C’è un’epidemia silenziosa che sta ridisegnando i connotati di Palermo, e non si muove sulle gambe dei servizi o delle infrastrutture, ma scorre lungo le pareti dei palazzi. È la “murales-mania”. Da Borgo Vecchio allo Sperone, passando per lo Zen e la Kalsa, non c’è facciata cieca che sembri poter sfuggire alla bomboletta spray, rigorosamente commissionata e profumatamente pagata.
Il problema non è l’arte in sé, ma l’equivoco semantico e politico che stiamo nutrendo: l’idea che un colpo di colore possa sostituire una politica di sviluppo.
Siamo passati dal grigio del cemento post-sacco a un’esplosione di tecnicolor che, se da un lato gratifica l’occhio del turista e l’obiettivo di Instagram, dall’altro nasconde la polvere sotto il tappeto. Chiamarla rigenerazione urbana è un abuso terminologico. Perché rigenerazione significa fognature che funzionano. Rigenerazione significa illuminazione pubblica costante. E rigenerazione significa anche servizi sociali e spazi per i giovani che non siano solo “sfondi per selfie”.
Un murales alto dieci metri su un palazzo che cade a pezzi non è un intervento di recupero; è un cerotto colorato su una ferita infetta. È il trionfo del maquillage che scambia la decorazione per la sostanza.
C’è poi la questione del metodo. La vera street art nasceva come grido dal basso, spesso illegale, sempre dirompente. Oggi a Palermo assistiamo a un proliferare di opere “a catalogo”, finanziate da bandi pubblici o privati, dove l’artista diventa un esecutore di lusso.
Si riempiono i quartieri popolari di icone religiose o volti di eroi civili, spesso senza un reale coinvolgimento della comunità locale. Il risultato? Un’arte calata dall’alto che rischia di diventare una nuova forma di paternalismo estetico: “Vi diamo il dipinto, così non ci chiederete il marciapiede”.
In realtà stiamo correndo il rischio della “Disneylandizzazione”. Mentre l’amministrazione e le associazioni celebrano l’inaugurazione dell’ennesimo muro, i residenti continuano a convivere con i problemi di sempre. Il rischio concreto è la creazione di un percorso turistico della miseria colorata, dove il visitatore attraversa quartieri difficili ammirando l’opera d’arte, senza minimamente percepire la sofferenza strutturale che quel muro dovrebbe (teoricamente) riscattare. E l’arte urbana a Palermo sta diventando il rifugio peccatorum di una politica che ha smesso di progettare lo spazio pubblico e si limita a colorarlo.
Se vogliamo davvero parlare di rigenerazione, i pennelli dovrebbero essere l’ultimo atto, la ciliegina sulla torta di un processo che parte dalla bonifica, dai trasporti e dal decoro quotidiano. Altrimenti, continueremo a trasformare Palermo in un enorme museo a cielo aperto dove, però, i visitatori guardano i muri e i cittadini continuano a inciampare nelle buche.
Meno bandi, o commissioni, per i murales, più bandi e iniziative per la manutenzione ordinaria. Perché la bellezza, senza la dignità dei servizi, è solo un’altra forma di distrazione di massa. E una inutile gara con il proprio, decadente, futuro.
Roberto Greco