Parole che diventano popolari oggi, magari grazie a un meme su TikTok, e dopo una stagione vengono soppiantate da un nuovo tormentone. Non è più, dunque, “il gergo di una generazione” intera, ma il gergo di un momento
In quanti, a un pranzo di famiglia, si sono trovati a dire “È stato cringe” vedendo la perplessità negli occhi di genitori e nonni? Un termine come “cringe”, che i ragazzi oggi usano con naturalezza per indicare qualcosa di imbarazzante, dieci anni fa era praticamente inesistente nel parlato comune. E non è l’unico: dall’inglese arrivano parole come “ghostare”, “overthinking” o “vibe”, e poi espressioni nate sui social come “soft life”, “main character” o sigle curiose tipo “BeReal”. Questo nuovo vocabolario digitale è frutto dell’era dei social media e sta rivoluzionando il modo in cui i giovani comunicano. Le parole nascono, si diffondono e spesso muoiono nel giro di pochi mesi – velocissime, come i trend virali da cui emergono. Il risultato? Un linguaggio giovanile in continuo mutamento, che può sembrare quasi un dialetto incomprensibile alle generazioni precedenti. Ma dietro slang apparentemente bizzarri si nasconde un fenomeno culturale profondo: queste parole definiscono una comunità, influenzano identità, rapporti e perfino il modo di esprimere le emozioni di chi è cresciuto a pane e Internet.
Il dizionario social: nuove parole ed esempi d’uso
Per orientarsi in questo lessico inedito, ecco un glossario dei termini più diffusi nati con i social media (spesso di origine inglese) e il loro significato. Molti di essi dieci anni fa erano sconosciuti ai più, mentre oggi fanno parte del gergo quotidiano della Gen Z e dintorni:
| Termine | Significato e uso |
|---|---|
| Cringe | Aggettivo inglese per “imbarazzante, che fa rabbrividire”. Si usa per descrivere persone o situazioni che provocano vergogna per conto altrui. Esempio: «Quel video era cringe!» (cioè imbarazzante da vedere). |
| Ghostare | Dal verbo “to ghost” (diventare fantasma). Significa sparire all’improvviso, ignorando messaggi o chiamate, per troncare una relazione o conoscenza senza spiegazioni. Esempio: «Mi ha ghostato dopo due appuntamenti» (è sparito senza dire nulla). |
| Soft life | Espressione nata su TikTok per indicare uno stile di vita rilassato, incentrato sul benessere personale e lontano dallo stress della “hustle culture” lavorativa. Esempio: «Voglio una soft life: meno straordinari e più tempo per me stessa». |
| Overthinking | Termine inglese che significa pensare troppo, rimuginare eccessivamente. Descrive la tendenza a perdersi in un loop di pensieri e paranoie, generando ansia e indecisione. Esempio: «Sto facendo troppo overthinking per quel messaggio senza risposta». |
| Main character | Dall’idea del “protagonista”. Sentirsi il “main character” vuol dire comportarsi come il personaggio principale della storia, con sicurezza e un pizzico di egocentrismo. Esempio: «Oggi mood main character: mi vesto elegante anche per andare al supermercato». |
| Vibe | Parola inglese che indica l’atmosfera o l’energia di una situazione o di una persona. Avere vibe significa trasmettere una certa sensazione agli altri. Esempio: «Questa festa ha una vibe positiva» (cioè ha una bella atmosfera). |
| BeReal | Nome di un social network recente (nato nel 2020) diventato sinonimo di autenticità online. L’app BeReal invita a “essere reali” condividendo una foto spontanea al giorno, senza filtri né ritocchi, in contrasto con l’estetica perfetta di Instagram. Esempio: «Facciamo un selfie in versione BeReal – niente pose, così come siamo». |
| Delulu | Abbreviazione scherzosa di “delusional” (delirante). Si usa per definire chi fantastica troppo, credendo a idee poco realistiche. Spesso compare insieme a “solulu” nell’espressione virale «delulu is the solulu» (essere fuori di testa è la soluzione). Esempio: «Se pensa davvero di diventare famoso con un solo video, è un po’ delulu…». |
| Situationship | Neologismo anglofono che unisce “situation” + “relationship”. Indica una relazione sentimentale non definita, più di una semplice frequentazione ma senza impegno o etichette chiare. È quel limbo in cui due persone stanno “insieme ma non troppo”. Esempio: «Non so se chiamarlo fidanzato… è più una situationship che una storia seria». |
Come si vede, molte di queste parole sono prese dall’inglese e adattate all’uso quotidiano in Italia. Ad esempio “ghostare” o “cringiare” nascono aggiungendo la desinenza -are a verbi inglesi (to ghost, to cringe), mentre altre espressioni restano in inglese puro (“cringe”, “soft life”, “vibe”) perché suonano più cool o non hanno equivalenti efficaci in italiano. Termini del genere si diffondono perché permettono di esprimere concetti nuovi in modo immediato: bastano poche lettere per comunicare uno stato d’animo (“mood”, “vibe”), una dinamica sentimentale complicata (“situationship”), o per etichettare comportamenti diventati comuni nell’era digitale (“ghostare” per sparire dalle chat, “spoilerare” per rivelare trame, “shippare” per fare il tifo affinché due persone stiano insieme, ecc.).
