Renato Cortese è l’eroe antimafia che paga per aver eseguito un ordine in un’area grigia di incrocio tra politica e sicurezza, con la sensazione amara che la sentenza contro di lui sia “vergognosa” e che la giustizia, in questo caso, sia stata ingiusta
Può uno Stato processare se stesso? No, non mi riferisco alle, e abbondantemente discusse, possibili complicità dello Stato con forze eversive. Quelle che generano, poi, percorsi giudiziari complessi e, spesso, destinati a fallire.
Mi riferisco, invece, all’affaire Cortese. Perché Renato Cortese, sbirro di alto rango, è lo Stato. E lo ha dimostrato ampiamente durante la sua carriera all’interno della Polizia di Stato. Vestendo e onorando la stessa divisa di Giuliano, Cassarà, Antiochia, Montana, Mondo, Montinaro, Schifani, Di Cillo, Catalano, Traina, Li Muli, Cosina, Loi. E ha calpestato gli stessi corridoi. Quelli della Questura e della squadra Mobile di Palermo.
Ma la Ragion di Stato può permettere questo?
L’affaire Cortese
La figura di Renato Cortese, poliziotto di carriera che ha raggiunto il grado di Prefetto, incarna una delle più drammatiche contraddizioni delle istituzioni italiane. Per decenni, il suo nome è stato sinonimo di vittoria dello Stato contro il crimine organizzato, legato indissolubilmente alla cattura dei più feroci latitanti di Cosa Nostra. Eppure, la sua parabola professionale e personale è stata lacerata da una lunga e tortuosa vicenda giudiziaria che lo ha visto condannato, in ultimo grado d’Appello bis, per sequestro di persona.
L’identità contesa di Renato Cortese
Cortese, classe 1964, è un funzionario di altissimo livello con una laurea in Giurisprudenza. La sua carriera è stata un susseguirsi di incarichi operativi cruciali, culminati con la nomina a Prefetto. Dal 30 ottobre 2023, riveste l’importante ruolo di Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato.
Questo inquadramento al vertice dell’amministrazione della sicurezza coesiste con la realtà della sua recente condanna. Il paradosso è stridente: l’uomo che ha messo le manette a Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca, eroe incontrastato nella lotta alla mafia , è lo stesso condannato a cinque anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per il rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva e della figlia.
Il dualismo ha avuto conseguenze dirette sulla sua vita professionale. La condanna di primo grado (ottobre 2020) lo aveva costretto a lasciare l’incarico di Questore di Palermo, una città che lo aveva accolto e supportato. La lettera di saluto indirizzata alla città rivelava il profondo trauma, dichiarando di andarsene “con il cuore spezzato,” nonostante la sua storia fosse “cristallina nella lotta alla mafia” e avesse portato alla cattura di feroci latitanti e padrini. Questo episodio ha marcato un punto di non ritorno, spostando l’attenzione pubblica dalla sua eccellenza operativa alla controversia legale.
Le implicazioni del ruolo istituzionale mantenuto
Il mantenimento di un ruolo apicale (Prefetto e Direttore Centrale) in Cortese, anche dopo la condanna di primo grado (2020) e l’Appello Bis (novembre 2025) per un reato grave come il sequestro di persona, è un fatto che richiede un’analisi approfondita delle dinamiche interne al Ministero dell’Interno. Normalmente, una condanna a cinque anni e l’interdizione dai pubblici uffici comporterebbero la sospensione o la rimozione immediata dalla funzione.
Il fatto che Cortese sia stato riabilitato nel 2022 come Capo dell’Ufficio Ispettivo del Viminale , e successivamente promosso Prefetto, suggerisce una persistente e profonda fiducia del Ministero dell’Interno nella sua figura, che ha continuato a privilegiarne la competenza operativa rispetto al giudizio penale non definitivo. Tale atteggiamento istituzionale può essere letto come il riconoscimento che la condotta incriminata sia derivata dall’esecuzione di ordini superiori o da un contesto di “ragion di stato” e non da un interesse personale o una malafede assoluta. Si tratta di una valutazione politica-amministrativa che cerca di salvaguardare un funzionario ritenuto essenziale, anche di fronte a un verdetto di colpevolezza emesso da una Corte d’Appello.
La carriera: dalle Squadre Mobili all’innovazione anti-mafia
Renato Cortese è entrato nella storia della Polizia di Stato e dell’antimafia italiana per la sua efficacia nella caccia ai latitanti. La sua carriera è un manuale di investigazione avanzata e di leadership operativa.
