In ricordo di Vito Ievolella, il segugio temuto dai boss

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Il 10 settembre 1981, a Palermo, Cosa nostra colpiva un altro servitore dello Stato, il maresciallo maggiore dei Carabinieri Vito Ievolella, assassinato in un vile agguato mentre aspettava la figlia fuori da una scuola guida. Ievolella, 52 anni, originario di Benevento, era un investigatore tenace e stimato, noto per la sua lotta contro la criminalità organizzata. La sua storia, dalla lunga carriera nell’Arma alle indagini coraggiose che gli costarono la vita, fino ai tortuosi processi seguiti al suo omicidio, è emblematica di quel periodo buio dei primi anni Ottanta a Palermo, quando Cosa Nostra scatenò una feroce offensiva contro magistrati, forze dell’ordine e rappresentanti delle istituzioni.

Nato a Benevento il 4 dicembre 1929 si arruola giovanissimo, a 19 anni, nell’Arma dei Carabinieri. Dopo i primi incarichi al nord Italia, ottiene di essere trasferito in Sicilia e alla fine degli anni ’50 entra in servizio presso il Comando Legione Carabinieri di Palermo. Nei primi anni ’60 presta servizio nelle stazioni di Palermo Centro e Palermo Duomo, per poi passare nel 1965 al Nucleo Investigativo del Gruppo Carabinieri di Palermo, con sede alla caserma “Carini” in piazza Verdi. In quella squadra investigativa lavora fianco a fianco con ufficiali di grande esperienza come il colonnello Giuseppe Russo, che verrà anch’egli ucciso dalla mafia nel 1977.

Instancabile e dotato di acute capacità investigative, Ievolella si fa presto apprezzare per la risoluzione di casi complessi. I risultati ottenuti gli valgono numerosi riconoscimenti interni: ben sette encomi solenni e quattordici lettere di apprezzamento da parte del Comando Generale dell’Arma. La stampa dell’epoca, riconoscendone l’acume e la dedizione, gli attribuisce soprannomi eloquenti come “segugio temuto dai boss” e “specialista in casi difficili”. Alla caserma Carini dirige la sezione “Delitti contro il patrimonio” del Nucleo Operativo, ma in pratica le sue indagini spaziano anche nei territori più insidiosi dei delitti di stampo mafioso. Colleghi e superiori lo considerano un punto di riferimento nell’investigazione a Palermo. In un’epoca in cui la pericolosità di Cosa Nostra era ancora sottovalutata, Ievolella, insieme ad altri pionieri come il capitano Emanuele Basile o il maresciallo Giuliano Guazzelli, anticipò metodi e intuizioni che sarebbero divenuti cardine della lotta alla mafia negli anni successivi.

Sul piano privato, Vito Ievolella è ricordato come una persona di saldi principi morali e grande umanità. Sua figlia Lucia ne traccia così il ritratto: “Mio padre era uno spirito libero che aveva due compagni di viaggio, il senso del dovere e il senso dello Stato”. Nonostante gli orari gravosi di servizio, usciva di casa all’alba e rientrava a notte fonda, riusciva a essere presente per la famiglia e a trasmettere ai figli valori di onestà, rettitudine e dedizione al dovere. Questo profilo di integerrimo servitore pubblico ne farà, tragicamente, un bersaglio per la mafia.

L’indagine “Savoca + 44” e le minacce di morte

Nel 1980 il maresciallo Ievolella conduce un’indagine delicatissima che segnerà il suo destino. Al termine di lunghe investigazioni, redige un rapporto definito dagli inquirenti “esplosivo”, intitolato “Savoca + 44”. In quella corposa informativa, il cui nome deriva da un indagato principale, Giuseppe Savoca, più altri 44 sospettati, Ievolella aveva documentato i loschi affari di importanti boss mafiosi palermitani. In particolare, l’indagine metteva a nudo le attività illecite della cosca guidata da Tommaso Spadaro, influente capomafia del quartiere Kalsa, delineando un vasto traffico di contrabbando di sigarette già intrecciato con il traffico di stupefacenti e altri reati mafiosi. Il rapporto “Savoca + 44” individuava precise responsabilità penali e rappresentava una minaccia concreta per gli interessi economici di Cosa Nostra, tanto da essere considerato, a posteriori, la vera “firma” sulla condanna a morte di Ievolella.