Da meme e TikTok alla vita reale: come nascono questi neologismi
Queste parole non nascono per caso: dietro ciascuna c’è il contesto dei social media che funge da incubatore. Piattaforme come TikTok, Instagram, Twitter (X) e altre sono il terreno fertile dove il gergo giovanile prende forma e viaggia alla velocità della luce. In passato lo slang giovanile impiegava anni per diffondersi (attraverso canzoni, film o gergo locale); oggi basta un video virale o un meme condiviso migliaia di volte per trasformare un neologismo in linguaggio comune.
Su TikTok, ad esempio, proliferano sfide e trend che lanciano nuove espressioni: è lì che concetti come il “main character energy” (atteggiarsi a protagonista) o la “soft life” hanno avuto enorme visibilità, accompagnati da hashtag e milioni di visualizzazioni. Sempre TikTok ha sdoganato frasi tormentone come “delulu is the solulu”, divenute parte del lessico scherzoso quotidiano. Instagram e i meme contribuiscono altrettanto: immagini divertenti con scritte in slang, da “che cringe” a “sei un ick”, permettono ai ragazzi di comunicare emozioni con ironia, facendo circolare i termini su larga scala. Su Twitter (rinominato X) nascono abbreviazioni e modi di dire (come “ratio” per indicare un tweet impopolare, o “no cap” per dire “non è una bugia”) che poi migrano anche fuori dalla piattaforma. E perfino nuove app come BeReal introducono parole nel dizionario: il nome di questo social è diventato sinonimo di “esser genuini”, al punto che “fare un BeReal” è entrata nel gergo per indicare una foto spontanea senza filtri.
Il ruolo dei meme è centrale: spesso i neologismi vengono veicolati sotto forma di meme, che li rendono immediatamente riconoscibili e condivisibili. Un esempio celebre è “OK boomer”, risposta ironica dei giovani verso i consigli non richiesti degli anziani, diventata virale su TikTok nel 2019 e da lì diffusa ovunque. Allo stesso modo, hashtag virali come #GoblinMode (indicativo di un mood “trasandato” anti-perfezione) o termini come “chad” (stereotipo del ragazzo superficiale) si sono propagati grazie a trend su TikTok e post su Reddit, arrivando poi anche in Italia. In sostanza, i social sono il megafono dello slang: un termine coniato in una nicchia online può attraversare il globo in pochi giorni, grazie alla condivisione continua di post, video e meme da parte della Gen Z.
Va notato che molto di questo lessico trae ispirazione dal linguaggio dei videogiochi e delle community online: per esempio “blastare” (distruggere verbalmente qualcuno) o “snitchare” (fare la spia) arrivano dal gergo di Twitch, Discord e della cultura gamer. Poi vengono adottati su TikTok o Instagram e finiscono per uscire dallo schermo, pronunciati nelle chiacchiere tra amici. È il segno dei tempi: il confine tra vita digitale e realtà si assottiglia, e parole nate su uno schermo diventano parte del linguaggio di tutti i giorni.
Inglese + italiano: lo slang ibrido che crea identità generazionali
Una caratteristica evidente del nuovo vocabolario social è la sua natura ibrida: inglese e italiano si mescolano continuamente. Termini inglesi non sono più semplici prestiti occasionali – sono diventati quasi un secondo linguaggio parallelo per i giovani. Dire “Ho un crush” (ho una cotta), “spoilerare il finale”, “shippare due personaggi” o “sto in mood depressivo” è normale in una chat tra ragazzi, anche se queste frasi mischiano grammatiche e vocaboli di due lingue diverse. Spesso non c’è nemmeno tentativo di traduzione, perché usare proprio quella parola inglese ha un valore aggiunto: comunica appartenenza. Come nota la linguista Vera Gheno, usare lo slang giovanile significa sentirsi parte di una “tribù linguistica” con i propri riferimenti condivisi. Chi capisce queste parole è “dei nostri”, chi non le afferra resta tagliato fuori.
