Roberto Parisi, il presidente del Palermo ucciso per aver detto no al pizzo

Amante di Palermo, negli anni ’80 Parisi coltivò anche la passione per il calcio: nel 1982 fu nominato presidente dell’US Palermo Calcio. Il club, da lungo tempo in crisi sportiva, rifletteva parte del suo prestigio: Parisi divenne uno dei patron più discussi della società

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Roberto Parisi, un ingegnere e imprenditore affermato a Palermo dagli anni ’70, era nato a Torino nel 1931. Alla guida del gruppo ICEM, la società cui dal 1970 erano affidati gli appalti per l’illuminazione pubblica cittadina, Parisi costruì una vasta rete imprenditoriale: oltre alla ICEM, controllava aziende nel settore elettrico e dell’itticoltura, per un organico complessivo di circa 500 dipendenti. Nel 1981 risultò il contribuente più ricco di Palermo (oltre 800 milioni di lire dichiarati). Onorificenze come la carica di Cavaliere del Lavoro e la nomina a vice-presidente dell’Associazione Industriali palermitana testimoniavano il suo peso economico.

Parisi subì due tragedie personali. Nel 1980 la prima moglie Elvira De Lisi e la figlia Alessandra morirono nell’attentato aereo di Ustica; in seguito egli si risposò con Gilda Ziino, da cui ebbe una figlia, Enrica. Amante di Palermo, negli anni ’80 Parisi coltivò anche la passione per il calcio: nel 1982 fu nominato presidente dell’US Palermo Calcio. Il club, da lungo tempo in crisi sportiva, rifletteva parte del suo prestigio: Parisi divenne uno dei patron più discussi della società. Come imprenditore e uomo di affari, egli osava competere sul mercato indipendentemente dal controllo mafioso: la sua ICEM sfidava la forte famiglia Cassina, conosciuta per i rapporti con Cosa Nostra, e aveva persino avviato affari in Tunisia.

Il contesto mafioso di Palermo negli anni ’80

Negli anni ’80 Palermo era attraversata da una crescente tensione fra poteri economici e criminalità organizzata. Le rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta e le inchieste del pool antimafia di Falcone e Borsellino avevano incrinato la “solidità” del potere mafioso locale. Mentre la mafia faticava a reggere queste pressioni, ricorreva alla violenza estrema per riaffermare il proprio controllo. Gli storici osservano che gli anni 1984-85 videro una escalation di omicidi mafiosi ai danni di imprenditori che non si piegavano al pizzo. Parisi – noto per aver rifiutato le estorsioni richieste dai capi mafiosi – incarnava questo modello di “resistente” al racket.

Ancora nel febbraio 1985 a Palermo si registrò un cruento esempio di strategia mafiosa. Parisi, pur consapevole del rischio, proseguì però le sue attività senza cedimenti. Numerose fonti confermano che Cosa Nostra intendeva inviare un “segnale forte” a tutti gli imprenditori ribelli. A fine mese, infatti, la città sarebbe stata scossa da due agguati: il 23 febbraio Roberto Parisi e il suo autista furono assassinati, e quattro giorni dopo venne ucciso a Brancaccio l’imprenditore Pietro Patti, anch’egli aveva rifiutato di pagare il pizzo.

L’agguato del 23 febbraio 1985

La mattina del 23 febbraio 1985, verso le 9:00, Parisi si recava nei suoi uffici a Palermo a bordo di una Fiat 131 azzurra, guidata dal suo fidato autista Giuseppe Mangano, che aveva 38 anni. L’auto percorreva il viale Partanna Mondello, nel quartiere Tommaso Natale, quando fu improvvisamente affiancata da una Fiat Panda e una Fiat Ritmo. Poco più avanti, una Renault 4 attendeva ferma. All’improvviso dai finestrini delle vetture emersero pistole e una mitraglietta: un commando di almeno cinque uomini armati aprì il fuoco contro l’auto di Parisi.

Il colpo iniziale colpì mortalmente Mangano. L’auto di Parisi sbandò violentemente contro dei cassonetti, fermandosi contro un albero. I killer scesero dai mezzi, raggiunsero i feriti a terra e spararono ancora con freddezza. Mangano morì sul colpo; Parisi, gravemente ferito, fu trasportato d’urgenza in ospedale ma spirò dopo un paio d’ore di agonia. L’attacco fu descritto come «un agguato da manuale mafioso»: i killer, indisturbati, fuggirono utilizzando un autobus e abbandonando le auto usate nell’agguato poco distante.