Dopo quell’indagine, infatti, il maresciallo comincia a ricevere pesanti minacce. Fonti dell’epoca riferiscono che nei circoli mafiosi il suo nome diventa scomodo e che i boss temono le sue capacità investigative. Per tutelarlo, gli viene assegnata una scorta armata a protezione. Ma un tragico concatenarsi di eventi offre ai suoi nemici l’occasione che attendevano: nell’estate 1981 a Ievolella viene diagnosticato un sospetto tumore allo stomaco e il maresciallo è costretto a un ricovero ospedaliero. Ritenendolo temporaneamente fuori gioco, le autorità decidono di revocare la scorta proprio un mese prima dell’agguato. La notizia del suo ricovero, e quindi dell’assenza di protezione, circola rapidamente negli ambienti criminali: si racconta che nel carcere Ucciardone di Palermo, al sapere del suo malanno, alcuni mafiosi abbiano persino stappato bottiglie di spumante per brindare. Vito Ievolella, dal canto suo, era consapevole di essere un uomo nel mirino. “I mafiosi sono dei conigli. Se sparano lo fanno alle spalle… Sanno però che io ho sempre la pistola pronta e qualcuno lo porterò con me”, diceva in famiglia, manifestando la volontà di non farsi trovare impreparato. Purtroppo, i suoi assassini sceglieranno il momento in cui egli non avrà possibilità di reagire.

L’agguato di piazza Principe di Camporeale

La sera del 10 settembre 1981 Vito Ievolella, sebbene ancora convalescente, ha ripreso servizio e quella notte si trova a Palermo con la moglie Iolanda. Poco dopo le 20:30, i due sono parcheggiati a bordo della loro Fiat 128 gialla in piazza Principe di Camporeale, nei pressi di via Serradifalco. Aspettano che la figlia ventenne Lucia termini la lezione presso un’autoscuola. È un momento di quotidianità familiare, in un luogo pubblico e a prima vista non pericoloso. Ma proprio lì scatta la trappola mortale: quattro uomini armati, inviati da Cosa Nostra, arrivano a bordo di una Fiat Ritmo, che poi scoprirà essere rubata, e sorprendono il maresciallo. Appena scesi dall’auto, i sicari aprono il fuoco con pistole calibro 7,65 e fucili caricati a pallettoni.

All’improvviso sei colpi squarciano l’aria, frantumando il lunotto posteriore dell’auto. Iolanda vede suo marito sobbalzare e accasciarsi verso di lei, il volto coperto di sangue. I killer, un commando ben organizzato, risalgono subito sulla Ritmo, dandosi alla fuga. La moglie di Ievolella, ferita di striscio al viso da una scheggia di vetro, sarà l’unica testimone di quei drammatici istanti. L’auto dei sicari verrà ritrovata poco dopo non lontano dal luogo del delitto, bruciata in via Francesco Paolo Di Blasi, al tempo via Caruso, nel tentativo di cancellare ogni traccia.

Fin dal primo momento appare chiaro che non si tratta di un “semplice” fatto di cronaca nera, bensì di un delitto di mafia. Le modalità dell’assalto, un gruppo di fuoco numeroso, armi da guerra, auto rubata data alle fiamme, e soprattutto la figura della vittima non lasciano dubbi negli investigatori: l’omicidio di Ievolella va inquadrato in un preciso disegno mafioso volto ad eliminare coloro che ostacolavano l’espansione degli interessi criminali. Vito Ievolella rientra tragicamente nel novero di servitori dello Stato caduti per mano di Cosa Nostra in quegli anni. La sua morte suscita sgomento nell’Arma e tra i magistrati con cui aveva collaborato: tutti riconoscevano in lui un carabiniere di grandi capacità e abnegazione, impegnato fino all’ultimo a far luce sia sui crimini comuni sia su quelli di mafia.

Indagini e processi: la lunga strada verso la giustizia

L’inchiesta giudiziaria sul delitto Ievolella si rivela lunga e complessa, attraversata da errori iniziali e successivi clamorosi sviluppi. In un primo momento, pressata dall’urgenza di trovare i colpevoli, la squadra investigativa (guidata dai Carabinieri stessi) raccoglie la testimonianza di un uomo, Pietro La Piana, che afferma di aver riconosciuto due individui a bordo dell’auto dei killer. Sulla base di queste indicazioni vengono arrestati due pregiudicati della Kalsa, il quartiere di Spadaro: si tratta di Santo Barranca e Giuseppe Di Girolamo, sospettati come esecutori materiali dell’omicidio. Il caso sembra risolto e i due vengono rinviati a giudizio. Tuttavia, il quadro probatorio è tutt’altro che solido e negli anni seguenti emergerà come quella pista fosse un clamoroso depistaggio, forse indotto ad arte dai veri mandanti. Nel 1988 infatti la Prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, noto alle cronache col soprannome di “ammazza-sentenze”, annulla per ben tre volte la condanna all’ergastolo inflitta in appello a uno degli imputati, che infine viene definitivamente assolto da ogni accusa La testimonianza chiave di Pietro La Piana si rivela inaffidabile e verrà accertato essere frutto di calunnia: anni dopo lo stesso La Piana sarà condannato per aver volontariamente depistato le indagini.

