o addirittura bonificare quelle industriali che fino adesso hanno provocato inquinamento e problemi alla salute dei cittadini».

Una criticità ricorrente riguarda la difficoltà delle istituzioni a interpretare con sufficiente rapidità i bisogni energetici e ambientali attuali. Il presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, ha osservato che esiste una distanza evidente tra ciò che sarebbe necessario fare e ciò che realmente viene messo in campo. A suo avviso «a livello nazionale si continua a pensare a cambiare i fornitori di gas e non a liberarci da tutti i fornitori di gas utilizzando le tecnologie che oggi sono disponibili sul mercato sotto tutti i punti di vista». Ha aggiunto che in molte regioni si continua a immaginare una serie di divieti e paletti che rallentano lo sviluppo razionale delle rinnovabili, allungando inevitabilmente la vita degli impianti fossili. Un approccio che, oltre a ritardare la decarbonizzazione, riduce la possibilità di creare nuova occupazione nelle aree interne, ostacolando quella rigenerazione territoriale che la transizione energetica potrebbe invece favorire.

Il tema della competitività energetica è emerso con forza anche nell’analisi di Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. La Sicilia produce già il 44% della propria energia da fonti rinnovabili, un dato rilevante in assenza di un contributo idroelettrico significativo. Silvestrini ha evidenziato che la sfida dei prossimi anni non sarà soltanto installare nuovi impianti, ma rafforzare la rete elettrica e aumentare la presenza di accumuli, fondamentali per garantire stabilità e sfruttare pienamente l’energia prodotta. Ha ricordato inoltre che, grazie alle nuove regole sui prezzi zonali, «se la Sicilia avrà molte rinnovabili potrà consentire di ridurre il prezzo delle bollette», un elemento che potrebbe rendere l’isola più attrattiva per nuove attività industriali e investimenti produttivi. La combinazione di impianti rinnovabili, accumuli e una rete modernizzata può trasformarsi non solo in un vantaggio ambientale, ma in un vero vantaggio competitivo.

Sul fronte sociale e strategico, un tassello fondamentale riguarda la visione di lungo termine proposta da Legambiente attraverso l’Agenda Sicilia Carbon Free 2030. Anita Astuto, responsabile Energia e Clima di Legambiente Sicilia ha ricordato che «le energie rinnovabili non sono soltanto una risposta alla crisi climatica, ma sono una leva economica decisiva» per migliorare la vita di cittadini e comunità. Il lavoro svolto per l’Agenda parte dal decalogo Sicilia Carbon Free, che rappresenta la base valoriale e programmatica del percorso. I dieci punti del decalogo, dall’efficienza energetica alle comunità energetiche, dall’agrivoltaico di qualità al repowering dell’eolico, dal ruolo delle smart grid alla prospettiva dell’idrogeno verde, fino ai temi dell’economia circolare e della giustizia climatica, diventano all’interno dell’Agenda una struttura operativa, con obiettivi chiari, strumenti, soggetti responsabili e indicatori di monitoraggio.

L’efficienza e l’autoproduzione vengono associate a programmi di riqualificazione degli edifici, installazione di fotovoltaico e accumuli su superfici già urbanizzate e fondi rotativi per sostenere gli interventi. La parte relativa alle reti e agli accumuli prevede l’aggiornamento del PEARS con nuove dorsali, smart grid e infrastrutture di flessibilità, insieme a incentivi per progetti BESS e microreti in aree industriali e rurali. La sezione dedicata alla qualità progettuale e paesaggistica punta su criteri trasparenti per il repowering e per la definizione delle aree idonee, oltre alla promozione dell’eolico offshore galleggiante. L’area industriale dell’Agenda richiama la necessità di fondi regionali per l’innovazione e il sostegno alle filiere locali, mentre il pilastro sulla giustizia climatica propone misure contro la povertà energetica, quote CER sociali e un forum permanente dei cittadini.

La visione complessiva che emerge dal Forum è quella di una Sicilia che possiede tutti gli elementi per diventare protagonista nazionale (e perché no, europea) della transizione energetica, ma che deve sciogliere con urgenza nodi amministrativi e scelte politiche ancora troppo incerte. La combinazione tra crescita delle rinnovabili, riduzione dei costi, sviluppo industriale e giustizia energetica può rappresentare un’occasione unica per il territorio. Le prossime decisioni determineranno se questo potenziale si trasformerà in un vantaggio concreto o resterà un’opportunità mancata.

Samuele Arnone

 

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