Secondo un articolo de La Stampa dell’epoca, a sparare furono «sei killer», armati di pistole e mitra, e «crivellarono di colpi» Parisi e Mangano. I carabinieri e la polizia arrivarono in gran numero, ma i colpevoli riuscirono a dileguarsi. Uno dei cronisti descrisse la scena: «l’auto di Parisi sbanda… Ancora colpi. La 131 sbanda nuovamente, si arresta… Dalle due automobili ecco i killer. Sono a terra, continuano a sparare». L’episodio rappresentò per gli inquirenti un grave segnale sulla nuova geografia del crimine organizzato a Palermo.

Indagini e processi

Subito dopo l’omicidio emerse che la ICEM di Parisi era stata indagata dal Pool antimafia già da oltre un anno, nell’ambito di accertamenti sugli appalti pubblici. Le indagini si concentrarono su ambienti di Cosa Nostra, ma fu solo un decennio dopo il delitto che si arrivò alle prime confessioni.

Nel 1995 il mafioso pentito Emanuele Di Filippo, noto esponente della famiglia di Ciaculli, confessò di aver partecipato direttamente all’agguato. In cambio della collaborazione, Di Filippo ottenne una pena relativamente lieve (15 anni). Dalle sue rivelazioni emersero i nomi di altri esecutori: il Tribunale di Palermo condannò all’ergastolo i capimafia Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello e Giuseppe Lucchese, riconoscendoli colpevoli di omicidio in concorso. In breve, i responsabili materiali dell’agguato furono puniti con pene gravissime, mentre alla fine degli anni ’90 si cominciò a fare luce anche sui mandanti esterni.

Parallela fu la vicenda processuale dell’ex funzionario del SISDE Bruno Contrada, accusato di collusione mafiosa. Nel corso del dibattimento Contrada, che conosceva Parisi per motivi di servizio, venne ripetutamente associato alla vicenda dell’omicidio. La vedova Gilda Ziino raccontò due episodi inquietanti nei suoi confronti. Il giorno stesso dell’omicidio Contrada le chiese con insistenza un incontro “riservato” a casa sua, e lì la ammonì con freddezza: «qualsiasi cosa io potessi sapere sulla morte di Roberto dovevo stare zitta, non parlarne con nessuno e ricordarmi che avevo una figlia piccola». Sconvolta, Ziino tardò a riferire questo colloquio persino al marito, e poi raccontò l’accaduto al suo avvocato che informò il giudice Falcone. Il racconto della vedova venne confermato in giudizio e fu ritenuto prova di favori occulti nei confronti dei mafiosi. Bruno Contrada non venne mai giudicato per concorso in omicidio Parisi, ma il suo caso rivelò le pesanti interferenze istituzionali nelle indagini.

Le reazioni della città e dei tifosi

La notizia dell’omicidio di Parisi scosse profondamente Palermo. All’esterno dell’ospedale Villa Sofia, dove il presidente morente fu trasportato, si radunò «una folla sterminata, muta nello stupore dell’agguato». Erano presenti operai della ICEM in divisa e tifosi del Palermo, increduli di fronte a un simile barbaro attacco al loro presidente. Il capitano della squadra, Valerio Majo, avrebbe commentato lo “sdegno” per una città di cui si sentiva parte e che pareva bloccata da un clima di rassegnazione.

L’intero mondo sportivo palermitano si guardò attorno sgomento: il giorno dopo l’assassinio la società decise di non annullare la partita in trasferta contro la Salernitana, per la 3ª giornata di campionato, nonostante le richieste di giocatori e autorità. «La squadra, con il cuore pesante, scese in campo» con il lutto al braccio. I giornali locali riportarono immagini della formazione scossa, ma determinata a onorare l’impegno. Allo stadio Olimpico di Salerno i tifosi palermitani tennero uno striscione in memoria del loro presidente, mentre sulle tribune si levarono applausi e, secondo alcuni cronisti, anche momenti di tensione nell’acceso dibattito civile sul significato dell’evento.

