È nata da pochi mesi, ad agosto, ma porta già sulle spalle il peso di tragedie profonde e ingiuste. È l’associazione formata dalle famiglie delle vittime sul lavoro, un gruppo di persone che ha deciso di unirsi per sostenersi a vicenda e per affrontare insieme la selva burocratica che segue ogni morte bianca. Un comitato di “compagni di sventura”, come lo definisce una delle fondatrici, Monica Garofalo, moglie di un operaio morto in cantiere nell’ottobre 2023.
«Lo scopo è quello di unirci – racconta Monica Garofalo, presidente della neonata associazione – perché le nostre storie, pur diverse nelle dinamiche, sono tutte segnate dallo stesso destino, infatti siamo anche noi vittime del lavoro. Figli, mogli, famiglie intere travolte da un dolore che non finisce».
Tra dolore e burocrazia
Ad aggiungere confusione ai familiari, c’è anche la burocrazia. Non bisogna fare soltanto i conti con l’assenza improvvisa di una persona amata, ma anche con il caos amministrativo che ne segue. Certificati, documenti, autorizzazioni, perizie, rimpalli continui. «Ti buttano da un ufficio all’altro. Un documento non te lo danno senza un altro, e l’altro non te lo danno senza un terzo – lamenta la presidente Garofalo -.E tu non hai la forza, né la lucidità per tutto da sola. Firmi, ma non capisci cosa stai firmando. Io ho vissuto come un’automa per mesi dopo la morte di mio marito».
Una sofferenza psicologica che ha lasciato segni profondi in Monica: «Sono stata mesi senza mangiare, senza dormire, senza lavarmi – racconta ancora Monica -.Ho perso quindici chili, i capelli mi cadevano a ciuffi. Non riconoscevo più nemmeno me stessa». A tirarla fuori da quel buco nero è stata la figlia maggiore: «Mi disse “Mamma, se tu non mangi, io smetto di mangiare con te”. È stato il punto di svolta, poi mi sono rialzata per i miei figli».
L’incidente mortale del marito
Il marito di Monica lavorava in un cantiere da meno di un mese. Il 19 ottobre 2023, durante la gettata delle fondamenta in cemento, il braccio della macchina si è spezzato, travolgendo l’operaio. Le indagini sono ancora in corso, la macchina è stata smontata per le perizie, ma dopo due anni si è ancora in attesa degli esiti. «Aveva i piedi per terra. Non era caduto da nessun piano, la gru non c’entrava nulla – precisa la presidente dell’associazione -. Eppure i giornali scrissero di tutto: che era precipitato dal settimo piano, che era inciampato, che la gru lo aveva colpito».
Un errore dopo l’altro, fino a violare anche la privacy della famiglia. «Hanno scritto la zona in cui abitiamo e hanno fornito dettagli privati – sottolinea -. Le mie figlie lo hanno scoperto sui social. Non ho avuto la possibilità di gestire la situazione a modo mio. È stato atroce».
Una mano tesa per gestione del dolore e della burocrazia è arrivata dai parenti e dal sindacato Fillea Cgil. «Li ho trovati cercando su Internet, perché nessun sindacato si stava occupando del caso di mio marito – riferisce Monica Garofalo -. Ho scritto senza speranza di risposta. E invece mi hanno risposto di domenica mattina, chiedendomi di andare in ufficio il giorno dopo. Da quel momento non mi hanno più lasciata sola».
Nasce l’Associazione vittime sul lavoro
Al momento è agli inizi, infatti l’associazione è registrata, però non ha ancora una pagina web né una sede. Ma le idee sono tante. L’obiettivo è chiaro: creare uno spazio semplice e accessibile che guidi i familiari nei primi giorni e nelle prime settimane dopo una tragedia, quando la mente è annebbiata dal trauma e ogni compito diventa immenso.
I giovani del gruppo – tra cui i figli di alcune delle vittime di Casteldaccia – stanno già lavorando a una lotteria sociale e ad altre iniziative per far conoscere l’associazione. «Vogliamo fare una pagina dove chiunque può trovare informazioni pratiche – chiarisce Monica -. Quali uffici contattare, quali documenti servono, chi può aiutarti. Anche per chi non ha la forza o la voglia di parlare con qualcuno».
Il futuro: «Fingo che sia al lavoro. Che torni più tardi»
Il tempo non cura tutto. A volte lo rende solo più reale. «Non riesco ancora a immaginare il futuro – racconta infine la presidente Garofalo –. Faccio finta che lui sia fuori per lavoro, come quando andava a Catania e tornava il fine settimana. Faccio finta che mi chiamerà per dirmi di prendere il pane. Lo so che non dovrei guardare indietro, ma ancora non ci riesco».
È da questa fragilità che nasce l’associazione. Si tratta di un dolore che non sparisce, ma che può essere condiviso. Una tragedia che si trasforma, lentamente, in un gesto di cura verso gli altri. Perché nessuno dovrebbe navigare da solo nella tempesta che segue una morte sul lavoro.
Sonia Sabatino