Sicilia: «C’è chi dice no». Il referendum rispedito al mittente

La Sicilia, con il 60,98%, guida la classifica delle regioni che hanno detto NO al referendum. Sull’isola il SI si attesta al 39,02%

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La riforma costituzionale proposta attraverso il referendum dal Governo non convince gli italiani: il fronte del NO porta a casa il 53,74% mentre quello del SI’ si ferma al 46,26%

Le urne si sono chiuse alle 15:00 di ieri 23 marzo 2026 e il verdetto che è emerso sin dai primi dati definitivi non ha lasciato spazio a interpretazioni ambigue: l’Italia ha detto NO.

La riforma costituzionale sulla giustizia, che puntava a riscrivere l’equilibrio tra poteri con la separazione delle carriere e l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, si infrange contro la resistenza di un elettorato che, nonostante i timori della vigilia, si è presentato compatto a difesa dell’impianto del 1948.

La vittoria della prudenza

Non è stata solo una bocciatura tecnica: è stata una scelta di campo. Il NO ha prevalso non per un’improvvisa affezione allo status quo giudiziario, che resta denso di problematiche troppo spesso ignorate dal Governo e per certi versi lontano dai bisogni dei cittadini, ma per il rifiuto di una soluzione percepita come un rischio per l’indipendenza della magistratura. Gli italiani hanno dimostrato, ancora una volta, una profonda cautela quando si tratta di toccare i “pesi e contrappesi” della nostra democrazia. In altre parole un vero e proprio “non mi fido” di una riforma costituzionale effettuata senza alcuna concertazione. Nemmeno all’interno del Parlamento. E soprattutto senza alcuna indicazione certa di come questa riforma costituzionale sarebbe poi, attraverso leggi ordinarie e decreti, diventata operativa. Lasciando quindi aperta la possibilità di una legiferazione “d’assalto” realizzata a colpi di voti di fiducia e senza alcun dialogo con le opposizioni. Dalle ceneri di questa consultazione, quindi, emerge un’urgenza che il voto non ha cancellato: la giustizia italiana deve cambiare. La vittoria del NO non è una promozione per l’attuale sistema, spesso lento e farraginoso, ma un monito. Il messaggio è chiaro: riformate i tempi dei processi, investite nelle risorse, digitalizzate gli uffici, ma non toccate l’architettura dei diritti e l’autonomia del giudice.

Un segnale al Governo e alla politica

Per il Governo, che ha fortemente spinto per la Riforma Nordio, questo risultato rappresenta uno stop politico di proporzioni rilevanti. Non essendoci il quorum nel referendum confermativo, la validità era scontata, ma la legittimazione popolare è venuta a mancare. La strategia di voler “modernizzare” la giustizia attraverso una scissione profonda dei CSM e il sorteggio dei membri non ha convinto soprattutto quella parte del Paese che teme una giustizia più debole di fronte all’esecutivo.

La vittoria del NO apre ora uno scenario di profonda riflessione per la tenuta del Governo Meloni. In politica, come sappiamo, non esistono vuoti, e un risultato del genere, dove una riforma bandiera viene bocciata dal corpo elettorale, genera scosse che vanno ben oltre il merito tecnico della legge. Soprattutto nel caso in cui, ed è proprio questo, il Governo ha sempre rivendicato il proprio mandato come un “investimento diretto” da parte del popolo. La bocciatura della riforma Nordio incrina questa narrazione. Nonostante non ci sia l’obbligo giuridico di dimissioni, a differenza di quanto fece a Matteo Renzi nel 2016, politicamente l’Esecutivo si ritrova più fragile. Sia a livello nazionale sia nelle regioni in cui governa. E questo potrà essere il primo problema che si pone, vista l’imminenza delle elezioni regionali previste per il prossimo anno.

Il messaggio degli elettori è chiaro: la maggioranza parlamentare non coincide necessariamente con il sentire del Paese su temi identitari e costituzionali. Anche se ha avuto i numeri per governare.

In situazioni di sconfitta, poi, il gioco delle colpe è inevitabile. Fratelli d’Italia dovrà gestire il peso di aver intestato la riforma alla propria visione di Stato e, probabilmente, ripensare al premierato. Mentre Lega e Forza Italia, pur avendo sostenuto il SI’, potrebbero usare questo stop per rivendicare maggiore spazio su altri dossier, come l’autonomia differenziata e le scelte economiche, sostenendo che la priorità degli italiani non sia la separazione delle carriere ma il potere d’acquisto. Il rischio è un rallentamento dell’azione legislativa per via di veti incrociati e una generale “paura del voto” su altre riforme ambiziose. Soprattutto se riguardano la Costituzione.