Per quasi vent’anni la famiglia Ievolella e i suoi colleghi attesero la verità. Una svolta decisiva si ebbe solo agli inizi degli anni 2000, quando nuove rivelazioni emergono grazie ai collaboratori di giustizia dell’era post-maxiprocesso. Nel 2001 l’inchiesta viene formalmente riaperta sulla base delle dichiarazioni di pentiti eccellenti come Salvatore Cancemi, Salvatore Cucuzza e Giuseppe Marchese, detto Antonino. Questi mafiosi, un tempo appartenenti alla fazione dei Corleonesi, si autoaccusano di aver partecipato in prima persona all’omicidio di Ievolella, facendo per la prima volta i nomi dei veri componenti del commando. Viene così ricostruito lo scenario reale: all’agguato avrebbero preso parte alcuni dei più feroci killer di Cosa Nostra, tra cui Giuseppe Greco, detto “Scarpuzzedda”, Filippo Marchese, Giovanni Fici e Mario Prestifilippo, tutti mafiosi poi eliminati nelle guerre interne dei primi anni ’80, oltre agli stessi pentiti Cancemi, Cucuzza e Marchese. Il mandante dell’omicidio viene individuato nell’uomo già sospettato all’epoca: Tommaso Spadaro, il boss contrabbandiere il cui impero criminale era stato messo in pericolo dal rapporto “Savoca + 44”.

Sulla base di queste nuove prove, si arriva finalmente al processo che fa luce sull’intera vicenda. Nel 2003 la Corte d’Assise di Palermo chiude il cerchio giudiziario: Tommaso Spadaro viene condannato all’ergastolo in qualità di mandante dell’omicidio Ievolella, così come Giuseppe Lucchese, mafioso dell’ala corleonese, riconosciuto tra gli esecutori materiali dell’agguato. Lucchese, già noto per numerosi altri delitti, era emerso durante il dibattimento quale partecipante diretto all’azione omicida. Nello stesso processo, il sedicente testimone Pietro La Piana è condannato a sei anni e mezzo di reclusione per calunnia, sancendo in via definitiva il tentativo di depistaggio iniziale. I collaboratori di giustizia Cancemi e Cucuzza ricevono invece una pena a dieci anni di carcere ciascuno, grazie allo sconto previsto dalla legge per chi contribuisce a far emergere la verità.

Con queste sentenze, confermate nelle successive fasi di appello, giustizia è stata formalmente resa al maresciallo Ievolella, anche se con enorme ritardo. La definizione giudiziaria dell’omicidio, arrivata oltre vent’anni dopo i fatti, evidenzia da un lato la determinazione dello Stato nel perseguire i colpevoli, ma dall’altro anche le ombre che negli anni ’80 ostacolarono molte inchieste di mafia. Non va dimenticato che proprio il giudice Carnevale, protagonista delle anomale cancellazioni di sentenze nel caso Ievolella, fu oggetto di polemiche per aver annullato o attenuato numerose condanne a mafiosi in quel periodo, guadagnandosi appunto il soprannome di “ammazza-sentenze”. Solo con la stagione dei pentiti e con il rinnovato impegno investigativo degli anni ’90 si è potuto ricostruire l’intera trama del delitto Ievolella, restituendo dignità alla memoria di questo servitore dello Stato.

Palermo nei primi anni ’80: la mafia contro lo Stato

Il delitto Ievolella si inserisce nel contesto drammatico della guerra di mafia esplosa agli inizi degli anni Ottanta in Sicilia. In quel periodo, la fazione dei Corleonesi guidata da Salvatore “Totò” Riina scatenò una violenta offensiva sia contro i clan rivali sia contro le istituzioni: solo tra il 1981 e il 1983 si contarono circa 600 omicidi riconducibili a quella strategia di sangue. Strategia che trasformò Palermo in un un campo di battaglia. Le consorterie mafiose, nel loro progetto di dominio, non esitavano a decapitare il “ceto dirigente” della Sicilia colpendo chiunque rappresentasse una minaccia come investigatori, magistrati, politici e giornalisti.

Già a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, prima ancora dell’omicidio Ievolella, si erano registrati delitti eccellenti in serie: il 21 luglio 1979 la mafia assassinò il capo della Squadra Mobile di Palermo, Giorgio Boris Giuliano, brillante poliziotto che indagava sul traffico di eroina; poche settimane dopo, il 25 settembre 1979, caddero sotto il piombo mafioso il giudice istruttore Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso. Il 6 gennaio 1980 fu la volta di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, ucciso a Palermo in un agguato sotto gli occhi della moglie. Nello stesso anno, il 4 maggio 1980, i killer di Cosa Nostra colpirono il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, collaboratore e amico del giudice Paolo Borsellino, durante una festa a Monreale mentre il 6 agosto 1980 fu brutalmente eliminato anche Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, che aveva osato firmare personalmente mandati di cattura contro decine di mafiosi.

