Il logo del 230° anniversario dice già tutto: due colonnine settecentesche che incorniciano l’ingresso ai “Quartini di Linneo”, la data 1795-2025, e una pianta di Ophiopogon che richiama longevità e saggezza. È il sigillo grafico di una storia lunga più di due secoli, che ha visto l’Orto Botanico dell’Università di Palermo trasformarsi da “giardino dei semplici” per la coltivazione di piante medicinali a museo vivente, laboratorio di ricerca, luogo di socialità e, oggi, presidio ambientale in una città che fa i conti con cambiamento climatico e nuove emergenze urbane.
Nel 2025 l’Orto celebra ufficialmente i 230 anni dalla sua inaugurazione al pubblico, avvenuta il 9 dicembre 1795. Per l’occasione l’Università ha programmato convegni, visite speciali, concerti, fino alla grande giornata dell’11 dicembre 2025 dedicata al ruolo degli orti botanici tra conservazione, gestione e valorizzazione.
Ma questo compleanno è anche un pretesto per ripensare il rapporto tra il giardino e la città: come i palermitani hanno vissuto e “usato” l’Orto Botanico in 230 anni? E che cosa dice, oggi, questo luogo sul futuro di Palermo e della Sicilia?
Radici illuministe: quando il verde era una questione di Stato
La storia comincia nel 1779, con la fondazione della Regia Accademia degli Studi di Palermo, antenata dell’attuale Università. All’Accademia viene concessa dal Senato cittadino una piccola porzione di terreno sul Baluardo di Porta Carini, da usare come orto per la coltivazione dei semplici, ossia le piante medicinali necessarie alla didattica e alla salute pubblica.
Siamo nel pieno delle riforme illuministe del Regno di Napoli e Sicilia: investire in botanica significa rafforzare la medicina, l’agricoltura, l’economia. Le piante non sono un ornamento, ma un’infrastruttura di sviluppo. Quel primo orto, però, è troppo piccolo. Dopo pochi anni si decide di trasferirlo nel Piano di Sant’Erasmo, nella zona che guardava al mare e che allora era tristemente famosa come luogo dei roghi dell’Inquisizione.
Nel 1789 viene impiantato il nuovo Orto nelle terre della Vigna del Gallo, e per il progetto vengono chiamati alcuni dei migliori architetti del tempo. Il francese Léon Dufourny firma il Gymnasium – sede originaria della scuola di botanica, dell’erbario e della biblioteca e i due padiglioni laterali, Tepidarium e Calidarium, in un sobrio ma monumentale stile neoclassico.
Su indicazione del francescano Bernardino d’Ucria, il nucleo originario dell’Orto viene organizzato secondo il sistema di Linneo: quattro grandi aiuole, i “Quartini di Linneo”, in cui le piante sono disposte seguendo la classificazione linneana. È un manifesto scientifico: Palermo entra a pieno titolo nella rete europea degli orti accademici, da Padova a Gottinga.
L’inaugurazione al pubblico arriva il 9 dicembre 1795. Da allora, il giardino diventa una finestra sul mondo: dalle colonie e dai porti del Mediterraneo arrivano semi e talee da Africa, Asia, Americhe, Australia. Palermo, porto di scambi commerciali e culturali, si rispecchia in un orto che è, fin dall’inizio, globale.
Dalla scienza alla città: un giardino che cambia insieme a Palermo
Nel corso dell’Ottocento l’Orto si espande fino agli attuali 10 ettari circa. Vengono acquisite nuove porzioni di terreno, impiantati il boschetto esotico, le serre, l’Aquarium circolare per le piante acquatiche, completata la Serra Maria Carolina.
Ma soprattutto l’Orto diventa un hub scientifico internazionale. Grazie al clima di Palermo, qui si acclimatano piante tropicali e subtropicali che in Nord Europa non potrebbero sopravvivere all’aperto: è il caso di specie esotiche asiatiche, africane, australiane e sudamericane.
Dall’Orto palermitano si diffondono nel Mediterraneo il mandarino (Citrus deliciosa) e il nespolo del Giappone, destinati a diventare tratti distintivi del paesaggio agricolo siciliano.
Nel frattempo, il giardino entra sempre più nell’immaginario collettivo. Nel 1787 Goethe lo visita e ne rimane affascinato: qui matura l’idea della celebre “Urpflanze”, la pianta archetipica alla base di tutta la vita vegetale. A fine Ottocento il pittore Francesco Lojacono ne immortala scorci e viali, confermando l’Orto come luogo simbolico della Palermo colta e borghese.
La funzione sociale comincia a cambiare: se in origine l’accesso è legato soprattutto a docenti, studenti, studiosi, nell’Ottocento e poi nel primo Novecento l’Orto diventa luogo di passeggio domenicale, di contemplazione e di rappresentazione sociale. Accanto a Villa Giulia e al Foro Italico, segna il confine tra la città storica e il mare: un “salotto verde” in cui la borghesia palermitana si mette letteralmente in scena.
