Sicilia: il “giacimento verde” che può generare oltre 339 milioni di metri cubi di energia

Secondo il Rapporto nazionale 2026 di Legambiente intitolato "Il Rapporto nazionale di Legambiente sulle potenzialità del biometano da matrice agricola in Italia", realizzato nell’ambito della campagna Fattore Biometano, la Sicilia dispone di un potenziale di produzione di biometano pari a ben 339.037.923 Nm³

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Sotto il sole della Sicilia non maturano solo arance e grano, ma si nasconde un vero e proprio “tesoro energetico” fatto di scarti e sottoprodotti che attende solo di essere valorizzato. Secondo il Rapporto nazionale 2026 di Legambiente intitolato “Il Rapporto nazionale di Legambiente sulle potenzialità del biometano da matrice agricola in Italia”, realizzato nell’ambito della campagna Fattore Biometano, la Sicilia dispone di un potenziale di produzione di biometano pari a ben 339.037.923 Nm³. Questo dato non è solo un numero, ma rappresenta la possibilità concreta di trasformare oltre 2,1 milioni di tonnellate di sostanza secca di scarti agricoli in risorsa rinnovabile, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e promuovendo un’economia circolare che parta dai territori. Lo studio, curato da Luigi Lazzaro e Piero Decandia con il contributo scientifico del dipartimento Dafnae dell’università degli studi di Padova, sottolinea come la transizione ecologica passi necessariamente da una pianificazione che metta al centro l’agricoltura come soggetto attivo. Per la Sicilia, questo significa non solo produrre energia pulita, ma anche restituire fertilità ai suoli attraverso l’uso del digestato, chiudendo il ciclo della materia in modo sostenibile. Tuttavia, questo potenziale fatica ancora a tradursi pienamente in realtà. Secondo Alessia Gambuzza, responsabile agricoltura Legambiente Sicilia, la radice del problema è strutturale: «È un problema forse anche un po’ atavico che riguarda l’agricoltura siciliana: così come non si riesce ad aggregare l’offerta, allo stesso modo si patisce per gli scarti. L’individualismo siciliano si ripercuote un po’ su tutto».

L’identikit della risorsa siciliana: tra zootecnia e scarti vegetali

La “dieta” ideale per i digestori anaerobici siciliani è composta per il 56% da effluenti zootecnici, che rappresentano la fonte principale di produzione potenziale. Tuttavia, a differenza di altre aree, la Sicilia vanta un contributo straordinariamente alto derivante dagli scarti delle colture erbacee, che pesano per il 34% sul totale regionale. Il restante 10% del potenziale è garantito dagli scarti della trasformazione industriale di materie prime vegetali, un settore vitale per l’agroindustria sicula. Un dato interessante emerge dal comparto della macellazione: a differenza del dato nazionale, il contributo dei sottoprodotti della macellazione in Sicilia è nullo ai fini della produzione di biometano. In totale, la produzione potenziale complessiva di biogas nell’isola è stimata in 613.896.458 m³. Per trasformare questi scarti da problema di smaltimento a risorsa, la via tracciata è quella della cooperazione. «Bisogna mettersi insieme spiega Gambuzza – Quello che hanno fatto le poche realtà di gestori presenti in Sicilia è raccogliere e raggruppare gli scarti delle produzioni del comprensorio per utilizzarli nella dieta del biodigestore. Con l’introduzione delle OP (Organizzazioni dei Produttori) si ottiene un vantaggio economico, perché l’aggregarsi consente alle aziende di ottenere finanziamenti dalla Comunità Europea; allo stesso modo si potrebbe fare per i sottoprodotti». Non tutti i prodotti, però, hanno la stessa resa: «I prodotti non sono tutti uguali: le deiezioni zootecniche hanno il maggior potere metanogeno, mentre l’erba ne ha meno. Però, facendo i giusti mix, si riesce a smaltire una bella quantità di sottoprodotti agricoli».

Superare la diffidenza: tecnologia e mitigazione degli odori

Un ostacolo rilevante allo sviluppo degli impianti è l’accettazione da parte delle popolazioni locali. Gambuzza non nega le criticità del passato: «Ci sono problemi legati all’accettazione sui territori perché in passato, specialmente nel nord Italia, molti impianti sono stati fatti male, provocando forti impatti odorigeni e sommosse popolari». Oggi, però, il quadro tecnico è mutato. «Come dimostra il consorzio del biogas “fatto bene”, se gli impianti vengono progettati e gestiti correttamente, l’impatto è minimo. Esistono sistemi di filtraggio e coperture delle vasche per cui l’odore viene totalmente abbattuto e regolamentato. Non deve essere un timore: bisogna fare le cose per bene e vigilare, ma gli impianti fatti bene sono benefici per tutto il territorio».

Sicilia vs Italia: una vocazione agricola distintiva

Il confronto tra la Sicilia e la media nazionale evidenzia differenze strategiche interessanti. Se a livello italiano la produzione potenziale di biometano è dominata in modo schiacciante dagli effluenti zootecnici (75%), la Sicilia presenta un mix più bilanciato dove gli scarti vegetali (34%) hanno un’incidenza quasi doppia rispetto al dato nazionale (20%). Nel panorama delle regioni analizzate dalla campagna nazionale, la Sicilia si posiziona come un attore di primo piano: pur avendo un potenziale inferiore a giganti zootecnici come la Lombardia (1,2 miliardi di Nm³) o il Veneto (881 milioni di Nm³), l’isola supera nettamente la Puglia, che si ferma a circa 287 milioni di Nm³ di potenziale biometano. Questa diversificazione rende la Sicilia un modello potenzialmente unico per l’integrazione tra filiere cerealicole, ortofrutticole e agroecologia. Questa transizione non serve solo a produrre energia, ma a salvare il suolo stesso. «I biodigestori sono l’esempio principe di economia circolare – conclude Gambuzza – perché tutto quello che viene lasciato fuori dalla produzione rientra in circolo, non diventa un rifiuto e viene trasformato in biogas (quindi energia da utilizzare in azienda o da immettere in rete) e digestato. Quest’ultimo è un ammendante prezioso per i nostri suoli che sono soggetti a desertificazione e carenza di sostanza organica. Si produce così un biofertilizzante di ottima qualità. Il prodotto che ne deriva, il digestato, è prezioso per i nostri suoli che sono soggetti a desertificazione e carenza di sostanza organica. Si produce un compost di ottima qualità che può solo far bene ai nostri terreni. È il modello che tutte le comunità dovrebbero perseguire».

Mario Catalano

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