Questa scia di sangue non fece che allungarsi nei due anni successivi. Il 30 aprile 1982 venne assassinato a Palermo il segretario regionale del PCI Pio La Torre, insieme al collaboratore Rosario Di Salvo: La Torre aveva promosso proprio in quei mesi la legge che introduceva il reato di associazione mafiosa e il sequestro dei beni dei mafiosi (legge 416 bis), e Cosa Nostra decise di eliminarlo per lanciare un sinistro segnale. Poche settimane dopo, il 3 settembre 1982, la mafia osò colpire uno degli uomini-simbolo dello Stato: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da appena 100 giorni prefetto di Palermo con il mandato di debellare Cosa Nostra, venne trucidato insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo in via Carini. Ancora nel 1983 la stagione dei delitti continuò con l’omicidio del capo dell’Ufficio Istruzione, il giudice Rocco Chinnici, ucciso a luglio da un’autobomba, e di diversi investigatori di punta, come il vicequestore Ninni Cassarà, il commissario Beppe Montana e l’agente Roberto Antiochia nei due anni successivi. Era un periodo di autentico terrore mafioso, in cui i migliori uomini dello Stato vivevano sotto minaccia costante ossia cadaveri che camminano, come li definì amaramente il vicequestore Cassarà dopo l’uccisione di La Torre, ma continuavano coraggiosamente a svolgere il proprio dovere.

L’omicidio del maresciallo Vito Ievolella si colloca dunque in questa offensiva stragista avviata dai Corleonesi per imporre il proprio potere e zittire qualunque voce contraria. Ogni delitto di quegli anni aveva lo scopo di incutere paura nelle istituzioni e nella società civile, ma allo stesso tempo finì per suscitare, come reazione, una crescente presa di coscienza e una mobilitazione dello Stato. Proprio dal sangue di quelle vittime nacquero infatti una nuova stagione investigativa e giudiziaria,  dalla creazione del pool antimafia al maxiprocesso di Palermo, e una rinnovata spinta legislativa contro la mafia. Il sacrificio di Ievolella e di tanti altri, insomma, non fu vano: segnò anzi un punto di svolta nella lotta tra lo Stato italiano e Cosa Nostra.

Memoria e testimonianze

A quarantaquattro anni da quel 10 settembre 1981, la figura di Vito Ievolella rimane viva nella memoria collettiva come esempio di fedeltà allo Stato e senso del dovere. Ogni anno, nella piazza dove cadde, l’Arma dei Carabinieri e i familiari depongono una corona d’alloro in suo onore. Colleghi e magistrati lo ricordano come un investigatore infaticabile e intuitivo, anticipatore di metodi di lotta alla mafia che sarebbero stati perfezionati negli anni successivi. Pur immerso in un lavoro rischioso, seppe sempre conciliare l’impegno professionale con la famiglia: una qualità umana sottolineata da chi l’ha conosciuto bene. All’inizio degli anni 2000, per onorarne la memoria, gli sono state intitolate a Palermo la nuova sede della stazione Carabinieri “Falde”, nel quartiere Monte Pellegrino, una strada cittadina e la sala briefing del Comando Provinciale dei Carabinieri.

Le parole dei suoi cari restituiscono la dimensione umana dietro l’uniforme. La figlia Lucia, oggi dirigente scolastica, racconta di un padre amorevole ma rigoroso, che non si arrendeva davanti alle ingiustizie e credeva profondamente nei valori semplici e assoluti della legalità. “Tracciare una linea tra il maresciallo, l’uomo e il padre non è possibile – dice – perché mio padre era sempre il carabiniere, in ogni aspetto della sua vita”. Ed è proprio questo senso totalizzante del dovere che lo definiva: «Era uno spirito libero che aveva due compagni di viaggio, il senso del dovere e il senso dello Stato». Questi valori hanno guidato Vito Ievolella fino all’ultimo respiro e costituiscono la sua eredità morale. Per quel coraggio e quella dedizione estrema, il Presidente della Repubblica gli ha conferito la Medaglia d’oro al Valor Civile alla memoria. Nella motivazione ufficiale si legge come Ievolella, “pur consapevole dei pericoli a cui si esponeva, s’impegnava con infaticabile slancio e assoluta dedizione in prolungate e difficili indagini (…) Proditoriamente colpito in un vile agguato, immolava la vita ai più nobili ideali di giustizia e di grande eroismo”.

Vito Ievolella resta così nel ricordo come un esempio luminoso di fedeltà alle istituzioni e di impegno nella difesa della legalità. Il suo sacrificio, maturato in una stagione tra le più tragiche della storia repubblicana, continua ancora oggi a richiamare le coscienze ai principi di giustizia e coraggio civile per cui egli diede la vita.

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