Nel frattempo, nella società civile palermitana crescevano la rabbia e la richiesta di giustizia. A poche ore dall’omicidio, sulla stampa si rincorsero appelli di sindacalisti e industriali perché il governo adottasse misure straordinarie contro l’«egemonia mafiosa» sull’economia. Alcuni rappresentanti dell’Associazione Industriali sottolinearono che Parisi, loro collega e vice-presidente dell’Associazione, aveva pagato con la vita la sua sfida alle cosche. Molti cittadini, come spesso accade dopo un omicidio eccellente, vissero quei giorni in stato di angoscia e indignazione, passando notti in bianco davanti alla televisione in attesa di aggiornamenti. Per settimane il caso Parisi dominò le cronache nazionali, accompagnato da inchieste e programmi televisivi che cercarono di ricostruire il complesso legame tra mafia e appalti pubblici.

Memorie e testimonianze

Nel tempo il ricordo di Parisi è rimasto vivo sia tra le istituzioni sia nel mondo sportivo. Accanto a personalità come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, anche Parisi fu commemorato come vittima di mafia che «non volle chinare la testa». I suoi funerali a Palermo videro la partecipazione non solo dei familiari ma anche di una grande rappresentanza di giocatori, con il feretro portato in chiesa dagli stessi calciatori in maglia rosanero. Nei giorni seguenti, molte federazioni e squadre italiane inviarono messaggi di cordoglio o osservarono un minuto di silenzio. Colleghi imprenditori ricodarono la figura decisa e moderna di Parisi, ribadendo che per molte aziende il “pizzo” continuava a essere un ostacolo alla libera impresa.

Più di trent’anni dopo, la vedova Gilda Ziino è ancora coinvolta nelle iniziative dell’Associazione “Associazione I figli della lupa” e altri enti per le vittime mafiose, mantenendo alta la memoria del marito e dell’autista ucciso. Le cronache recenti citano spesso la deposizione di Gilda che ricordava che «qualunque cosa sapessi sulla morte di Roberto dovevo stare zitta, ricordarmi che avevo una figlia piccola». Anche Giovanni Falcone, informato personalmente da Gilda attraverso l’avvocato Galasso, considerò Parisi tra le “vittime innocenti delle mafie” cui dedicare il suo impegno.

Nel calcio, Parisi è rimasto nella memoria rosanero come colui che «amava la città e voleva portarla in alto», ma anche come simbolo di quanto profondamente la mafia avesse contaminato ogni ambito della vita pubblica. In diverse pubblicazioni e servizi giornalistici, specialmente in occasione dell’anniversario dell’omicidio, si ricordano le sue interviste in cui parlava di una «Palermo che merita la Serie A» e di una squadra di calcio strumento di riscatto civile. Quell’utopia, però, venne interrotta tragicamente. Con la sua morte, Parisi lasciò incompiuta una prospettiva di rinascita culturale che molti suoi collaboratori ripresero idealmente negli anni successivi.

Quel che ci resta

L’omicidio di Roberto Parisi rimane una delle pagine più drammatiche della storia recente di Palermo. Il presidente del Palermo Calcio venne brutalmente ucciso per aver sfidato il racket mafioso. I fatti narrati dalle fonti d’epoca, da La Stampa alle relazioni del Pool antimafia, dipingono un quadro nitido di mafia che, in quel 1985, stava tentando di riaffermare il proprio dominio sulla Sicilia. Le inchieste e i processi che seguirono hanno accertato la matrice mafiosa e punito molti esecutori, ma i mandanti complessivi (sia dell’omicidio che del “sistema” di corruzione nelle forniture pubbliche) non sono stati mai del tutto individuati.

Quel delitto segnò una svolta: la società civile palermitana, almeno per un attimo, reagì con fermezza, e la storia di Parisi è diventata simbolo della resistenza imprenditoriale alla mafia. L’uccisione di Parisi «ha eliminato in maniera preventiva chiunque osasse resistere alle richieste mafiose». Oggi, ricordare Parisi significa anche interrogarsi su quanto sia cambiata o meno Palermo: la città che si disperò al suo capezzale sperava in un’epoca nuova di legalità, ma ancora oggi il braccio di ferro tra liberi imprenditori e mafiosi continua.

Roberto Greco

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