La figura di Salvatore Giuliano resta una di quelle più controverse del dopoguerra siciliano: un giovane contadino diventato bandito per caso e poi quasi mitizzato dalla fantasia popolare.
Indubbio è che dietro il mito vi sia una lunga scia di sangue: alla sua banda vengono attribuiti circa 300 omicidi complessivi, 120 dei quali ai danni di forze dell’ordine.
La sua storia è stata a lungo sospesa tra realtà e mitizzazione, alimentando ancora oggi interrogativi e versioni alternative, fino al giallo sulla morte del 1950 e sull’ipotesi che il cadavere ritrovato non fosse quello di Giuliano e che quest’ultimo in realtà sia emigrato in America. Su questa ipotesi si basa il saggio di Carmine Mancuso, scritto a quattro mani con il giornalista-scrittore Enrico Somma, “Turiddu Giuliano in USA”. A tal proposito abbiamo intervistato uno degli autori, Carmine Mancuso, e gli abbiamo chiesto di raccontarci i temi del saggio.
Chi era Salvatore Giuliano?
«Salvatore Giuliano era un giovane, nato nel ’22. Quindi nel ’43, quando casualmente diventa bandito, aveva la terza elementare, di origini contadine, di famiglia piuttosto modesta e quindi alla mercé di tutti coloro i quali riuscivano a strumentalizzarlo. Per cui la sua attività banditesca nasce perché accidentalmente uccide un carabiniere durante il trasporto di alcuni sacchi di farina. E quindi diventa bandito quasi per caso, per avverso gioco del destino, e diventa leggenda perché la fantasia popolare lo fa diventare poi un personaggio celebre seppur nel male».
Quanti sono gli omicidi ai danni delle forze dell’ordine che si contano per mano di Giuliano e della sua banda?
«Durante la sua attività criminosa, che verteva su sequestri di persona, rapine, agguati e quant’altro di più criminale si possa avere, gli omicidi sono circa 300 complessivamente. Di cui 120 ai danni di forze dell’ordine: polizia, carabinieri e addirittura anche dell’esercito».
Quanti omicidi sembrano essere giustificati nella crociata portata avanti dall’Esercito Volontari Indipendentisti Siciliani di cui Giuliano era colonnello?
«Giuliano visse tra tenebre e bagliori. La fantasia popolare lo elesse appunto a leggenda, però gli omicidi che lui compì erano solo per difendersi ma in realtà era soltanto strumento. Non soltanto del MIS – Movimento Indipendentista Siciliano – che lo fece colonnello, ma quando il MIS si scioglie nel ’46, Giuliano diventa preda di altre forze politiche e quindi fu un personaggio che fu strumentalmente usato per fini politici».
Sono tanti i miti attorno alla figura di Giuliano e della sua banda. Alla ricerca della verità storica sono diverse le ipotesi avanzate negli anni, tra cui una che emerge nel suo ultimo libro con Enrico Somma, secondo la quale il cadavere rinvenuto nel cortile De Maria non fosse quello di Giuliano.
«Diciamo che Giuliano diventa pericoloso all’epilogo della sua storia, quindi, come abbiamo detto, nel ’50. Perché Giuliano – che era stato appunto strumentalmente usato dal potere politico – come abbiamo detto si articolava tra il MIS, la Democrazia Cristiana dell’epoca, i Liberali, i Monarchici; tutti usarono Giuliano per i fini elettorali. A un certo punto Giuliano cominciò a scrivere, iniziò a preparare un memoriale. Questo memoriale diventava un atto d’accusa nei confronti dei politici e di tutti coloro i quali potevano eventualmente trarne svantaggio. Ecco perché in quel momento Giuliano diventa oltremodo pericoloso e il potere decide di eliminarlo. Il fatto che poi fosse (il cadavere) fosse il suo o non fosse suo è dovuto a una vicenda che è legata all’avvocato De Maria, colui che lo ospitò negli ultimi mesi di vita, il quale in punto di morte rivela a due infermieri, mentre era ricoverato in ospedale, che il vero cadavere che fu trovato all’interno del suo cortile non era di Giuliano ma di un sosia. Giuliano fu fatto emigrare in America per mantenere il segreto affinché quelle vicende non venissero mai svelate».
Andrea Maria Rapisarda Mattarella