Morire per lavoro

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Nei primi dieci mesi del 2025 la Sicilia ha mantenuto un tasso di mortalità sul lavoro molto elevato. Secondo dati Inail e fonti giornalistiche, al 20 ottobre si contano circa oltre 30 morti per lavoro in Sicilia, esclusi gli infortuni in itinere

Ancora una morte per lavoro che si aggiunge al lungo elenco. Il 20 ottobre 2025 un operaio 58enne di origini congolesi, Romain Supasi Lang, è rimasto schiacciato da due pesanti lastre di vetro cadute durante le operazioni di carico in una vetreria di San Giovanni La Punta (CT). Il collega di 34 anni, trasportato in elicottero al Policlinico di Catania, è rimasto ferito ma fuori pericolo. Lang è morto sul colpo: per la Procura di Catania, il pool coordinato dall’aggiunto Agata Santonocito, è già partita un’indagine per omicidio colposo. I sindacati locali denunciano la gravità del caso. L’Ugl Sicilia avverte: «Non possiamo continuare a indignarci per poi dimenticare… Servono controlli reali, formazione vera e responsabilità precise». CGIL e Filctem chiedono chiarezza immediata e un «piano straordinario di controlli e prevenzione».

Bilancio regionale (gennaio–ottobre 2025)

Nei primi dieci mesi del 2025 la Sicilia ha mantenuto un tasso di mortalità sul lavoro molto elevato. Secondo dati Inail e fonti giornalistiche, al 20 ottobre si contano circa oltre 30 morti per lavoro in Sicilia, esclusi gli infortuni in itinere. Le vittime confermate, nel periodo gennaio-ottobre 2025, risultano essere 9 a Palermo, 7 a Siracusa, 5 a Catania, 4 a Agrigento, 3 a Messina, 2 a Messina, Ragusa, Caltanissetta e Trapani.

Sono esclusi qui i morti in itinere: con questi, le denunce Inail raggiungono 43 casi nei primi sei mesi. Anche gli infortuni gravi non mortali sono numerosi: nel 2024 in Sicilia furono denunciate oltre 26.000 cadute, strappi, fratture, ecc., con migliaia di casi di invalidità medio-grave. La maggioranza, quasi il 15% degli infortuni complessivi, riguarda incidenti stradali nel tragitto casa-lavoro.

Settori maggiormente colpiti: a differenza di altre regioni, in Sicilia il settore sanità e assistenza sociale registra il maggior numero di incidenti, oltre 1.100 nel primo semestre 2025. Seguono il commercio, con 833 infortuni, e l’edilizia, con 833. Il dato delle morti evidenzia analogie con il resto d’Italia: i comparti a rischio rimangono edilizia, agricoltura, manifatturiero e trasporti. In particolare, nel primo quadrimestre 2025 in Sicilia i maggiori eventi infortunistici si sono avuti in sanità (721 casi), commercio (493) e costruzioni (492).

Modalità ricorrenti: le indagini nazionali di Inail e Infor.MO mostrano che le cadute dall’alto causano circa il 30,8% degli incidenti mortali in Italia, mentre gli schiacciamenti da carichi o macchine incidono per il 41,3%. Nel 2025 i morti per cadute o ribaltamenti e gli investimenti da mezzi pesanti si confermano principali fattori in Sicilia come altrove. Tra gli infortuni mortali, il 19% è dovuto a ribaltamenti o variazioni di marcia dei veicoli, e quote del 5–8% a contatti involontari con organi in movimento. In pratica, molti incidenti sono legati a movimentazione di carichi, lavori in quota senza adeguata protezione o distrazioni dovute a turni intensi. Non di rado si evidenziano carenze negli standard di sicurezza, assenza o uso errato di DPI, mancanza di linee vita, ecc., spesso aggravate da scarsa formazione.

Criticità nelle politiche di prevenzione

Il quadro siciliano mette in luce gravi lacune di vigilanza e prevenzione. Per garantire la sicurezza servirebbe un presidio ispettivo solido, ma in Sicilia mancano gli ispettori del lavoro. Secondo la Cgil, nell’isola operano solo 63 ispettori, destinati a scendere a 55 nel 2025, per quasi 400.000 imprese: “con questi numeri un controllo spetta a ogni azienda ogni 20 anni circa”. Le assunzioni sono bloccate da decenni di turn-over congelato e debito regionale. Di conseguenza mancano controlli sistematici soprattutto nei cantieri edili e in agricoltura, mentre i datori di lavoro con comportamenti rischiosi difficilmente vengono sanzionati. Su questo gravita l’altra emergenza: la precarietà. Oltre l’80% dei contratti in Sicilia è a termine. Il lavoratore precario è meno invogliato a reclamare misure di sicurezza per timore di perdere l’impiego.

La proliferazione delle catene di subappalto aggrava ulteriormente il problema. Come osserva la Cgil Puglia, «nelle infinite catene di subappalto si scaricano a valle responsabilità e interventi, esponendo chi lavora a rischi enormi». In pratica, nelle filiere appaltanti i main contractor delegano la sicurezza alle imprese subappaltatrici, che spesso sono più piccole e meno attrezzate. Ne risente la cultura stessa della sicurezza: i protocolli obbligatori restano spesso sulla carta. Come nota Ugl e Cgil locale, «fino a che la sicurezza resta subordinata alla produttività, continueremo a contare morti».