In altre parole, il gergo social funziona anche da badge generazionale. Impiegare un certo termine equivale a dire “sono dei vostri, parlo la vostra lingua”. Gli adolescenti lo usano in modo quasi automatico, spesso senza rendersi conto del muro linguistico che li separa dai più grandi. Provate a osservare una conversazione tra un gruppo di 18enni: forse vi sembrerà di ascoltare un dialetto nuovo. Ogni epoca ha avuto il suo gergo giovanile, ma oggi questo lessico si rinnova così velocemente da accentuare il divario generazionale come mai prima. Da un lato ci sono i ragazzi che infilano un “che cringe” o “sei based” in ogni frase con naturalezza; dall’altro gli adulti e i nonni che faticano a tenere il passo, talvolta demonizzando questo linguaggio “strano” per timore che rovini l’italiano. In realtà la lingua dei giovani è sempre stata vista con sospetto dai più anziani, salvo poi entrare (almeno in parte) nel vocabolario comune col passare del tempo. Oggi termini come “postare” o “googlare” – che un tempo suonavano gergali – sono accettati; chissà che un domani anche “ghostare” o “cringe” non finiscano nei dizionari ufficiali.
Certo, l’Accademia della Crusca già osserva da vicino questi fenomeni e registra i nuovi neologismi. Ma nel frattempo i ragazzi vanno avanti a inventare. E non si tratta solo di inglesismi: a volte creano parole macedonia (come “apayay”, il nonsense virale usato per prendere in giro chi non capisce una domanda) o recuperano slang locali (“scialla” in romano per “stai sereno”). Il linguaggio giovanile è creativo, fluido e in costante evoluzione: un laboratorio dove l’italiano standard viene remixato con input dalla pop culture, dalle serie TV, dai testi delle canzoni trap e ovviamente dal web. Il risultato è una lingua aperta, flessibile e dinamica, come la definiscono gli studiosi, che riflette il mondo dei ragazzi di oggi.
Emozioni, identità e relazioni: come il gergo plasma la vita dei giovani
Al di là delle definizioni, è interessante capire perché questi nuovi termini attecchiscono così tanto e come influenzano il modo di comunicare e di esprimere se stessi. Ogni parola dello slang porta con sé un pezzo di cultura giovanile: sono etichette utili a descrivere esperienze e sentimenti tipici di chi vive immerso nei social. Ad esempio, dire “mi sento cringe” permette di comunicare in una sola parola quella particolare mistura di imbarazzo e disagio che si prova di fronte a qualcosa di troppo fuori luogo, una sfumatura emotiva che forse richiederebbe una lunga spiegazione, ma che lo slang condensa efficacemente. Allo stesso modo, liquidare un eccesso di preoccupazioni con “sto in overthinking” significa ammettere di essere in preda ai pensieri ossessivi e all’ansia in modo immediatamente comprensibile a chi ascolta. In un certo senso, questo vocabolario offre ai giovani nuovi strumenti per raccontare il proprio mondo interiore: parole come “vibes”, “mood”, “ick”, “triggerato” (innervosito da qualcosa) funzionano come scorciatoie linguistiche per condividere emozioni complesse con un termine colloquiale e diretto.
Non solo: lo slang social spesso consente di affrontare argomenti seri con un velo di ironia o leggerezza. Un esempio è “delulu”: etichettare bonariamente un amico come “delulu” perché fantastica su qualcosa (es. crede che la celebrità di turno lo noterà) è un modo giocoso per fargli notare che sta illudendosi. Si scherza su insicurezze e illusioni usando il gergo, quasi a esorcizzarle. Allo stesso modo, definire “goblin mode” una giornata passata in tuta sul divano con patatine e videogiochi permette ai ragazzi di ammettere un momento di apatia o trascuratezza, trasformandolo però in un meme con cui ridere insieme, anziché in un motivo di vergogna. In questo senso, i meme e le parole virali aiutano i giovani a esprimere emozioni e stati d’animo rendendoli condivisibili e meno drammatici.