Sopravvivere alle guerre e ai piani regolatori
Se oggi l’Orto appare come un’oasi intatta, non è per caso. La sua integrità è stata messa più volte in discussione da piani regolatori e progetti viari.
Già il piano regolatore del 1886, redatto dopo un’epidemia di colera, prevedeva lo smembramento dell’Orto e la costruzione di un asse stradale al suo interno. Un’idea che riemerge anche nel piano di ricostruzione del 1946, nel dopoguerra, quando una grande arteria per il traffico pesante avrebbe dovuto tagliare il giardino in due.
La resistenza arriva dall’interno: direttori come Agostino Todaro nell’Ottocento e soprattutto Francesco Bruno (in carica dal 1939 al 1968) si oppongono con forza, mobilitando il mondo accademico e culturale palermitano. Nel 1954 il Consiglio comunale delibera finalmente la “definitiva e integrale conservazione dell’Orto Botanico”.
Non è solo una decisione urbanistica: è un momento in cui la città riconosce l’Orto come bene comune, patrimonio scientifico ma anche identitario. In anni di espansione edilizia e speculazione, salvare 10 ettari di verde nel cuore della città significa difendere un’idea diversa di futuro urbano.
Dalla botanica coloniale alla biodiversità: come cambia la ricerca
Per buona parte dell’Ottocento e del primo Novecento, l’Orto palermitano partecipa alla grande stagione della botanica coloniale: si testano nuove piante da reddito, si studiano specie utili all’agricoltura, si scambiano semi con orti e giardini di tutto il mondo. Non è un caso che a Palermo, tra le due guerre, nasca anche un “Giardino coloniale”, poi soppresso, dedicato proprio alla sperimentazione di colture tropicali e subtropicali.
A partire dalla seconda metà del Novecento, però, l’orizzonte cambia. La parola chiave non è più solo “acclimatazione”, ma conservazione. Nel 1993 viene istituita la banca del germoplasma, che entra a far parte della Rete Italiana delle Banche per la conservazione ex situ (RIBES): si conservano semi e materiale genetico di specie della flora mediterranea, con l’obiettivo di proteggerle dal rischio di estinzione.
L’Orto diventa così un laboratorio per la biodiversità: studiare le piante non è più solo questione di curiosità scientifica o di potenziale economico, ma di responsabilità verso un patrimonio naturale minacciato dall’urbanizzazione, dall’agricoltura intensiva, dalla crisi climatica.
12.000 specie, 10 ettari: un “museo vivente”
Oggi l’Orto Botanico di Palermo è considerato il più ricco d’Italia e uno dei più importanti d’Europa: su circa 10 ettari si coltivano oltre 12.000 specie differenti, dalle cicadee “fossili viventi” alle palme, dalle succulente ai grandi alberi monumentali.
Il percorso di visita è una mappa della diversità vegetale globale:
-
Il Sistema linneano, il settore più antico, conserva ancora oggi centinaia di specie disposte in aiuole che testimoniano la storia delle classificazioni botaniche.
-
L’Aquarium circolare, con le sue 24 vasche, ospita ninfee, fior di loto, papiri e altre piante acquatiche, creando uno dei luoghi più iconici per i visitatori.
-
Il Palmetum raccoglie una straordinaria varietà di palme (circa 80 specie), mentre il Cycadetum custodisce esemplari storici come la Cycas revoluta, il primo impiantato in piena terra in Europa.
-
Tra i simboli del giardino, il Ficus magnolioides introdotto nel 1845 dalle Isole Norfolk, con le sue radici tabulari che diventano veri e propri pilastri: un “mostro buono” che da solo vale il prezzo del biglietto.
La definizione che l’Università dà oggi dell’Orto, “museo vivente a cielo aperto” e “luogo dall’anima eclettica, aperto a manifestazioni ed eventi multidisciplinari”, fotografa bene questa trasformazione: la collezione scientifica resta il cuore, ma si intreccia con arte, musica, educazione ambientale.
Un giardino sempre più vissuto: eventi, festival, turismo
Negli ultimi anni, la fruizione dell’Orto è cresciuta in modo significativo. Il Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Palermo, di cui l’Orto è il fiore all’occhiello, dichiara oltre 200.000 visitatori nel 2023, con numeri in crescita e un ruolo sempre più centrale nell’offerta culturale della città.
Una parte di questo successo è legata agli eventi tematici che hanno trasformato il giardino in un palcoscenico di natura, cultura e mercato:
-
Zagara di Primavera e Zagara d’Autunno, le rassegne dedicate al florovivaismo e al giardinaggio mediterraneo, portano ogni anno migliaia di persone tra stand, laboratori e incontri. Nell’edizione 2022 di Zagara d’Autunno si sono registrati circa 12.000 visitatori in tre giorni.
-
Il festival Palermo Classica ha scelto l’Orto come uno dei suoi palcoscenici naturali, con concerti che mettono in dialogo musica e verde storico – compreso il recital pianistico programmato proprio nel giorno del convegno per i 230 anni.