In sintesi, i punti critici sono: carenza di vigilanza ispettiva, numero e risorse degli ispettori, formazione insufficiente dei lavoratori, struttura inadeguata delle imprese, ossia una scarsa aderenza alle norme, elevato ricorso a subappalti e lavori precari. Tutto ciò lascia i lavoratori esposti. Sul piano normativo, le proposte dei sindacati, e in parte confermate da un referendum di giugno 2023, puntano a responsabilità solidale di committenti e appaltatori, maggiori controlli e piani anticalore nei mesi estivi.

Proposte operative e buone pratiche

Per invertire la rotta, esperti e sindacati individuano alcune misure concrete. La prima è il potenziamento dell’ispettorato del lavoro. Sbloccare nuovi concorsi regionali per assumere personale ispettivo (già previsto da un accordo mai attuato e dotare le sedi provinciali di risorse adeguate. In mancanza di ispettori stabili, nel breve termine si possono inviare ispettori “in deroga” o rinforzi temporanei. Si rende necessaria, inoltre, una formazione continua obbligatoria specialmente in settori ad alto rischio. L’Inail invita a un sistema ordinario basato su “informazione, formazione e addestramento dei lavoratori”. I corsi andrebbero supportati anche da materiale multilingue e campagne, coinvolgendo Inail, Regioni, parti sociali. È necessario uscire dall’empasse che limita l’uso dei fondi pubblici per la prevenzione. Sfruttare i bandi già esistenti, ad es. il bando Isi Inail, e le misure europee per finanziare l’acquisto di DPI, macchinari sicuri e bonifiche amianto. Ad esempio, nel 2024 l’Inail ha stanziato oltre 28 milioni di euro per progetti di sicurezza nelle imprese siciliane, con contributi fino all’80% delle spese. Bisogna facilitare l’accesso a questi fondi soprattutto per le PMI e favorire la partecipazione con procedure semplificate. È più che mai necessario rendere affidabili i soggetti attori della filiera introducendo un sistema di qualificazione delle imprese (appalti e subappalti) che premia comportamenti virtuosi (certificazioni ISO 45001, premi territoriali per la sicurezza). Rendere effettiva la responsabilità solidale di committente, appaltatore e subappaltatore, come previsto dal quesito referendario del 2023, eviterebbe fughe in avanti nel rispetto delle norme. Entrare nel circolo virtuoso delle buone prassi aziendali promuovendo esempi di aziende locali, quali imprese agricole, cantieri edili, manifatturiere, che adottano procedure di “cantiere sicuro”, ossia linee vita, parapetti, segnaletica, e piani di prevenzione interni. Le pubbliche amministrazioni possono obbligare gare d’appalto a requisiti di sicurezza elevati. Bisognerebbe inoltre incentivare l’uso di tecnologie di sicurezza, quali sensori sul cantiere, app di segnalazione rischi, sorveglianza sanitaria puntuale. Dulcis in fundo, è necessario sviluppare la cultura della sicurezza creando un’alleanza istituzioni–imprese–lavoratori con eventi specifici (per es. Giornata nazionale della Sicurezza), percorsi scolastici dedicati e campagne mediatiche. Come afferma l’Inail Sicilia, la prevenzione deve diventare «modalità operativa ordinaria», in cui la sicurezza non è un obbligo formale bensì parte della cultura d’impresa.

Confronto con il quadro nazionale

A livello nazionale la situazione non è migliore. In Italia, nei primi otto mesi del 2025 si contano circa 674 vittime sul lavoro (inclusi incidenti in itinere), con un aumento dell’8,8% rispetto al 2024. Le cause e i settori critici coincidono con quelli isolani: ancora agricoltura, edilizia, trasporti e manifatturiero pagano il prezzo più alto. Anche per l’Italia gli schiacciamenti e le cadute dall’alto sono all’origine di oltre il 70% delle morti sul lavoro.

La Sicilia conferma una tendenza negativa: l’incidenza di mortalità (morti ogni milione di occupati) è superiore del 25% alla media nazionale, classificandola tra le “regioni rosse” dell’Osservatorio Vega di Mestre, l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente, assieme a Abruzzo, Campania, Umbria, Puglia, Basilicata, Valle d’Aosta. In particolare, la provincia di Palermo ha la “maglia nera” isolana in termini assoluti.

La Sicilia nel 2025 continua a vivere una vera emergenza sicurezza: morti e incidenti restano troppi. L’inchiesta sui fatti di San Giovanni la Punta e il bilancio complessivo confermano che servono azioni urgenti e sistematiche, non solo rituali di condoglianze. Il “dramma delle morti bianche” siciliano richiede controlli serrati, risorse alla prevenzione e un cambiamento culturale profondo. I dati ufficiali e le testimonianze raccolte mostrano che solo un impegno concreto e condiviso tra istituzioni, imprese e lavoratori può invertire questa tendenza tragica.

Roberto Greco

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