Incarichi e successi
Dopo aver servito come dirigente in diverse città, la carriera di Cortese è decollata negli anni più intensi della lotta a Cosa Nostra. È stato il capo della Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, il cuore operativo che ha permesso di smantellare i vertici mafiosi. Successivamente, è stato chiamato a dirigere la Squadra Mobile di Roma , per poi ascendere al vertice dello SCO (Servizio Centrale Operativo) della Polizia. Prima delle sue disavventure giudiziarie, il suo nome era sinonimo di “superpoliziotto”.
La caccia ai boss mafiosi: metodi e risultati straordinari
La sua esperienza in prima linea in Sicilia ha prodotto risultati di risonanza internazionale, evidenziando una cultura operativa improntata all’innovazione e all’aggressione investigativa.
Giovanni Brusca (1996)
Cortese fu tra gli investigatori che posero fine alla latitanza di Giovanni Brusca, il mafioso responsabile della strage di Capaci. La cattura di Brusca, avvenuta in una villa a Cannitello (Agrigento), segnò un momento fondamentale nella risposta dello Stato agli attentati del 1992-93. Cortese ha sempre vissuto la lotta alla mafia con un senso di urgenza e coinvolgimento personale, descrivendo l’esplosione di Capaci come un evento che “è entrato in casa mia,” portando segni duraturi nelle famiglie dei poliziotti. Questo senso di missione è cruciale per comprendere l’etica professionale che ha guidato le sue azioni successive.
Bernardo Provenzano (2006): la cattura del Capo dei Capi
L’apice della carriera operativa di Cortese è senza dubbio l’arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. Questa operazione non fu un semplice blitz, ma il culmine di una paziente e meticolosa indagine basata sull’intelligence e sulla tecnologia.
L’elemento di svolta fu l’inserimento di una microspia nell’abitazione di Saveria Palazzolo, moglie di Provenzano, a Corleone. Questo dispositivo permise agli uomini della Sezione Catturandi di Palermo di monitorare la comunicazione indiretta tra la donna e il latitante, in particolare l’invio dei famigerati “pacchi con i panni,” gli abiti puliti destinati al boss. Questa microspia divenne “l’occhio e l’orecchio dello Stato in casa Provenzano”.
L’arresto di Provenzano innescò un potente “effetto domino” che disarticolò Cosa Nostra in Sicilia. Il vicecapo della Polizia Nicola Cavaliere confermò che quella stagione portò alla cattura di 236 criminali in soli 15 mesi (tra cui i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo).
L’innovazione del “Time Advance”
Un altro aspetto fondamentale della cultura operativa di Cortese è la sua propensione a spingere i limiti della tecnologia a fini investigativi. Egli stesso ha raccontato l’uso pionieristico del dato chiamato Time Advance (tempo avanzato) nella caccia ai latitanti.
Questa tecnica, ottenuta grazie alla collaborazione con l’ingegnere che aveva brevettato il sistema GSM, permise di misurare l’esatta distanza tra un telefono cellulare e il ripetitore, superando le rifrazioni dovute a colline e palazzi. Ottenere questo dato, che circoscriveva in modo preciso la posizione del cellulare, fu essenziale per restringere il quadro di intervento e localizzare i ricercati.
La storia operativa di Cortese evidenzia una mentalità investigativa votata all’efficacia massima e al superamento degli ostacoli tecnici e burocratici. Questa cultura dell’eccellenza, necessaria nella guerra contro l’anti-Stato mafioso, risulta fondamentale per comprendere la filosofia d’azione adottata nel 2013, quando l’urgenza operativa si scontrò con le garanzie procedurali in un caso di alta sensibilità diplomatica.
La “Ragion di Stato” e la difesa: tra ordini e dovere
Il dibattito sul Caso Shalabayeva si concentra sulla responsabilità dell’esecutore in presenza di ordini superiori e pressioni politiche, un tema classico della giustizia in contesti di alta sensibilità governativa.
La difesa dell’esecutore leale
La difesa di Cortese ha costantemente sostenuto che gli imputati non avevano “un interesse personale” nel sequestro, ma stavano operando in un contesto di illegalità di fatto (il documento falso di Shalabayeva). Secondo questa linea argomentativa, non era possibile indagare sul movente specifico di Cortese e degli altri funzionari, ma si doveva riconoscere che l’azione era avvenuta in un contesto di obbedienza o per l’esigenza di eseguire rapidamente l’espulsione di una persona irregolare, a prescindere dall’assioma che volessero a tutti i costi limitare la sua libertà.
Le dichiarazioni spontanee di Cortese in aula riflettono questo conflitto interiore. Rivolgendosi alla Corte d’Appello, il dirigente ha chiesto rispetto per la sua storia, affermando: “Tutta la mia vita e tutta la mia carriera forse avrebbe meritato un minimo di rispetto“. Questa frase sottolinea il divario percepito tra l’impegno costante in prima linea contro il male assoluto (la mafia) e l’accusa di aver commesso un crimine, spesso associato a interessi personali o malafede.