Le reazioni dei mercati e internazionali

L’esito del referendum non è passato inosservato fuori dai confini nazionali. Sebbene il voto riguardasse l’ordinamento giudiziario e non direttamente l’economia, per gli osservatori internazionali la stabilità politica è la metrica principale con cui si misura l’affidabilità di un Paese. I mercati odiano l’incertezza e, in questo momento, la loro preoccupazione non è la riforma in sé, ma la capacità del Governo di procedere con il resto dell’agenda (soprattutto il PNRR). Per quanto riguarda lo Spread BTP-Bund, si registra un lieve rialzo (nell’ordine di 5-10 punti base) nelle prime ore di apertura. Non è un attacco speculativo, ma un segnale di “premio al rischio” che gli investitori chiedono a fronte di una possibile instabilità politica. In Borsa, i titoli bancari mostrano una certa volatilità. Gli investitori temono che un indebolimento dell’Esecutivo possa rallentare le riforme strutturali necessarie per la crescita economica a lungo termine. Bisogna poi tenere conto del c.d. sentiment degli analisti, perchè le grandi agenzie di rating (Moody’s, Fitch) guardano con attenzione alla “governabilità”. Un Governo che perde un referendum costituzionale è percepito come un soggetto che avrà più difficoltà a far approvare leggi di bilancio rigorose o riforme impopolari ma necessarie.

In Europa la reazione è dicotomica. A Bruxelles prevale la cautela. Da un lato, c’è un sospiro di sollievo per la tenuta dell’indipendenza della magistratura, tema su cui l’UE è sensibilissima, vedi i casi Polonia e Ungheria. Dall’altro, preoccupa la “paralisi” legislativa: se il Governo entra in crisi di nervi, le tappe del PNRR potrebbero saltare, mettendo a rischio l’erogazione dei fondi. Gli storici partner Parigi e Berlino osservano il “fattore stabilità”. In un’Europa già scossa da venti nazionalisti e sfide geopolitiche, un’Italia debole o in preda a una crisi di governo anticipata è l’ultima cosa che l’asse franco-tedesco desidera. I Paesi del Nord, invece, potrebbero usare questo stop come prova che l’Italia non è in grado di riformarsi profondamente, rendendo più difficili le future negoziazioni sulla riforma del Patto di Stabilità.

La stampa internazionale ha seguito con estrema attenzione l’esito del voto italiano, interpretandolo non solo come una questione tecnica di separazione delle carriere, ma come un termometro della tenuta politica della premier Giorgia Meloni e del suo esecutivo. Il Financial Times, quotidiano della City britannica, punta l’accento sul rischio di instabilità per la terza economia dell’Eurozona titolando “Meloni’s judicial reform gamble backfires as Italians reject constitutional changes” (La scommessa di Meloni sulla riforma giudiziaria fallisce: gli italiani respingono le modifiche costituzionali). Mentre Le Monde, il prestigioso quotidiano parigino, si concentra sul valore simbolico della “resistenza” della Costituzione titolando “En Italie, le camouflet des urnes pour Giorgia Meloni” (In Italia, lo schiaffo delle urne per Giorgia Meloni).

Il rilancio delle opposizioni

Per il fronte del No (PD, M5S, AVS), questo risultato è una boccata d’ossigeno e un potente collante. La capacità di mobilitare l’elettorato su una battaglia comune dimostra che esiste un’alternativa percepibile. Questo successo potrebbe accelerare la costruzione di un “campo largo” più strutturato, mettendo fine a troppi mesi di frammentazione. Ma anche in questo caso si tratterà di un percorso ancora tutto da concordare e, sicuramente, non facile. Nonostante, proprio nelle ore successive alla definizione del risultato finale del referendum, si sia iniziato a parlare di primarie.

Il rapporto con la Magistratura

Il voto sancisce una tregua forzata nel conflitto tra politica e magistratura, ma con un chiaro vincitore morale: l’ordine giudiziario.Una politica deve fare i conti con il recente caso Del Mastro. Oltre a quelli sul tavolo da diversi mesi. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) esce rinvigorita, avendo visto confermata dal popolo l’impostazione di un CSM unitario. Per il Ministro Nordio, la strada per future riforme ordinamentali diventa ora una salita ripidissima. Anche per il basso profilo che ha diovuto tenere negli ultimi dieci giorni prima del voto, viste le dichiarazioni non proprio super partes sia sue sia del suo staff.

Il Paese ha parlato: la Costituzione resta quella che conosciamo. Ora la palla torna a una politica che dovrà trovare la forza di riformare senza spaccare, cercando un consenso che parta dalle aule di tribunale prima che da quelle parlamentari. E che sia disponibile a risolvere i suoi problemi interni. Che, troppo spesso, sembra ignorare.

Roberto Greco

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