Il nuovo vocabolario incide anche sulle dinamiche relazionali e sull’identità. Pensiamo ai rapporti sentimentali: termini come “ghosting”, “friendzone” o “situationship” hanno dato un nome a comportamenti e situazioni che molti giovani si trovano a vivere. Dare un nome alle cose aiuta a riconoscerle: sapere cos’è il ghosting (essere lasciati senza spiegazioni) permette di parlarne apertamente con gli amici, magari di sfogarsi dicendo “mi ha ghostato, che infame” invece di tenersi dentro la frustrazione. Situationship, dal canto suo, riflette una tendenza reale nelle relazioni odierne: sempre più coppie evitano di definirsi, restando in una zona grigia tra amicizia e amore. Usare questa parola implica una certa accettazione del fenomeno, “siamo in una situationship”, normalizzandolo come qualcosa di comune tra i coetanei. C’è chi sostiene che questi termini abbiano persino cambiato i comportamenti: ad esempio, essere consapevoli che ghostare è pratica diffusa potrebbe spingere alcuni a farlo con meno sensi di colpa (tanto “si usa fare così”), mentre dall’altra parte ha reso più facile denunciare questo atteggiamento come segno di immaturità quando lo si subisce.
Sul fronte della costruzione dell’identità, lo slang social è un mezzo con cui i giovani definiscono se stessi all’interno del gruppo. Dichiarare “oggi mi sento main character” può essere visto come un atto di auto-affermazione, quasi a dire: oggi prendo in mano la mia vita e ne faccio un film con me protagonista. È una frase motivazionale che molti usano sui social per caricarsi di sicurezza, e che mostra come il linguaggio dei meme possa influenzare il modo in cui i ragazzi pensano a se stessi (persino il proprio ruolo nella “storia” quotidiana). Al contrario, chiamare qualcuno “NPC” (personaggio non giocante, quindi insignificante) significa relegarlo al ruolo di comparsa nella propria narrazione – altro concetto preso dai videogame e trapiantato nei rapporti sociali reali. Insomma, attraverso queste parole i giovani mettono in scena se stessi: a volte come eroi della propria vita, a volte auto-ironizzando sui propri difetti o debolezze.
Un linguaggio che dura lo spazio di un trend?
Una particolarità del nuovo vocabolario social è la sua estrema volatilità. Molte delle parole e frasi di cui abbiamo parlato potrebbero risultare vecchie già tra pochi anni, se non mesi. Nell’era dei social, il linguaggio giovanile sembra seguire la logica dei trend online: si accende e si spegne in fretta. Una parola diventa popolare oggi – magari grazie a un meme su TikTok – e dopo una stagione viene soppiantata da un nuovo tormentone. Non è più, dunque, “il gergo di una generazione” intera, ma il gergo di un momento. Ce lo confermano gli stessi ragazzi: termini come crush, flexare, o cringe che nel 2020-2021 spopolavano, nel 2025 sono già percepiti come mainstream o addirittura superati, tanto che qualcuno li evita perché “roba da boomer” (ironico, ma succede!). Nel frattempo ne sono arrivati altri, da “rizz” (fascino, capacità di rimorchiare) a “based” (vero, autentico), a rimpiazzarli nei meme e nei video.
Questo ciclo rapidissimo può dare le vertigini a genitori e insegnanti, che infatti spesso faticano a stare dietro al lessico giovanile. Ma è anche parte integrante della cultura dei social: tutto scorre nel feed, e anche le parole seguono questa corrente, evolvendosi di continuo. Capire il nuovo vocabolario dei social significa quindi comprendere meglio le nuove generazioni, le loro paure (dietro un “overthinkare” c’è l’ansia tipica di questi tempi), le loro aspirazioni (“soft life” riflette il desiderio di equilibrio e benessere), il loro modo di ridere e creare community online. Certo, qualcuno trova questo slang fastidioso o povero, ma la lingua è lo specchio della società, e quella dei giovani oggi è una società iper-connessa, globale, in rapido cambiamento. Inutile cercare di “fermare” queste parole: anche se qualche adulto storce il naso, i ragazzi continueranno a usarle finché saranno utili e divertenti.
Il nuovo vocabolario nato dai social media è un fenomeno affascinante perché va oltre la moda linguistica: unisce i giovani tra loro, traccia confini con gli adulti, e dà forma a nuovi modi di esprimersi. È un lessico effimero ma significativo, che tra un “che cringe” detto a tavola e un “mi ha ghostato” inviato in chat, racconta di una generazione alle prese con un mondo cambiato – un mondo in cui reale e virtuale si intrecciano, e in cui anche le parole devono adattarsi a nuovi mezzi e nuovi bisogni comunicativi. Prepariamoci quindi ad ascoltare altri neologismi spuntare all’orizzonte digitale: oggi è il turno di “delulu” e “situationship”, domani chissà… l’importante è mantenere la curiosità e la voglia di capire, perché dietro ogni parola nuova c’è un pezzetto di futuro linguistico (e sociale) che avanza.
Roberto Greco