Palermo ricorda Sebastiano Tusa, l’archeologo visionario. Il Mediterraneo come memoria viva

Alla Sala Mattarella di Palermo la Fondazione Sebastiano Tusa ricorda l’archeologo siciliano nella giornata dei Beni culturali. L’intervista alla presidente Valeria Li Vigni Tusa

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Il 10 marzo, giornata dedicata alla cultura e alla memoria dell’archeologo sicilianoSebastiano Tusa, Palermo ha reso omaggio a una delle figure più autorevoli dell’archeologia mediterranea contemporanea. Nella Sala Mattarella, la Fondazione Sebastiano Tusa ha promosso un incontro che è stato molto più di una commemorazione: un momento di riflessione sul valore della tutela del patrimonio e sull’eredità scientifica e civile lasciata da uno studioso che ha cambiato il modo di guardare al mare e alla storia della Sicilia.

Alla giornata hanno preso parte numerose istituzioni. Tra gli interventi quello del vicesindaco e assessore alla Cultura di PalermoPietro Cannella, del prefettoMassimo Mariani, dell’assessore regionale alla CulturaFrancesco Paolo Scarpinato,Massimo Mariani, Prefetto di Palermo, dei sindaci di Partanna e Favignana, del vicesindaco di Santa Margherita di Belice e dei rappresentanti della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, con la presenza del Comandante del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

Nel corso dell’incontro è stato presentato anche ilnumero 116 della rivista Sicilia Archeologica, entrata ufficialmente tra le riviste scientifiche di classe A, traguardo importante per una pubblicazione che da decenni rappresenta uno dei principali strumenti di divulgazione e ricerca archeologica sull’isola.

La Presidente della Fondazione Valeria Li Vigni Tusa

Per conoscere la professionalità e la visione di Sebastiano Tusa, abbiamo intervistato laPresidente della Fondazione Sebastiano Tusa, Valeria Li Vigni Tusa.

Sebastiano Tusa non è stato soltanto un archeologo di fama internazionale, ma uno studioso capace di trasformare l’archeologia subacquea mediterranea in un dispositivo di racconto identitario per la Sicilia. Penso alla battaglia delle Egadi, ma anche al suo lavoro sulla dimensione fenicio-punica come chiave di lettura plurale dell’isola. Quanto della sua visione, che univa rigore scientifico, prospettiva mediterranea e responsabilità politica, rappresenta oggi la bussola culturale della Fondazione? E come si può continuare a far vivere quell’idea di archeologia come coscienza civile collettiva, non solo come disciplina accademica?

«Sebastiano Tusa è stato sicuramente una persona speciale. È riuscito a coniugare il saper vivere, il saper parlare e l’essere vicino a tutti con una cultura straordinaria. Il suo nome è conosciuto in tutto il mondo, ma soprattutto per la passione e l’amore verso il patrimonio culturale. Ha lottato per creare una struttura unica a livello nazionale e internazionale: la Soprintendenza del Mare, nata per tutelare il patrimonio sommerso. Fino ad allora vigeva quasi una sorta di res nullius: chi arrivava per primo prendeva, soprattutto i cacciatori di tesori americani che depredavano i nostri mari. Lui invece pensò di mettere insieme i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo per condividere la tutela di questo patrimonio. Creò laSoprintendenza del Marecon competenze su tutte le coste siciliane e sulle isole minori e gettò le basi per la normativa UNESCO sulla tutela del patrimonio in situ. La Fondazione ha raccolto i suoi sogni e i suoi progetti e li porta avanti, come con la rivista Sicilia Archeologica o con nuove pubblicazioni e iniziative che continuano a camminare sulle sue idee».

C’è un aspetto particolarmente potente nella figura di Sebastiano Tusa: la capacità di tenere insieme il passato sommerso e il presente, come se l’archeologia fosse un esercizio continuo di emersione non solo di reperti ma di senso. In un’epoca in cui il patrimonio rischia di diventare solo evento o marketing territoriale, come si difende e si rinnova l’idea di una tutela che sia anche ricerca, formazione e consapevolezza critica?

