Trattato di pace Israele-Hamas, analisi del nuovo accordo e scenari futuri

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Da Gerusalemme a Gaza. Cronache di un cessate-il-fuoco che vorrebbe diventare pace

Dopo quasi due anni di conflitto, l’ultimo accordo tra Israele e Hamas appare come un tentativo, forse l’ultimo, di trasformare un ciclo di violenza ormai strutturato in una tregua duratura. Il mediato accordo, orchestrato con l’intervento degli Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia, prevede lo scambio di prigionieri e ostaggi, la parziale ritirata israeliana da alcune aree di Gaza e l’allentamento del blocco umanitario per consentire l’ingresso di aiuti e ricostruzione.

Ma questa “prima fase” si presenta fin da subito come fragile: mancano definizioni chiare sul disarmo di Hamas, sul governo futuro di Gaza, sui confini da tracciare e, soprattutto, sulle garanzie che l’accordo sarà rispettato da entrambe le parti.

L’accettazione da parte del governo israeliano, tuttavia, non è priva di tensioni interne: i ministeri della destra radicale nel governo Netanyahu temono che il compromesso tradisca gli obiettivi del conflitto, specie la smilitarizzazione della Striscia e la totale eliminazione del controllo di Hamas.

Le incognite critiche, punti di tensione che potrebbero far fallire l’accordo

Per capire se questo trattato possa davvero reggere nel tempo, bisogna valutare almeno tre nodi strategici che finora restano irrisolti. Innanzitutto la Smilitarizzazione e monitoraggio perché il testo dell’accordo prevede la “demilitarizzazione di Gaza sotto supervisione indipendente”, ma non dettaglia chi controllerà ciò, con quali poteri e con che legittimità effettiva. Hamas insiste che il suo disarmo passi nelle mani dell’Autorità Palestinese, il che è inaccettabile per Tel Aviv. Si tratta poi del Ritiro israeliano e presenza residuale perchèil “ritiro parziale” delle forze israeliane viene annunciato come immediato su alcune zone, ma la presenza israeliana potrebbe rimanere lungo fasce strategiche o nei centri urbani più sensibili. Netanyahu ha già dichiarato che resteranno forze fino a quando Hamas non sarà neutralizzato. Altro nodo cruciale è quello relativo al governo e alla governance di Gaza. Il ruolo futuro dell’Autorità Palestinese, di tecnocrati internazionali o di una soluzione ibrida non è definito. Chi controllerà l’amministrazione civile, la sicurezza, la ricostruzione e le risorse? Questo vuoto rischia di degenerare in lotte interne per il potere.

L’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) sottolinea che il cuore dell’accordo è proprio in queste “tensioni immediate”: disarmo, ritiro, fine permanente delle ostilità.

Scenari possibili: dalle speranze ai rischi

A partire dai punti critici, è possibile delineare alcuni possibili scenari che potrebbero sorgere nei prossimi mesi. Il primo è quello della c.d. Peace dividend ossia della pace “espansa. L’accordo si consolida, Hamas si disarma sotto supervisione interna, Israele si ritira dai centri urbani e Gaza inizia la ricostruzione con cooperazione internazionale e una governance mista. I fattori di chiave e di rischio sono quelli relativi al forte sostegno internazionale (USA, Egitto, UE), accordi scritti vincolanti, pressioni diplomatiche su Israele e Hamas. In questo caso si potrebbe ottenere una tregua duratura, ma processi lenti e instabili. Altro scenario è che il risultato degli accordi  che generino un trattato fragile, con un possibileritorno al conflitto locale. Questo significherebbe che l’accordo terrebbe a malapena, con violazioni reciproche che generano microrisse, come esplosioni sporadiche e raid mirati, ma senza guerra totale. I fattori chiave e di rischio, in questo caso, sono rappresentati da mancanza di fiducia, gruppi armati “non Hamas” che sparano e ambiguità nel disarmo, portando a periodi alternati di calma e scariche di violenza locale. Lo scenario più tragico sarebbe quello della crisi dello status quo e ripresa guerra aperta che si verificherebbe nel cvaso in cui una delle parti rompa unilateralmente (o Hamas o Israele), intensificando operazioni militari; il processo diplomatico viene abbandonato. Questo significherebbe il fallimento monitoraggio, provocazioni, pressione delle ali estremiste interne. Lo scenario configurabile sarebbe, quindi, quello di conflitto su larga scala con possibile escalation regionale. L’ultimo scenario possibile, secondo i più esperti internazionali, potrebbe essere quella della mutazione politica con conseguente ridefinizione dei ruoli. L’accordo sopravvive ma trasforma profondamente la politica interno-palestinese e israeliana: Hamas perde potere politico, l’Autorità Palestinese riprende terreno, possibili riforme costituzionali israeliane. I fattori chiave e di rischio sarebbero i compromessi interni, la transizione del potere e la sostenibilità sociale con il risultato cghe ci troveremmo in presenza di uno scenario rappresentante una nuova fase politica, con strutture ibride e guerra delegata.

Le variabili esterne che potrebbero trasformare tutto

Non basta guardare dentro Israele e Gaza: il contesto regionale e globale esercita spinte fortissime quali quelle provenienti dal ruolo dei paesi arabi e del Golfo perc hè Egitto, Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati e Iran giocano da tempo un ruolo da facilitatori o spoiler. Il loro sostegno finanziario e diplomatico può rafforzare o sabotare l’accordo. Bisognerà poi tenere conto degli interessi statunitensi, russi e cinesi. Gli Stati Uniti sono ancora mediatori centrali, ma la competizione geopolitica con Russia e Cina in Medio Oriente può introdurre variabili imprevedibili. A tutto ciò va aggiunta anche la pressione umanitaria e opinione pubblica internazionale
Se le condizioni a Gaza non migliorano, elettricità, acqua, sanità, ricostruzione, la crisi sociale potrebbe generare proteste, radicalismi e condanne diplomatiche che metteranno sotto pressione le parti firmatarie. Ma la variabile più pericolosa, quella che potrebbe portare allo scenario che prevede il ritorno alla guerra aperta è quella relativa al fattore “gruppi non statali e milizie”
Hamas non è l’unico attore armato presente nella Striscia e nei Territori. Milizie minori, formazioni jihadiste o gruppi indipendenti potrebbero agire fuori dal controllo centrale sia israeliano sia palestinese, provocando crisi che minano la tregua.

Un sogno fragile cha bisogno del realismo necessario

L’accordo tra Israele e Hamas non è ancora un trattato di pace nel senso classico: è un compromesso al limite dell’equilibrio, una scommessa su reciproche autocontrolli, su attori terzi e su una diplomazia che operi costantemente come “poliziotto” del patto. Le condizioni poste sono “virtuose” ma mancano ancora delle strutture robuste — istituzionali, militari, sociali — per trasformare la tregua in pace.

Il successo dipenderà da un metodo più che da un contenuto: monitoraggio internazionale autentico, meccanismi vincolanti, supporto economico massiccio, pressione esterna su estremismi interni e, forse soprattutto, la capacità delle società israeliana e palestinese di accettare un compromesso doloroso ma realistico. Se fallirà, rischia di ritornare — tragicamente — lo scenario peggiore: la guerra totale.

Per ora ci rimane, stampata negli occhi, la lunga fila di palestinesi che a piedi tornano verso casa, Gaza City. Ben sapendo che al posto della loro casa potrebbero trovare solo macerie e di aver perso tutto quel poco che avevano. Anziani. Giovani. Bambini. In un viaggio carico di “speriamo”.

Roberto Greco

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