-
Mostre d’arte contemporanea, come il progetto dedicato alla “pianta più sola del mondo” (Encephalartos woodii), hanno usato il giardino come metafora vivente di migrazione, vulnerabilità e resilienza.
Accanto a questo, visite guidate, laboratori per bambini, percorsi sensoriali e perfino un bistrot immerso nel verde (Talea) contribuiscono a rendere l’Orto un luogo di quotidianità, non solo di turismo “mordi e fuggi”.
La fruizione cambia anche dal punto di vista pratico: orari estesi (fino alle 20 in estate), aperture domenicali, biglietti differenziati e convenzioni con scuole e gruppi facilitano l’accesso di pubblici diversi, dai turisti internazionali alle famiglie palermitane.
L’Orto come specchio delle sfide ambientali di oggi
Se nell’Ottocento l’Orto era la vetrina delle meraviglie esotiche, oggi è sempre più un osservatorio privilegiato sul cambiamento climatico.
Negli ultimi anni, studi e reportage hanno raccontato come le ondate di calore, la riduzione delle piogge e l’aumento delle temperature notturne stiano mettendo alla prova il complesso sistema di irrigazione storica del giardino e le sue collezioni. L’Orto è uno dei luoghi in cui la “tropicalizzazione” del clima mediterraneo diventa visibile: alcune specie tropicali si trovano sempre più a proprio agio, mentre altre, tipiche di climi più freschi, soffrono.
Non a caso, molte iniziative ospitate nella Sala Lanza, il cuore congressuale del giardino, sono dedicate a temi come energie rinnovabili, paesaggio, città e clima. Nel 2025 un convegno su “Paesaggio e fonti rinnovabili” ha riunito ricercatori e istituzioni per discutere di transizione ecologica, emissioni zero e gestione del territorio, a conferma del ruolo dell’Orto come luogo di confronto civico oltre che scientifico.
In questo quadro, la banca del germoplasma, le attività di ricerca e le campagne di divulgazione diventano strumenti non solo per conservare, ma per raccontare al pubblico l’urgenza della crisi climatica e la necessità di nuove politiche del verde urbano.
Accessibilità, memoria, identità: che cosa ci dicono 230 anni di Orto
Guardando ai 230 anni dell’Orto Botanico di Palermo, emergono almeno tre grandi dimensioni sociali:
-
Accesso alla conoscenza
Nato come spazio per una ristretta comunità accademica, il giardino si è progressivamente aperto alla cittadinanza e ai visitatori esterni. Oggi è un luogo in cui la botanica esce dai manuali per diventare esperienza diretta: didattica per le scuole, percorsi guidati, attività per bambini e famiglie. La sfida dei prossimi anni sarà consolidare questa apertura, rendendo l’Orto sempre più accessibile anche a persone con disabilità, fragilità economiche, pubblici “lontani” dalla cultura scientifica. -
Memoria e identità urbana
L’Orto è un archivio vivente della storia di Palermo: la scelta del sito al Piano di Sant’Erasmo, le lotte contro la costruzione di strade, il rapporto con Villa Giulia e il fronte a mare, la presenza di alberi monumentali che hanno assistito a bombardamenti, ricostruzioni, trasformazioni urbane. Difendere l’Orto ha significato, in più fasi, opporsi a una visione della città tutta cemento e traffico, rivendicando il diritto a uno spazio di quiete, bellezza e lentezza nel cuore della Kalsa. -
Presidio ambientale e laboratorio di futuro
In un’Isola che sperimenta fenomeni di siccità estrema e cambiamenti radicali nelle colture tradizionali, l’Orto Botanico è un laboratorio a cielo aperto per immaginare nuove strategie di convivenza con il clima che cambia: dalla selezione di varietà più resistenti agli stress idrici alla gestione sostenibile dell’acqua, dalla divulgazione scientifica alla promozione di una cultura del verde che non sia solo decorativa.
Un compleanno che interroga tutti
Il convegno dell’11 dicembre 2025, dedicato alla “dimensione scientifica e museale degli orti botanici”, non è soltanto un appuntamento accademico. È, in controluce, una domanda alla città: che cosa vogliamo che sia l’Orto Botanico nei prossimi 50 anni?
Un semplice “giardino bello da vedere”? Un’attrazione turistica tra le altre? O, come la sua storia suggerisce, un luogo in cui scienza, memoria, cultura e impegno civile si intrecciano, capace di educare, proteggere e ispirare?
A 230 anni dalla sua apertura al pubblico, l’Orto Botanico di Palermo resta uno dei pochi posti in cui si può ancora fare un’esperienza rara: sentire il tempo rallentare mentre si cammina tra ficus monumentali, cicadee preistoriche, palme e ninfee. In un’epoca di crisi ecologica e accelerazione permanente, forse è proprio questo il suo dono più prezioso alla città.
Roberto Greco