«A Sebastiano interessava moltissimo la continuità del patrimonio. Diceva sempre che non esiste una vera linea di costa: il mare è il proseguimento della terra. Il mare racconta le nostre storie forse ancora più della terra perché conserva relitti, tracce di commerci, segni di talassocrazie e di vita a bordo. Gli stava molto a cuore trasmettere ai giovani questo amore per il patrimonio e coinvolgere i cittadini. Per questo pensò ai diving come custodi degli itinerari dei musei sommersi: promotori di un museo visitabile in immersione, ma anche tramite telecamere e sistemi di telerilevamento. Per i relitti più profondi immaginava veri e propri parchi virtuali. L’idea era sempre la stessa: proteggere ciò che resta e impedire che si disperda ancora ciò che il mare ha custodito per secoli».

Sebastiano Tusa ha sempre lavorato dentro una geografia ampia e profondamente mediterranea: Mozia, Cartagine, le connessioni tra le sponde. Oggi, in un Mediterraneo attraversato da tensioni geopolitiche e migrazioni, l’archeologia può ancora essere uno strumento di diplomazia culturale?

«Sicuramente sì. La Fondazione sta lavorando proprio su questa traccia che Sebastiano ci ha lasciato. Abbiamo avviato un progetto europeo che utilizza arte e letteratura per favorire una maggiore comprensione del Mediterraneo e coinvolgere i giovani. Lo abbiamo fatto anche attraverso iniziative di street art o con l’immersione di sculture nei fondali di Ustica. Attività realizzate insieme ad altre aree marine protette del Mediterraneo, come Gozo, Alonissos e Brioni. Cerchiamo sempre di cooperare con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo per stabilire regole comuni e sensibilizzare la popolazione alla tutela del patrimonio».

Guardando al 2026, quale orizzonte strategico si prefigge la Fondazione Sebastiano Tusa?

«Non abbiamo mai voluto fare semplici commemorazioni. Anche oggi abbiamo parlato di Sebastiano in modo creativo, raccontando cosa stiamo facendo: il Museo dei relitti di Gela, i nuovi sistemi di comunicazione del museo di Messina, le pubblicazioni e l’attività editoriale. Continuiamo anche a riportare alla luce testi e studi lasciati da Sebastiano e a produrre nuovi contenuti. Dal prossimo anno saremo ancora più presenti a Favignana grazie a una convenzione con il Comune. L’obiettivo è sempre lo stesso: portare avanti le sue idee e farle crescere».

A distanza di sette anni dalla sua scomparsa, la figura diSebastiano Tusacontinua a rappresentare un punto di riferimento per la cultura mediterranea. Archeologo di fama internazionale e assessore ai Beni culturali della Regione Siciliana, è stato capace di riscrivere la storia del mare e di raccontarla al mondo, trasformando il patrimonio sommerso in una chiave di lettura identitaria della Sicilia.

Visionario più che sognatore, Tusa ha costruito nel tempo un percorso concreto: dalla scoperta dei Rostri della battaglia delle Egadi alla nascita della Soprintendenza del Mare, fino alla diffusione internazionale del modello di tutela in situ. Il suo interesse non era soltanto recuperare reperti, ma far dialogare il mondo sommerso con quello contemporaneo, rendendo la memoria parte attiva della società.

Tre erano i principi che guidavano la sua azione: tutela, valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale. Tre parole che oggi continuano a orientare il lavoro della Fondazione e di quanti credono che il mare non custodisca solo relitti, ma storie capaci di parlare ancora al presente.

Sebastiano Tusa ha insegnato che ilMediterraneonon è solo uno spazio geografico, ma un archivio di civiltà. E che la Sicilia, nel cuore di questo mare, può continuare a raccontare il proprio passato al mondo guardando con coraggio al futuro.

Federica Dolce

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