Non solo Cortese
Il destino giudiziario di Cortese si inserisce in un trend più ampio, spesso osservato in Italia, che vede investigatori di successo, particolarmente attivi contro la criminalità organizzata, incappare in lunghe e logoranti vicende giudiziarie post-operative.
I media e gli analisti hanno tracciato parallelismi con figure come Vittorio Pisani, anch’egli autore di catture eccellenti, come quella di Casalesi nel caso Pisani, e poi sottoposti a processi continui, spesso assolti dopo anni di procedimenti. Questa tendenza alimenta la percezione, soprattutto all’interno degli apparati di sicurezza, che arrestare i grandi boss mafiosi non porti fortuna, e che l’efficienza massima e la determinazione a risolvere casi complessi possano essere, paradossalmente, penalizzate dalla giustizia ordinaria. Il giudizio che emerge è che l’eroismo operativo in zone di guerra (come la Sicilia degli anni ’90 e 2000) non concede alcuna immunità procedurale quando l’azione sconfina in ambiti di diritto internazionale e diplomatico.
Conseguenze istituzionali e l’eredità contesa
Nonostante le vicende giudiziarie, l’apparato amministrativo del Ministero dell’Interno ha continuato a mostrare fiducia nelle capacità di Renato Cortese, una scelta che ha generato un conflitto tra il piano giudiziario e quello amministrativo.
Il ritorno ai vertici amministrativi
Dopo essere stato sollevato dall’incarico di Questore di Palermo in seguito alla condanna di primo grado (2020) , Cortese è stato riabilitato nel circuito amministrativo. Nel 2022, è stato nominato Direttore dell’Ufficio Centrale Ispettivo del Ministero dell’Interno. Un anno dopo, la sua ascesa è continuata con la promozione a Prefetto e il ruolo di Direttore Centrale per le specialità della Polizia di Stato.
Queste nomine successive alla prima condanna segnalano una chiara volontà del Viminale di non disperdere il patrimonio di competenza operativa di Cortese, considerandolo un dirigente di valore nonostante i procedimenti penali in corso.
L’atto finale e il ricorso in cassazione
La condanna in Appello Bis (Novembre 2025) ha ribadito la pena di cinque anni di reclusione e, soprattutto, l’interdizione dai pubblici uffici per un periodo di cinque anni. Questo ha conseguenze immediate sulla sua posizione amministrativa. Sebbene l’interdizione non sia più perpetua, è comunque una misura accessoria severa.
Gli avvocati della difesa hanno già annunciato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte rappresenta l’ultima speranza per Cortese di annullare la condanna o di ottenere una riqualificazione del reato (ad esempio, da sequestro di persona a un reato amministrativo meno grave), che potrebbe renderla compatibile con il mantenimento del suo ruolo apicale.
Se la Cassazione confermerà la condanna per sequestro, il Ministero dell’Interno sarà costretto a confrontarsi con l’incompatibilità della pena accessoria di interdizione quinquennale con il suo ruolo di Prefetto Direttore Centrale, sollevando un ulteriore e inevitabile imbarazzo istituzionale tra il giudizio di merito (che vede la sua colpevolezza) e la fiducia amministrativa (che lo ha promosso).
Cortese, l’eroe punito in nome della Ragion di Stato
La storia di Renato Cortese rimarrà un caso di studio emblematico in Italia, rappresentando il punto di frizione tra l’efficacia brutale della lotta alla criminalità organizzata e il rigore procedurale richiesto dal diritto internazionale e costituzionale.
La sua parabola professionale insegna che l’eccellenza operativa sul fronte antimafia, sebbene fondamentale per la sicurezza nazionale, non garantisce immunità di fronte al diritto in operazioni ad alta sensibilità internazionale. Nel Caso Shalabayeva, la sua cultura del “risultato a tutti i costi, un tratto premiato nell’anti-mafia, si è scontrata con i diritti umani e le garanzie legali, un contesto in cui la pressione diplomatica ha trasformato l’agire esecutivo in un atto di Stato ritenuto illegale.
Renato Cortese è l’eroe antimafia che paga per aver eseguito un ordine in un’area grigia di incrocio tra politica e sicurezza, con la sensazione amara, che la sentenza contro di lui sia “vergognosa” e che la giustizia, in questo caso, sia stata ingiusta. Il verdetto finale della Cassazione stabilirà se questa controversa figura potrà chiudere la sua carriera come Prefetto pienamente riabilitato o come l’alto funzionario condannato per aver tradito, seppur involontariamente, i principi di libertà che per decenni ha giurato di difendere.
Roberto Greco