Scrivere oggi ha ancora un senso? In un tempo dominato dalla velocità e dall’informazione continua, la narrazione resta uno strumento critico per comprendere la realtà, conservarne la memoria e interrogare il presente
Scrivere oggi sembra un gesto controcorrente. Un atto lento in un tempo che corre. Un esercizio di profondità in una realtà che premia la superficie. Eppure la domanda ritorna, insistente: scrivere è diventato inutile o è, proprio per questo, più necessario che mai?
Viviamo immersi in un flusso continuo di parole. Notifiche, post, titoli, commenti. Tutto è racconto, ma quasi nulla è narrazione. L’informazione è ovunque, il senso molto meno. Scrivere, oggi, significa allora fermare il rumore. Prendere posizione. Dare una forma al caos.
La narrazione non serve solo a raccontare storie. Serve a costruire sguardi. A collegare i fatti. A restituire complessità. In un presente che tende alla semplificazione, scrivere diventa un atto critico. Non neutro. Mai innocente.
C’è chi sostiene che la scrittura abbia perso potere. Che non incida più. Che non cambi le cose. Ma la scrittura non è uno strumento di immediatezza. Non nasce per l’urgenza dell’istante. Lavora sul tempo lungo. Scava. Sedimenta. Resiste.
Nel giornalismo come nella letteratura, scrivere oggi significa assumersi una responsabilità. Verso i lettori. Verso i fatti. Verso le parole stesse. Ogni parola scelta esclude le altre. Ogni frase costruisce un punto di vista. Anche quando finge di non averne uno.
Raccontare il presente è forse il compito più difficile. Perché manca la distanza. Perché il rischio dell’errore è alto. Perché tutto cambia rapidamente. Ma è anche il compito più urgente. Senza racconto non c’è memoria. Senza memoria non c’è futuro.
Scrivere, allora, non è un gesto nostalgico. Non è un rifugio. È un esercizio di lucidità. Un modo per restare vigili. Per opporsi alla distrazione permanente. Per ricordare che la realtà non è mai solo ciò che appare.
In questo scenario, la figura dello scrittore e del giornalista si sovrappongono più di quanto si creda. Entrambi cercano senso. Entrambi lavorano con il linguaggio. Entrambi hanno a che fare con la verità, anche quando la verità è frammentaria, scomoda, incompleta.
Roberto Alajmo, scrittore, giornalista e drammaturgo italiano, affronta l’argomento, aprendo nuovi confini e spiegando cosa significa scrivere oggi.
Scrivere oggi significa, secondo lei, ancora incidere sulla realtà o soltanto interpretarla?
«Ho qualche dubbio che la scrittura abbia mai direttamente inciso sulla realtà. Forse qualche libro più ambizioso, tipo la Bibbia o Mein Kampf lo hanno fatto (e non so se hanno inciso nel bene o nel male), ma nella generalità dei casi riuscire a riflettere la realtà mi pare uno biettivo già abbastanza appagante. Non è una maniera di sottovalutare la scrittura, tutt’altro. La letteratura è uno specchio dove necessariamente bisogna guardarsi e guardare la realtà, se poi si vuole provare a cambiarla. Come lo specchio serve per spremersi un brufolo sul naso: non lo fa direttamente, ma di sicuro aiuta a farlo».
Esiste, secondo lei, un confine tra scrittura giornalistica e scrittura letteraria nel raccontare il presente?
«Esiste non uno ma molti confini, sui quali è bello muoversi, attraversandoli fino a perdersi, senza sapere più su quale territorio ci si trova, eventualmente provando a tracciare ancora nuovi confini. I migliori scrittori sanno essere anche ottimi giornalisti e forse, in certi casi, persino alcuni giornalisti possono rivelarsi ottimi scrittori».
In un’epoca di comunicazione continua e accelerata, quale responsabilità ha chi sceglie di usare le parole come mestiere?
«Esiste senza dubbio un’etica della scrittura, ma siccome diffido dei dogmi non mi sento di codificare una responsabilità morale che valga nei confronti di chiunque tenga la penna in mano. Alla fine è il tribunale di chi legge a decretare chi valga e chi no, anche correndo il rischio di giudicare in maniera superficiale. Questo sì, comporta un rischio: quello di compiacere il lettore e confortarlo nelle idee che già possiede. Un artista deve sempre camminare un passo avanti al suo pubblico, diceva Brecht. Non due passi, rischiando di seminarlo, e nemmeno al suo fianco o addirittura un passo indietro, assecondandone i peggiori istinti. Un passo avanti è la misura giusta, secondo me: abbastanza per farsi seguire ed essere pedagogico senza risultare pedante o saccente. Questa sì, è un’etica che mi sento di condividere».
La scrittura non salva il mondo. Non promette soluzioni. Ma pone domande. Apre crepe. Costringe a guardare meglio. E forse è proprio questo il suo valore oggi. Non consolare, ma inquietare. Non semplificare, ma complicare. Non urlare, ma restare.
Scrivere oggi non è inutile. È necessario proprio perché non è facile. Perché non è veloce. Perché non è sempre gratificante. È un atto di resistenza culturale. Silenziosa. Ostinata. Profondamente contemporanea.
Federica Dolce